martedì 31 marzo 2009

Fortapàsc esiste davvero e gioca a pallone

Fortapàsc è il titolo metafora scelto da Marco Risi per raccontare la storia di Giancarlo Siani, giornalista precario de Il Mattino ucciso a 26 anni dalla camorra. Nel film Fortapàsc è Torre Annunziata, cittadina sul mare alle porte di Napoli, nell'area vesuviana.
Un luogo che si chiama Fuerte Apache esiste davvero. Si trova fuori la capitale Argentina Buenos Aires, nell'area chiamata Grande Buenos Aires. E' un barrio molto pericoloso, un quartiere stato, una monobloc, come definiscono questo tipo di insediamenti abitativi da quelle parti. A Fuerte Apache è nato Carlos Brigante Tevez, attaccante del Manchester United e della seleccion allenata da Maradona. Tevez è uno dei tanti talenti argentini che ce l'ha fatta. E' emerso dalle condizioni di miseria grazie all'arte del pallone. Prima di approdare in Europa, mise in mostra il suo talento nel Boca Juniors e lì si fece conoscere al mondo intero con il soprannome di Apache.
Nei quartieri marginali argentini è molto diffuso fra i giovani un genere di musica popolare chiamato cumbia villera (la cumbia nasce in Colombia per poi diffondersi in tutto il Sudamerica). E' un genere di musica che nasce nell'emarginazione di questi quartieri dimenticati da Dio e ne racconta la cruda realtà. Il gruppo più famoso di cumbia in Argentina è Los pibes chorros (I ragazzi ladri) e le loro canzoni sono molto ascoltate nelle carceri. I testi delle loro canzoni spesso raccontano la malavita, le rapine a mano armata, il consumo e lo spaccio della droga, l'odio per le forze dell'ordine. Per alcuni aspetti ricordano il mondo neomelodico diffusissimo a Napoli e in tutte le aree marginali del Sud Italia (in particolare a Bari e Palermo). Anche Carlos Tevez ha un gruppo di cumbia villera insieme a suo fratello Diego. Si chiama Piola Vago e canta El pibe de oro - Los pibes del barrios, una canzone dedicata al forte Carlitos. La canzone comincia con queste parole: Nació en un barrio muy popular, el fuerte apache se hace llamar...



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Il Bar Necci in fiamme

E' stato dato fuoco al Bar Necci, il bar dove Pier Paolo Pasolini ambientò diverse scene del suo primo film Accattone. Il Bar Necci si trova(va) nel quartiere Pigneto di Roma, in via Fanfulla da Lodi. Molto probabile l'origine dolosa dell'incendio.

Segnalo con piacere che la fotogallery visitabile sul sito di Repubblica è stata realizzata da Pasquale Notargiacomo, pasoliniano doc, mio carissimo amico, autore di una brillante tesi di laurea su Pasolini e il suo rapporto con le borgate di Roma.

Cliccate su http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/bar-necci/1.html e purtroppo buona visione.

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domenica 29 marzo 2009

Quando la cultura aiuta a sconfiggere la criminalità

Dai reality non si scappa. Anche se non li guardi e un pò te ne freghi, le notizie in qualche modo ti arrivano. Ho così saputo che Ciro Petrone, uno dei protagonisti di Gomorra, sta partecipando al reality La Fattoria. Colgo l'occasione per ripubblicare queste parole scritte qualche tempo fa e pubblicate su www.associazionepasolini.org dopo aver visto questa intervista.



Marco Macor fa il muratore a Napoli. Ha 22 anni, una moglie di 16, un bambino, la voce rauca e il volto che ricorda Robert De Niro.
Ciro Petrone ha invece 21 anni, fa il fruttivendolo nel mercato della Pignasecca a Napoli.
Entrambi hanno studiato fino alla terza media e poi sono andati a lavorare.
Loro sono nati e cresciuti a Napoli, ma non sanno cos'è la camorra. Loro lavorano, hanno scelto la strada della legalità. Il Sistema non li tocca. Loro lavorano. Sono in pace con se stessi.
Fino a qualche mese fa, Ciro e Marco non li conosceva nessuno, erano solo due giovani che sognavano di avere un lavoro sicuro.
Loro con la camorra non c'entrano nulla. Loro vivono a Napoli, non vivono a Casal di Principe, anzi a "Casale", come ci ha insegnato Roberto Saviano.
Da un giorno all'altro però la Fandango di Domenico Procacci decide di girare a Napoli e dintorni un film che racconta la camorra, il Sistema, sull'onda del clamoroso successo di Gomorra, il bestseller di Saviano, di cui ne ha acquistato i diritti.
E Ciro per qualche settimana smette di fare il fruttivendolo. Ed anche per Marco la vita cambia per qualche giorno. Il muratore e il fruttivendolo diventano attori.
Il regista Matteo Garrone sceglie i loro volti per una dei cinque episodi che compongono il film, la "La storia di Marco e Ciro", ispirata ad una storia realmente accaduta nel territorio di Castelvolturno e dintorni.
Marco ha il volto da film di Scorsese, sembra Robert De Niro, lui lo sa e gioca molto su questa cosa.
Ciro ha il volto da commedia dell'arte. Sembra un Lucignolo, potrebbe essere un pò Arlecchino, certamente un Pulcinella senza maschera.
Nella storia che li vede protagonisti, i due si integrano bene. Sono una coppia perfetta, un pò come Totò e Peppino. Marco è più spavaldo e domina su Ciro, più timido e timoroso. Loro però sognano di diventare criminali in una terra dove se qualcosa ha una sua logica è solo il potere criminale, ma nonostante tutto sfidano il Sistema con presunzione ed inesperienza. Il finale che li aspetta non sorprende di certo lo spetattore.
La pellicola ha uno straordinario successo di pubblico e critica. Anche grazie alla contemporanea uscita nelle sale de Il Divo di Paolo Sorrentino, il cinema italiano della migliore tradizione neorealista e di impegno civile sembra rivivere. Gomorra va al Festival di Cannes, vince un Grand Prix e sulla Croisette sfilano anche il muratore di Napoli e il fruttivendolo della Pignasecca. Ora tocca partecipare alla Notte degli Oscar.
Per Ciro e Marco arriva il successo e il peso della notorietà. Una delle scene più suggestive del film li vede protagonisti. Loro sono però tornati ai loro vecchi mestieri, con la speranza di diventare divi dello spettacolo. Ciro si "accontenterebbe" dei cinepanettoni di De Laurentiis o di un reality, Marco invece vuole diventare come De Niro.
Ma intanto loro la camorra non la conoscono, loro pensano a lavorare. Loro vivono a Napoli, mica a "Casale".

sabato 28 marzo 2009

Il prezzo della verità

Fortapàsc è il titolo del film dedicato alla memoria di un giovane giornalista de Il mattino ucciso a soli 26 anni. Il regista Marco Risi torna a muovere la sua macchina da presa nei vicoli degradati e scorticati del Sud Italia. Lo fece bene in Mery per sempre e in Ragazzi fuori ormai tanti anni fa. Disperati sottoproletari animavano una Palermo arabeggiante. Si chiamavano Pietro, Natale, Mery-Mario, King Kong, Claudio, Carmelo, Marcello. Lo fa bene in questo Fortapàsc, che dedica alla memoria di suo padre. Giancarlo Siani è l'eroe antieroico di questo film, un tranquillo ragazzo che ha la passione per la carta stampata e che spera possa vivere coltivando l'amore per la verità. Inizia a fare il corrispondente da Torre Annunziata, roccaforte del boss Valentino Gionta.

Fortapàsc: Valentino Gionta festeggia sfarzosamente la comunione di suo figlio. Prima dell'inizio del banchetto, c'è un incontro fra capi clan nella cucina del ristorante. Carmine Alfieri porta in dono un orologio d'oro. Giancarlo e il suo amico Rico guardano da lontano sperando di fare uno scoop. La musica classica napoletana non manca. Improvvisamente c'è un bltiz dei carabinieri. Gionta viene arrestato e mentre va via chiede che la musica non si fermi, bacia con ostentato vigore sua moglie. Non siamo in un film di Alfonso Brescia con Mario Merola. Questo è Fortapàsc e il regista è Marco Risi.

Mery per sempre: Pietro ruba un disco di Nino D'Angelo, fugge con la sua Vespa e viene arrestato. Nino ancora oggi è un mito a Palermo e lo scorso anno per la festa di Santa Rosalia ha tenuto un megaconcerto.

Fortapàsc: le note di Popcorn e patatine, grande successo di Nino D'Angelo e titolo di un omonimo film che lo vide protagonista, accompagnano Giancarlo Siani a cercare informazioni in un triste bar di Torre Annunziata, popolato da biliardi, video poker, foto di Maradona e sciarpe del Napoli.

Ragazzi fuori: King Kong ruba uno stereo insieme ad un amico ma una pattuglia in borghese assiste al furto. Un poliziotto insegue King Kong in una rincorsa estenuante. Arrivano nel mercato di Ballarò. Il poliziotto sfinito ed innervosito estrae la pistola e lo uccide.

Fortapàsc: Una terribile strage è accompagnata nel film dalla radiocronaca di un Napoli-Verona passato alla storia per uno splendido gol di Maradona da trenta metri. Un giovane con la maglia numero 10 del Napoli fugge per i vicoli stretti di Torre Annunziata. I killer lo inseguono. Sembra sfuggire all'agguato, ma quando il radiocronista annuncia il gol di Maradona, lui è colpito da una valanga di proiettili e cade a terra. Il numero 10 si bagna di sangue. Il giovane è una delle 8 vittime della strage di Sant'Alessandro.

Il 26 agosto 1984, un pullman con il cartello Gita turistica arriva in Via Castello, dove c'è il quartier generale di Valentino Gionta. Sul pullman non ci sono turisti, ma killer spietati che trucidano i valentini. Così si chiamano gli affiliati del clan Gionta, dal nome di battesimo del loro capo. A sparare sono gli alleati stessi dei Gionta, gli Alfieri e i Bardellino. In quegli anni la camorra napoletana è divisa in due opposte fazioni. Da un lato il sogno egemonico in stile Cosa Nostra della Nuova Camorra Organizzata (NCO) di Raffaele Cutolo e dall'altra il cartello della Nuova Famiglia (NF) composta dai clan Alfieri, Bardellino, Nuvoletta e Gionta. All'interno della NF si riverberano le diatribe di Cosa Nostra siciliana, dove i corleonesi, legati ai Gionta e ai Nuvoletta, si contrappongono al binomio Badalamenti-Buscetta, legato a sua volta agli Alfieri e Bardellino . Valentino Gionta è inoltre un boss ambizioso che va tenuto a bada e che merita una lezione a casa sua.

Siani scrive articoli su una strage che sembra destabilizzare gli equilibri della camorra. Giancarlo è di famiglia bene, viene dal Vomero, ma va a lavorare a Torre Annunziata a bordo della sua Citroën Mehari. Lui è un abusivo senza contratto che deve occuparsi di furti, rapine, scippi e omicidi ordinari. Ma a lui va di raccontare le dinamiche criminali e politiche di quella città. Siamo negli anni del post terremoto dell'Irpinia, il grande spartiacque della storia della camorra. In Campania arrivano fiumi di soldi e i rapporti fra criminalità, politica e affari si stringono sempre più.

Fortapàsc: Risi omaggia Francesco Rosi mettendo in scena un'accesa giunta comunale che ricorda Le mani sulla città, ma va oltre. Alterna sapientemente le discussioni del consiglio comunale con quelle di un importante summit di camorra.

Giancarlo ha sete di verità. Valentino Gionta è latitante, la strage di Torre Annunziata chiede una nuova pacificazione all'interno della NF. Fra i Nuvoletta, alleati dei valentini, e i Bardellino ci sono attriti. Gionta viene arrestato nel territorio di Marano, roccaforte dei Nuvoletta. Il 10 giugno 1985 su Il Mattino Siani scrive un articolo, in cui ipotizza che i Nuvoletta hanno permesso l'arresto di Gionta per tenersi buoni i Bardellino. Quelle parole lo condannano a morte. I Nuvoletta non possono apparire agli occhi degli altri clan e degli alleati siciliani dei traditori, delle spie, degli infami. Quel gesto va punito con il sangue. Gionta non è d'accordo perchè se Siani viene ucciso le indagini sarebbero tutte contro di lui. Giancarlo intanto è approdato alla redazione di Napoli di Via Chiatamone e sta per arrivare anche un contratto. Adesso si occupa di sindacati e manifestazioni di disoccupati organizzati. Ma nella sua testa c'è sempre Torre Annunziata, il clan Gionta, la strage di Sant'Alessandro e gli intrecci politico-criminali. Giancarlo ha raccolto informazioni preziose e vuole pubblicare un libro-dossier.


Fortapàsc
: Giancarlo vuole andare a vedere Vasco Rossi in concerto con Daniela ma i biglietti sono esauriti. Rimane ancora un pò in redazione e riceve telefonate strane. E' agitato Giancarlo, ha raccolto materiale importante e vuole parlare con Amato Lamberti, il direttore dell'Osservatorio per la camorra. Lo vedrà nei giorni successivi. Ora va a casa a farsi una doccia e poi uscirà con Daniela. Sul cassone di un Ape tre ruote che lo precede, è seduto un bambino dallo sguardo dolce e malinconico. I fari della Mehari illuminano il suo viso. Giancarlo gli sorride e lo saluta. Quel gesto sembra restituirgli serenità. Giancarlo arriva sotto casa al Vomero. Il resto è un mistero in parte svelato.

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giovedì 26 marzo 2009

La morte di Saviano

La partecipazione di Saviano a Che tempo che fa in prima serata sulla Rai è stato un evento televisivo che non avevo mai vissuto. L'ho atteso con la stessa ansia e trepidazione con cui avrei atteso una finale di Champions League del Napoli e nessuno si scandalizzi del paragone. Certo non tutto mi ha soddisfatto ma non sembrava vero quello che stava accadendo. La sua lezione di semantica giornalistica mi ha rapito. Ricordo che non appena uscito in libreria Gomorra, incredulo del successo, Saviano conduceva una trasmissione radiofonica su Radio3. I temi erano gli stessi del libro e le parole anche, ma mancavano i tempi del conduttore radiofonico, dell'oratore solitario. Ho visto Saviano una volta dal vivo leggere un suo racconto. La lettura non era fluida. Era imbarazzato, impacciato, ma simpatizzavo per lui, il suo imbarazzo mi piaceva. Stasera invece ho trovato un Saviano cresciuto, più maturo, più sicuro di sè, capace di catturare l'attenzione, di prenderti e condurti per mano verso quel mondo di parole che grondavano sangue e violenza. Avrei voluto che quella lezione durasse all'infinito. Ma voglio ragionare su un'altra questione. Qualche tempo fa, dopo la strage degli immigrati a Castelvolturno e la caccia al latitante Setola, Saviano scrisse diversi articoli su Repubblica. Come sempre cercava di collegare nomi, soprannomi, abitudini dei killer, luoghi, paesi, contrade in cui la tragedia si consumava. Quegli articoli non mi soddisfacevano. C'era qualcosa che non mi convinceva. Alle parole di Saviano mancava qualcosa. Non avevano la loro solita forza, la loro solita rabbia. Erano prevedibili e sterili. Credo che a Saviano per scrivere di quella strage mancasse come linfa vitale l'odore del territorio. Saviano è come uno scienziato che per lavorare ha bisogno di un laboratorio. Il laboratorio di Saviano è il mondo, il contatto diretto con la realtà. Cosa potrebbe scrivere oggi Saviano? Io immagino solo bellissime pagine sulla sua triste vita di uomo sotto scorta. A Saviano sono già stati tolti gli strumenti per raccontarci il potere criminale. Saviano è un chirurgo senza bisturi, un biologo senza microspopio. Non voglio immaginare un Saviano che ci racconta la modernità collegato ad Internet o immerso in noiosi dibattiti intellettuali. Saviano deve prendere il tram, come dicevano gli scrittori veristi francesi dell'800, deve stare nel mondo, deve osservare, deve incamerare immagini, suoni e odori e poi restiruircele sotto forma di letteratura. Glielo chiede la sua scrittura, la sua idea di letteratura, il suo istinto. Glielo chiediamo noi, giovani trentenni senza rappresentazione politica ed artistica. Questo è il dramma che ho percepito stasera: la (possibile) morte dello scrittore Saviano. Come lo vedreste Pasolini vivere sotto scorta, sottoposto a regime di sorveglianza senza poter vagabondare randagiamente per le borgate di Roma? La camorra che perseguita Saviano e lo Stato che in oltre 50 anni di democrazia non ha creato le condizioni affinchè uno scrittore come lui possa essere un libero cittadino, lo stanno uccidendo lentamente. Come scrittore, non come uomo.

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mercoledì 25 marzo 2009

Dove la Storia sembra non arrivare

Qualche tempo fa con il Corriere della Sera è uscito Il contrario della morte, un racconto breve scritto da Roberto Saviano. Poche ed intense pagine che ti prendono e non ti lasciano più. Saviano racconta la disperazione e la rassegnazione di Maria, giovanissima vedova di guerra della provincia di Napoli. Non è stato un regolamento di conti fra clan ad uccidere il suo fidanzato. Gaetano come tanti altri suoi coetanei si è arruolato nella grande fabbrica del Sud, l'esercito italiano. Gaetano per assicurarsi un futuro migliore ha deciso di partire in missione. Destinazione Afghanistan. Qualche mese nella terra dei talebani e poi potrà sposarsi, mettere su famiglia, comprarsi una macchina, investire quei soldi in un bar, in un ristorante. Un giorno il blindato su cui Gaetano viaggia è colpito da un ordigno, Gaetano muore e Maria è una vedova che a 17 anni veste solo di nero. Il contrario della morte è l'amore. Saviano ruba il titolo dai versi di Carmela, una delle più belle canzoni di Sergio Bruni, grande interprete ed autore della canzone napoletana. Carmela è una donna che soffre ma che non urla la sua disperazione al mondo. Maria è come Carmela, piange solo si nisciuno vede e strilla sulo si nisciuno sente. Gaetano non c'è più. Maria sta lì con il suo dolore, nella disgraziata provincia di Napoli dove la Storia sembra non arrivare.



Sergio Bruni canta Carmela accompagnato da Tullio De Piscopo.

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martedì 24 marzo 2009

Delitti italiani



Questa è la ricostruzione immaginata dal regista Marco Tullio Giordana dell'autopsia sul corpo di Pier Paolo Pasolini e una ipotesi della dinamica dell'omicidio consumatosi all'idroscalo di Ostia nella notte fra l'1 e il 2 novembre del 1975. Giordana nel 1995 girò il film Pasolini - Un delitto italiano. Un titolo più chiaro ed esplicativo era difficile da trovare. Un delitto italiano come quello di Salvatore Giuliano, Gaspare Pisciotta, Enrico Mattei, Giuseppe Pinelli, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Mino Pecorelli, Giancarlo Siani, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Diana, Michele Sindona, Aldo Moro, Roberto Calvi, Giorgio Ambrosoli, Gaetano Costa, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Scopelliti, Cesare Terranova, Placido Rizzotto, i morti di Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, treno Italicus, stazione di Bologna, Giuseppe Impastato, Beppe Alfano, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, poveri e sfortunati servitori dello Stato, tutte le vittime innocenti del potere. Insomma appare anche strano fare un elenco del genere e mettere insieme in un grande calderone decine di nomi di persone diverse morte di morte violenta e in circostanze storiche e politiche diverse. E' strano mettere insieme Falcone e Borsellino con Giuliano e Pisciotta. Ma l'espressione che dà il titolo al film, la facciamo nostra per farla diventare una metafora dell'Italia, del nostro Paese, delle dinamiche del Potere che la pervadono e che influenzano più di quanto si possa pensare la nostra vita quotidiana. I delitti italiani uccidono innanzitutto la verità storica e giudiziaria. Un delitto italiano getta nello sconforto la coscienza civile dei cittadini, delle persone che hanno un senso civico, un sendo di comunità, che vivono insieme convinti di appartenere ad un destino comune perchè hanno alle loro spalle una coscienza e un senso della storia condiviso. In realtà cosa fa sentire vicini un siciliano e un trentino oltre alle partite della nazionale di calcio? Non ho sentimenti nazionalisti, ma voglio credere in un senso della comunità, nel senso di un destino comune da condividere a pertire con coloro che vivono nel mio palazzo, nel mio quartiere, nella mia città, nel mio paese fino ad arrivare al destino dell'umanità. Giuliano e Falcone sono due vittime della verità storica. L'uno ha partecipato alla degradazione democratica di un'Italia appena uscito dal conflitto mondiale. L'altro ha lottato affinchè l'Italia diventasse un paese più civile. Entrambi hanno minacciato il Potere perchè possessori di una verità e per questo hanno pagato con la vita. Nell'elenco ci sono nomi nobili e meno nobili, tutti però vittime di omicidi su cui fare luce è stato spesso impossibile. Come detto, si sono tutti scontrati con il Potere, lo hanno utilizzato, la hanno minacciato, lo hanno ricattato, lo hanno sfidato. E quando si paga con la vita il debito con il Potere, l'unica certezza è la morte della verità che da qualche parte però esiste.

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