sabato 30 maggio 2009

Treni d'Argentina...



Un assaggio sui risultati delle politiche neoliberiste che hanno colpito l'Argentina qualche anno fa. In questo documentario Fernando (Pino) Solanas racconta con la sua macchina da presa cosa e' successo al sistema ferroviario argentino dopo le privatizzazione di un servizio pubblico fondamentale in un paese dalla grande estensione geografica.

La próxima estación, Fernando (Pino) Solanas, 2008

martedì 26 maggio 2009

L'ora dei cartoneros


Cala la notte sulla ciudad porteña. E' l'ora dei cartoneros.

Cambio momentaneo sede redazione

La redazione si e' spostata nel Sud del mondo, nei pressi del Rio de La Plata, danzando a tempo di tango. Al piu' presto notizie, sensazioni e umori dalla citta' dalle "buone arie". Un caro saluto a tutti.

giovedì 21 maggio 2009

Maternità...


Foto di Letizia Battaglia
La foto è stata acquisita via internet. Spero di non ledere i diritti di nessuno. Nel caso, rimuoverò immediatamente l'oggetto.

Pasolini e l'anarchia del potere


Musica e montaggio by Konserva
http://www.myspace.com/konserva

lunedì 18 maggio 2009

«Noi dobbiamo soffrire per divertire...»


Il più comico spettacolo del mondo, Regia di Mario Mattoli, 1953

Vota para Allende...

«Mia bella signorina...»


Totò le Mokò, Carlo Ludovico Bragaglia, 1949

venerdì 15 maggio 2009

«Tu non sei un cavallo!»


Ugo Pirro: «Indagine... è nato dall'idea mia e di Petri di scrivere ancora un film con un buon ruolo per Volontè(...) Indagine... nacque in un clima arroventato, in un momento di grande euforia politica, di grandi speranze, che entusiasmò sia Petri sia me. Insomma, il film non è proprio immaginabile in un'epoca diversa, cioè dopo o prima del '68 (...) Erano da poco ultimate le riprese quando ci fu l'attentato di Piazza Fontana. Iniziò una grande repressione verso tutte le formazioni di estrema sinistra e noi tememmo che il film potesse essere bocciato dalla censura, se non addirittura sequestrato dalla polizia. La sera in cui Elio finì il mixage, io mi trovavo a una riunione dell'Anac con altri colleghi tra cui Zavattini, Monicelli, pare ci fosse anche Scola. Andammo insieme a vedere la prima copia e al termine il loro primo commento fu: "Andate in galera". Ma erano entusiasti (...) Fu Rondi, credo, a organizzare una proiezione per alcuni generali di Ps(...) Alla fine della proiezione comparve Marina Cicogna (la produttrice n.d.s.) per raccogliere i loro pareri, ma tutti, appena la scorsero, letteralmente fuggirono nel timore di essere ripresi dai fotografi. Il film uscì a Milano. Già al primo spettacolo la sala rigurgitava di alti ufficiali di polizia. Alla fine se ne andarono inferociti e si precipitarono a denunciarlo al sostituto procuratore Caizzi. Caizzi, invece, non ritenne di accettare la denuncia.»

P.s. Il procuratore Giovanni Caizzi si stava occupando della morte di Giuseppe (Pino) Pinelli

«Repressione è civiltà!»


Un film profetico, scritto e girato prima della strage di Piazza Fontana.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, regia di Elio Petri, sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, fotografia di Luigi Kuveiller, musica di Ennio Morricone, con Gian Maria Volontè e Florinda Bolkan.

giovedì 14 maggio 2009

«L'è lü!». E il mostro fu sbattuto in prima pagina...

Sei i protagonisti di una grottesca scena messa su dallo Stato italiano. E' il 16 dicembre del 1969 a Roma, in tribunale.
Quattro poliziotti ben vestiti, pettinati e con la barba fatta; un ballerino anarchico, con la barba incolta, stravolto dopo una notte insonne per via di un interrogatorio e un tassista milanese.
«L'è lü (E' lui)!», escalama il tassista Cornelio Rolandi.
«Ma m'hai guardato bene?», ribatte l'anarchico Pietro Valpreda.
«Bè, se non è lui, chi'l gh'è no», si convince il Rolandi.
E così il mostro fu sbattuto in prima pagina.
Il Rolandi si era presentato dai carabinieri di Milano la mattina del 15 dicembre, mentre si svolgevano i funerali di Piazza Fontana, convinto di aver trasportato sul suo taxi il responsabile della strage alla Banca dell'Agricoltura. La sua macchina era posteggiata a poco più di 100 metri dalla filiale. Un uomo con una valigetta aveva chiesto di portarlo nei pressi della Banca e di aspettarlo lì. Pochi minuti dopo era tornato ma senza valigetta. Da lì a poco, la strategia della tensione aveva apriva le sue macabre danze.
I carabinieri preparano l'identikit e il questore Guida (il direttore del carcere fascista di Ventotene) gli mostra una foto di Valpreda, del gruppo XXII Marzo (deontologicamente una azione non certo corretta).
Il giorno dopo Rolandi verrà portato a Roma per il riconoscimento di Valpreda.
Nella notte, intanto, Giuseppe Pinelli durante l'interrogatorio nella stanza del Commissario Calabresi, vicecapo della polizia politica, era precipitato dal quarto piano della questura di Via Fatebenefratelli a Milano.
Se un anarchico era morto perchè fortemente indiziato e quindi autoaccusatosi con il suo suicidio, un altro anarchico dietro le sbarre poteva tranquillizzare la maggioranza silenziosa che chiedeva uno spostamento su posizioni reazionarie dell'asse politico del Paese.



Sergio Zavoli intervista Pietro Valpreda. La notte della Repubblica

mercoledì 13 maggio 2009

Grazie Bruno...


Giornalismo d'assalto e garantismo

Oltre quarant'anni di giornalismo a servizio del Potere. Vespa usa il termine colpevole per indicare l'arresto del ballerino anarchico Pietro Valpreda. Il giornalismo è una professione a rischio terminologico. Il termine colpevole si può attribuire solo a un imputato riconosciuto colpevole dopo il terzo grado di giudizio. Ma la pista anarchica faceva comodo. Pinelli era morto da poche ore e l'opinione pubblica doveva spostare la sua attenzione su un nuovo elemento. Valpreda era l'uomo giusto da indicare come il responsabile del vile attentato di Piazza Fontana (17 morti e 88 feriti).

«Ho pianto, ti giuro. Mettilo sul tuo blog». Il grido sommesso di una napòlide

Non dirò il suo nome, perchè lei è timida e riservata. Ama la privacy e non essere al centro dell'attenzione. E' nata a Napoli oltre trent'anni e ha i tratti tipicamente mediterranei. Ha bisogno dell'aria di mare, di venti caldi e secchi e del sole. Qualche anno fa ha lasciato la sua città per andare a Roma. Questioni di cuore. Una scelta di vita importante e sofferta. Lei la sua città non l'avrebbe mai lasciata. L'amava e la ama troppo. Le lunghe passeggiate a Mergellina e a Posillipo, il parco virgiliano, una sfogliatella calda, un caffè come si deve, una pizza nel centro storico erano il suo sale quotidiano. Sono cose a cui non avrebbe mai rinunciato. La musicalità e lo spirito migliore di Napoli non lo ha ritrovato nella capitale e da subito ha vissuto un pò in contrasto (pregiudiziale) con Roma. Sentiva di aver tradito la città che l'aveva vista nascere. Oggi quella storia d'amore è finita e Roma per lei è diventata ancor meno vivibile.
«Anche a Roma faccio delle lunghe passeggiate solitarie. Roma è bellissima per carità, ma Napoli è un'altra cosa. Non puoi capire. Anzi un pò sì, perchè Napoli anche tu un pò ce l'hai nelle tue corde, ma non sei nato lì», mi dice sempre.
«E allora perchè non ci torni se la ami così tanto?», le dico.
«Hai letto il libro di Erri De Luca Napòlide? Una volta che uno va via da Napoli non ci può più tornare. E' triste dirlo ma è così. E poi non ce la faccio a vedere la città martoriata, sanguinante, sofferente. Non ce la faccio. Soffro troppo. Non ho letto Gomorra, non ho visto il film, non ho visto Biutiful cauntri, mi rifiuto di sapere e leggere ciò che di brutto accade. Lo so è un atteggiamento sbagliato, ma è così. Tutte quelle ferite me le porto dentro.»
«Perchè dici così? Torna a Napoli e contribuisci a migliorare la città. Dai il tuo piccolo contributo. Sarai più in pace con te stessa. Stare lontano da Napoli equivale ad abbandonarla al suo tragico destino.»
Abbiamo fatto questi discorsi centinaia di volte e giungiamo sempre alla stessa conclusione. Io la incalzo fino a sentirmi in colpa e lei si ammutolisce. Penso quasi che non rispetto il suo dolore e la lacerazione che è dentro di lei.

Stamattina ricevo una sua brevissima mail. Un link e pochissime parole.
«http://napoli.repubblica.it/multimedia/home/5914236
Ho pianto, ti giuro.
Mettilo sul tuo blog».

Ho visto quelle terribili immagini che offendono la dignità di cittadini e che ci prendono in giro. Ho accolto la sua disperazione, urlata sommessamente.
Ho voluto dedicarle queste poche righe alla sua città e a lei, ormai inguaribilmente napòlide.

www.associazionepasolini.org

lunedì 11 maggio 2009

Troisi e il primo scudetto del Napoli...


Gianni Minà intervista un "ignaro" Massimo Troisi in occasione del primo scudetto del Napoli (10 maggio 1987).

Ritratto di famiglia...


Felicia Bartolotta vicino la foto di suo figlio Peppino. Sullo sfondo il suo secondo figlio Giovanni.
Foto di Letizia Battaglia
La foto è stata acquisita via internet. Spero di non ledere i diritti di nessuno. Nel caso, rimuoverò immediatamente l'oggetto.

sabato 9 maggio 2009

9 maggio 1978. Aldo Moro e Giuseppe (Peppino) Impastato. Due tragedie nazionali

Ci sono volti, nomi, luoghi, circostanze, episodi, coincidenze, pensieri che ti entrano dentro e diventano tutt'uno con il tuo respiro fisico e mentale. La storia di Aldo Moro e Peppino Impastato e' per me un caso paradigmatico. Il corpo di Moro fu ritrovato intorno alle ore 13,30 di quel 9 maggio e fu subito tragedia nazionale. Poche ore prima a Cinisi, un paesino ad alta densità mafiosa, veniva ritrovato il corpo del giovane "terrorista suicida" Peppino Impastato. La sua morte sarebbe rimasta per anni solo una tragedia familiare.
Voglio ricordare chi erano queste due vittime del Potere, ma non me la sento di metterli dentro uno stesso articolo. L’approccio con cui ho cercato di capire cosa sia successo quel 9 maggio a Roma e Cinisi è troppo diverso e non assimilabile. Il coinvolgimento emotivo è differente.
Aldo Moro avrebbe potuto essere uno zio o un nonno simpatico, dalla parlata affabulante, reazionario fino al punto giusto ma comprensivo delle mie istanze di ribellione e opposizione al Potere.
Peppino Impastato è morto a soli trent'anni e conserviamo di lui l'immagine di un giovane attivista che sembra essere un compagno con cui avrei potuto (forse) condividere lotte ed ideali, (forse) litigare e bere una birra per chiudere un litigio, sicuramente ammirare il coraggio del pensiero e dell’azione.
Sono solo convinto che quel 9 maggio 1978, in Italia, la migliore spinta innovatrice del ’68 terminava nella furia omicida e controrivoluzionaria del brigatismo rosso e nella morte della migliore incarnazione dello spirito di ribellione e degli ideali di quegli anni.

9 maggio 1978. Cinisi, alle porte di Palermo.


Era il 9 maggio del 1978 e a Cinisi, paesino alle porte di Palermo, lungo i binari di una ferrovia veniva ritrovato il corpo irriconoscibile e ridotto in mille pezzi di un giovane attivista politico candidato alle elezioni comunali. Si chiamava Giuseppe, per tutti Peppino e il suo nome era inserito nelle liste di Democrazia Proletaria (DP). Cinisi era la roccaforte del boss Gaetano (Tano) Badalamenti. La famiglia di Peppino non era una famiglia mafiosa tout court, ma suo padre Luigi amava circondarsi di uomini d'onore e quel figlio rivoluzionario e comunista era una vergogna da nascondere. Lo zio di Peppino, Cesare Manzella, era invece un mafioso che tanti anni prima era stato fatto saltare in aria con una carica di tritolo nella sua auto. Le indagini dei carabinieri batterono subito la pista dell'attentatore sfortunato. Peppino era un comunista rivoluzionario, un terrorista che voleva mettere una bomba sui binari, ma gli era andata male. Era saltato in aria come Giangiacomo Feltrinelli. Ma a casa sua trovarono un biglietto che recitava: "Voglio abbandonare la politica e la vita". Ecco, la prova del suicidio c'era. Il caso poteva chiudersi lì. Invece Peppino era stato ucciso dalla mafia di Cinisi. Il suo impegno politico colorito e ficcante, capace di smascherare i mafiosi e i politici corrotti e collusi gli era costato la vita. Peppino era figlio dei suoi tempi. Sentiva e respirava quello che accadeva nel mondo. Era intriso di cultura libertaria, antiautoritaria, creativa, ma il tutto si traduceva in un impegno serio e concreto in terra di mafia e in una famiglia di cultura mafiosa. Una rivoluzione culturale audacissima.

Questa estate a Cinisi ho conosciuto il fratello di Peppino, Giovanni Impastato e sua moglie Felicia. Sono due persone dolcissime. Sui loro volti si legge allo stesso il dolore per la morte di Peppino e la gioia di vivere. Giovanni accoglie tutti coloro che vogliono andare a Cinisi a rendere omaggio a Peppino. La casa della famiglia Impastato è oggi un luogo di memoria che tutti possono visitare. Fino a qualche anno fa vi viveva ancora la mamma Felicia Bartolotta, donna analfabeta che ha combattuto gli ultimi anni della sua vita per stabilire la verità sulla morte di suo figlio. E' andata in tribunale e senza paura ha indicato in Tano Badalamenti il mandante di quell'omicidio. Con il suo coraggio e la sua determinazione è riuscita a stabilire la verità. Peppino non si suicidò. Peppino non stava preparando un attentato. Peppino fu prima ucciso, il suo corpo fu adagiato sui binari delle ferrovia e fatto saltare in aria. Pochi giorni dopo quella tragica morte, Peppino fu eletto in consiglio comunale da morto.
Giovanni dice che in questi anni il suo obiettivo è stato costruire la memoria di suo fratello. Lo Stato ricorda (siuramente celebra) i carabinieri, poliziotti, uomini di scorta, giudici che le mafia o il terrorismo uccide. Ma chi dovrebbe ricordarsi di Peppino Impastato, animatore di un circolo culturale, conduttore di una trasmissione radiofonica, candidato alle elezioni di un paesino siciliano che la mafia ha ucciso simulando un suicidio-attentato?
Questa è stata la sfida di Giovanni Impastato, di sua moglie Felicia e di sua madre Felicia Bartolotta. Riuscire a costruire giorno per giorno la memoria di suo fratello, "un nuddu miscato cù niente".

www.associazionepasolini.org

9 maggio 1978. Via Caetani, Roma


Era il 9 maggio del 1978 e giornali e televisioni di tutto il mondo avevano i loro obiettivi e le loro telecamere in Via Michelangelo Caetani a Roma, in pieno centro storico. Il bagagliaio di una Renault 4 (macchina simbolo dei giovani dei movimenti) custodiva il corpo crivellato di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana. Per 55 giorni Moro era stato tenuto nella "prigione del popolo" delle Brigate Rosse, processato dai suoi capi e condannato a morte. Era stato rapito il 16 marzo, il giorno in cui Andreotti sarebbe diventato presidente del consiglio con i voti anche del Pci (la prima volta nella storia repubblicana). Moro e Berlinguer (segretario del Pci) erano stati i grandi artefici di quel disegno politico che aveva portato ad un definitivo coinvolgimento del Pci nell'area di governo. Un'azione politica delicatissima nel contesto geo-politico della Guerra Fredda.
Le Brigate Rosse avevano portato l'attacco al "cuore dello stato", avevano alzato il tiro, avevano rapito uno degli uomini più in vista della politica italiana e avevano ucciso 5 uomini della sua scorta. Era un'azione eclatante e militarmente azzardata, che se da un lato dava prestigio e forza alle BR, dall'altra rappresentava una sfida lanciata ad uno Stato che non poteva e non avrebbe voluto farsi ricattare da un gruppo terroristico. Qualche anno prima Pier Paolo Pasolini aveva processato pubblicamente la Dc con un famoso articolo, ma si era preoccupato di salvaguardare la moralità e l'onestà di due uomini del partito: Zaccagnini e Moro. Insomma Moro, colui che sembrava meno coinvolto nei disegni oscuri della Dc, apertamente su posizioni filoarabe in politica estera e per questo malvisto negli Stati Uniti (sembra che Kissinger avesse un'antipatia particolare nei suoi confronti), favorevole a un dialogo con il Pci, capace nella sua attività universitaria di intrattenere fitti rapporti con gli studenti, veniva processato e condannato a morte. Sembra quasi banale sottolineare che attorno alla sua tragica fine i misteri non sono tanti, sono innumerevoli e impossibili da sintettizzare (finti comunicati delle Br, coinvolgimento Banda della Magliana, una grottesca seduta spiritica, depistaggi, non riconoscimento delle sue lettere, sindrome di Stoccolma etc., perquisizioni mancate nell'appartamento dove veniva tenuto etc.). Moro non fu salvato. Moro fu lasciato morire in quella prigione. Moro fu una vittima della ragion di Stato. Tutto l'arco costituzionale si rifiutò di scendere a patti con le Brigate Rosse. Dicevano che si sarebbe dato riconoscimento politico a un manipolo di barbari assassini. Solo il Partito Socialista di Bettino Craxi si svincolò da quel coro unanime raccolto sotto l'ombrello della linea della fermezza. La Dc e il Pci erano moralmente e politicamente coinvolti in quel rapimento e Craxi cercava una via alternativa alla risoluzione di quel complicato affare politico.
Ma la soluzione umanitaria non fu presa in considerazione e Moro fu ucciso.

www.associazionepasolini.org

giovedì 7 maggio 2009

Infanzia...


Foto di Letizia Battaglia.

La foto è stata acquisita via internet. Spero di non ledere i diritti di nessuno. Nel caso, rimuoverò immediatamente l'oggetto.

mercoledì 6 maggio 2009

Giuseppe (Pino) Pinelli


«Pino Pinelli, l'ultimo di una lunga serie di anarchici suicidi»
Gian Maria Volontè in Tre Ipotesi sulla morte di Pinelli, Elio Petri, 1970

martedì 5 maggio 2009

Curretero allora dd' 'o maresciallo quarantasei zizze pe'm vintitre scialle...



Amo tantissimo Fabrizio De Andrè e amo anche Peppe Barra, un grandissimo artista che ho avuto modo di vedere in concerto diverse volte, capace di cogliere l'attenzione del pubblico con la sue doti affabulatorie e di trascinarlo nell'universo della canzone napoletana e delle atmosfere mediterranee.
Qui Peppe Barra si misura nella riedizione in chiave partenopea del grande successo di Fabrizio De Andrè Bocca di rosa. Non amo molto gli artisti che si sono misurati con le note di De Andrè. Considero il suo mondo musicale sacro e inviolabile. Barra però è qui in grado di dare una linfa nuova e diversa a questa canzone.
Buon ascolto...

Non solo Facebook, Nomafiazone, un altro social network è possibile...

Visitate Nomafiazone, social network realizzato con lo scopo di fondere l’impegno di artisti come cartoonist, fumettisti, fotografi, scrittori, musicisti, performers, registi e creativi e dar vita ad un laboratorio di progettazione e realizzazione di opere accomunate dal tema della legalità e della battaglia al diffondersi del pensiero mafioso.

http://nomafiazone.ning.com

Animazione contro la camorra...


Disegno di Raffaele Marra.
Guardate anche il suo cortometraggio animato "Le avventure di Giggino & Totore", andato in onda su EcoTv (canale Sky 906).
Cliccate su http://www.gigginoetotore.altervista.org

lunedì 4 maggio 2009

Bacigalupo, Ballarin, Maroso...e in testa Capitan Valentino

Sessant'anni fa la tragedia di Superga. Di ritorno da una partita amichevole disputata a Lisbona (con scalo tecnico a Barcellona) l'aereo che trasportava i giocatori del Grande Torino si schiantava sulla collina di Superga. Si usciva dalla guerra e il Grande Torino faceva sognare i suoi tifosi e tutti gli sportivi. Il trombettier Bolmida, il bar Vittoria di Gabetto ed Ossola e lo stadio Filadelfia erano i protagonisti di quella stagione calcistica indimenticabile. Valentino Mazzola da Cassano d'Adda, il capitano del Toro e padre di Sandrino, aveva promesso all'asso portoghese José Ferreira del Benfica di giocare una partita amichevole per il suo addio al calcio. Il quinto scudetto consecutivo stava ormai per arrivare e il Toro poteva concedersi quell'amichevole di lusso. Su quell'aereo viaggiavano anche i giornalisti Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo (padre di Giorgio), Renato Casalbore, il fondatore di Tuttosport e Luigi Cavallero, inviato de La Stampa, il massaggiatore Cortina, i dirigenti accompagnatori Agnisetta, Cavalleri e Bonaiuti, l'allenatore Leslie Lievesley e il direttore tecnico Ernesto Egri Erbstein, l'inventore del "sistema". Il presidente Ferruccio Novo non prese parte alla trasferta, come Nicolò Carosio, il padre della radiocronaca sportiva, per via della cresima di suo figlio. Morivano gli splendidi protagonisti di una delle più forti squadre di tutti i tempi, capace di segnare 125 gol in una sola stagione, di schierare dieci titolari nella nazionale italiana e di vincere 5 scudetti consecutivi. L'ultimo derby giocato dal Grande Torino vide i granata battere la Juventus per 3 reti a 1 con rete di Gabetto e doppietta del fiumano Ezio Loik, risultato che non si è più ripetuto nella storia della stracittadina. Gli amanti del calcio recitano la formazione del Grande Torino come una preghiera: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar (Martelli), Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Dopo la tragedia, la squadra argentina del River Plate, nelle cui fila giocava Alfredo Di Stefano, organizzò diverse amichevoli per raccogliere fondi da destinare al Grande Torino e Evita Peron inviò addirittura una coppa al Presidente Ferruccio Novo.
Strano il fato legato alla storia del Torino. Il pilota dell'aereo I Elce Fiat G-212 che si schiantò sulla collina di Superga si chiamava Pier Luigi Meroni. Un nome e un cognome che si sono riaffacciati tragicamente nella storia del Toro e del cuore granata. Era l'anno 1967 e Luigi Meroni da Como con il suo numero 7 calcava i campi da gioco e con i suoi dribbling saltava gli avversari con la leggerezza di una farfalla (lo chiamavano "la farfalla granata"). Aveva i capelli lunghi e la barba, viveva in una mansarda lungo il Po dove dipingeva e disegnava i suoi vestiti. Sembrava uno dei Beatles e invece giocava solo a pallone. Una volta lo videro passeggiare con una gallina al guinzaglio. Il suo look e il suo atteggiamento gli crearono un rapporto difficile con la nazionale di calcio. A soli 24 anni Gigi però morì. Il 15 ottobre di quel 1967 un'auto lo investì una domenica sera a Torino, in Corso Re Umberto al civico 46. Alla guida di quell'auto c'era un giovane tifoso del Toro innamorato di Gigi. Si chiamava Attilio Romero e nel 2000 sarebbe diventato addirittura presidente del Torino. I tifosi della Juve hanno esposto diverse volte nel corso dei derby della Mole un macabro striscione che recitava: "Attenzione, Romero è venuto in macchina".
Questa è un pezzo della mitica, leggendaria e affascinante storia del Torino Calcio, del mito del Toro e del cuore granata.


E in testa Capitan Valentino...


Solo il fato li vinse...

www.associazionepasolini.org

domenica 3 maggio 2009

Una piccola soddisfazione

Cari lettori,
il post intitolato La morte di Saviano, scritto in occasione della partecipazione dell'autore di Gomorra alla puntata speciale di Che tempo che fa del 25 marzo 2009 e pubblicato su questo blog, è stato inserito nella rassegna stampa dell'importante rivista "Antimafia Duemila" (www.antimafiaduemila.com) e ripresa anche dal sito di informazione www.19luglio1992.com (19 luglio 1992 è la data dell'attentato di Via D'Amelio in cui morirono Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta).
Grazie mille a chi dedica qualche minuto alla lettura di questo blog.

Ecco i link

www.antimafiaduemila.com/content/view/14352/48/

www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1229:rassegna-stampa-30-marzo-2009&catid=23:2009&Itemid=3

venerdì 1 maggio 2009

Primo maggio 1947

Renato Guttuso, "Portella della Ginestra", 1953, olio su carta intelata, 105x200 (Museo Guttuso di Bagheria - Palermo)

Questa estate sono stato assieme alla mia compagna Alessandra a Portelle della Ginestre, questa località nel comune di Piana degli Albanesi, provincia di Palermo, dove il 1 maggio del 1947 undici contadini furono uccisi durante i festeggiamenti della festa del lavoro. Portella della Ginestre si trova a pochi chilometri da paesi che le cronache mafiose hanno reso famosi: San Giuseppe Jato, Bisacquino, Corleone, Monreale, Partinico, Montelepre. La prima Strage di Stato si consumò pochi giorni dopo il grande successo elettorale del Blocco del Popolo (Socialisti e Comunisti) nelle elezioni regionali siciliane del 20 aprile 1947. A questo terribile evento prese parte la Banda di Salvatore Giuliano, ma non furono gli uomini del Re di Montelepre i soli a sparare quel giorno. Giuliano era un ambiguo personaggio. Bandito dall'aria romantica, sorta di Robin Hood in versione siciliana, fu nominato esercito dell'Evis (braccio armato del Mis, movimento politico che sognava l'indipendenza dall'Italia), viveva arroccato su una montagna, uccise numerosi civili e carabinieri, era imprendibile alle forze armate italiane, e fu una pedina sempre protetta e manovrata dalla mafia. Gli fu ordinato di sparare sui contadini quel Primo maggio in cambio di favori politici. Quando Giuliano non servì più, fu trovato ucciso nel 1950. Sulla sua morte esistono 16 versioni differenti. L'inviato de L'Europeo Tommaso Besozzi disse:«Di sicuro c'è solo che è morto». Inizialmente fu fatto credere che era morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Un'altra ipotesi era che il suo fidato luogotenente Gaspare Pisciotta lo abbia tradito, mettendogli un sonnifero nel vino, uccidendolo e preparando la messa in scena dello scontro con i carabinieri. La prima Strage di Stato si consumava nella frontiera meridionale del Blocco Atlantico che andava delineandosi nell'Europa del primissimo dopoguerra. Si consumava laddove le Truppe Usa erano sbarcate per risalire la penisola italiana e sconfiggere il nazi-fascismo. L'esercito americano sbarcò in Sicilia con il beneplacito della mafia italo-americana, Lucky Luciano su tutti. Il capo dell'Amministrazione Militare Alleata era Charles Poletti, il suo interprete era il noto gangster italo-americano Vito Genovese. Diversi capi mafia furono eletti sindaci di paesi siciliani (ricordiamo Genco Russo a Mussomeli e Calogero Vizzini a Villalba). In quegli anni in Sicilia decine e decine di sindacalisti che si opponevano alla gestione mafiosa delle terre e al latifondo furono uccisi (Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale etc.), le sedi del Pci, del Psi e le camere del lavoro venivano assaltate da picciotti mafiosi con mitra, fucili e bombe a mano. Nella Sicilia di quegli anni, la mafia, i servizi segreti italiani e americani, la massoneria, politici corrotti attuarono una sistematica e violenta azione terroristica verso il movimento sindacale e comunista. In parole povere si consumavano prove generali di Guerra Fredda e di attacco terroristico dello Stato in collaborazione con forze eversive alla democrazia, alla legalità ed allo stato di diritto. La strage di Portella della Ginestre fu l'episodio più crudo ed eclatante che ha segnato in maniera inequivocabile la stagione politica repubblicana. Durante il processo della Strage di Portella della Ginestre, Pisciotta e gli uomini della banda Giuliano furono condannati. I mandanti politici però non furono trovati. Pisciotta dichiarò:«Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il padre, il figlio e lo spirito santo.»
Quando minacciò di dire tutta la verità sulla morte di Giuliano, fu avvelenato con un caffè nel carcere di Palermo (come Michele Sindona). Recenti ricerche dello storico Nicola Tranfaglia, del ricercatore Mario J. Cereghino e di Giuseppe Casarrubea (suo padre fu ucciso in un attacco della Banda Giuliano alla Camera del lavoro di Partinico) aprono scenari inquietanti su Portella della Ginestre, secondo le quali a Portella della Ginestre confluirono gli interessi della X Mas di Junio Valerio Borghese, dei Servizi Segreti Usa e latifondisti mafiosi siciliani. La vicenda è molto complessa e non si può esaurire in queste poche righe. Sono coinvolti in questa vicenda diversi personaggi: l'onorevole Dc Bernardo Mattarella (padre del povero Piersanti Mattarella ucciso nel 1980 per il suo impegno antimafia), il ministro degli Interni Mario Scelba. Come visto, da Portella della Ginestre nascono anche i misteri della morte di Salvatore Giuliano e di Gaspare Pisciotta, misteri che attanagliano la vita democratica di questo Paese. A Portella della Ginestre è nato un metodo di gestione dell'avanzata delle sinistre in questo Paese (vedi Piazza Fontana), è nato il metodo di gestione degli equilibri internazionali in Italia.


U me cori doppu tant'anni è a Purtedda enta petri e ‘ntu sangu di compagni ammazzati, recita un sasso che compone il monumento sul luogo della strage

Perchè non tagliammo la testa al Re?



Un vecchio sociologo che ho conosciuto ai tempi dell'università, quando parlava del nostro paese, della formazione del nostro Stato, della resistenza e dell'incapacità di effettuare delle cesure con il passato diceva sempre:«I francesi hanno tagliato la testa al re. Noi no».

I Savoia non hanno fatto l'Italia, ma hanno allargato il Piemonte conquistando il Regno delle Due Sicilie (non sono filoborbonico, non sono monarchico) e con la scusa del brigantaggio hanno represso i contadini. Hanno condotto l'Italia nella prima guerra mondiale, considerata da alcuni storici la quarta guerra d'indipendenza.
Hanno consegnato il paese nelle mani di Mussolini rifiutando di firmare lo stato d'assedio il 28 ottobre del 1922 durante la marcia su Roma. L'8 settembre del 1943 sono scappati a Brindisi dopo la firma dell'armistizio. Oggi vincono un reality. Non contenti tornano a fare politica candidandosi alle elezioni europee. Insomma, qualche responsabilità storica ce l'hanno. Ma avere senso storico oggi non si addice molto al nostro paese. Forse se avessimo tagliato la testa al re, qualcosa di diverso sarebbe accaduto. Caro professore, aveva ragione lei.




Emanuele Filiberto e Lorenzo Cesa (UDC)