martedì 20 aprile 2010

«E a Palermo che birra bevete?»

Palermo, ore 22 circa
È sera, ma fa caldo come se fosse mezzogiorno. Siamo ad agosto. Alessandra è andata a dormire. È stanca. Oggi è stato un lungo giorno.

Parecchie ore prima
Dormiamo in un ostello nel cuore di Ballarò. Dalla stanza da letto si vede la cupola della chiesa del Carmine. Dalle macchine e dalle finestre la colonna sonora che attraversa la città è la musica napoletana neomelodica. Sui muri scorticati e degradati decine e decine di manifesti annunciano i concerti di Gianni Celeste, Mauro Nardi, del piccolo Patrizio, di Gianni Antonio, Gianni Nani, Marco Bologna, Gianni Vezzosi, Tony Colombo e altri ancora. Nino D’Angelo è stato qui a cantare a luglio per la festa di Santa Rosalia. La ragazza della reception ci dice che Nino è un mito a Palermo.
Prendiamo la macchina. Oggi dobbiamo andare a Corleone e Portella della Ginestra.
Sentivo la necessità vitale di vedere il paese di Liggio, Riina e Bagarella. Dovevo andare a vedere il luogo in cui erano stati uccisi quei poveri contadini. 
Tra Palermo e Corleone ci sono circa 50 km. Passiamo attraverso la campagna che divide la città dai paesi vicini. Per parecchi chilometri non si incontra anima viva, le strade sono piene di buche, piccole interruzioni, asfalto irregolare e le curve non finiscono mai. Se incontri un trattore o un camion devi solo sperare che ti facciano un segno di via libera con il braccio, così acceleri e con il groppo in gola puoi sorpassare. I cartelli indicano: Camporeale, Roccamena, Bisacquino, San Giuseppe Jato. Sono al volante di una Punto con i cerchi in lega, l’impianto a gas e l’aria condizionata che io odio. Mi toglie il respiro. Finalmente si inizia a vedere Corleone. Per il paese c’è poca gente ma pensi di avere mille occhi addosso. Attraversiamo il corso cittadino, via Bentivegna, e andiamo nella zona del calvario. Una croce sovrasta il paese e da lì Corleone sembra immerso nel Far West. Il sole è alto, ma l’aria non è così insopportabile. Torniamo indietro e parcheggiamo nella piazza davanti al comune. C’è una libreria, nella sua vetrina numerosi libri di mafia e camorra. Sulle mura di un tabacchi le immagini de Il Padrino di Francis Ford Coppola. Qualche turista americano scatta fotografie. Mangiamo un pezzo di pizza e camminiamo un po’ per i vicoli. Ecco la vecchia sede dell’Ospedale dei Bianchi, dove un povero pastorello fu ucciso con una siringa dal medico capomafia Michele Navarra. La sua colpa era stata di vedere il corpo del sindacalista Placido Rizzotto mentre veniva trasportato alla Rocca Busambra per essere gettato giù per una scarpata. Era il marzo del 1948. A pochi passi Via Rua del Piano, dove nacque Totò Riina. Ecco la sede della Cgil di Corleone intitolata al povero Rizzotto. Quando morì il segretario della Camera del Lavoro di Corleone divenne un giovane Pio La Torre. Le indagini sull’omicidio le condusse un capitano dei carabinieri venuto dal Nord. Si chiamava Carlo Alberto Dalla Chiesa. Dalla Chiesa individuò in Luciano Leggio detto Liggio, u sciancato, il colpevole di quell’efferato omicidio. Strano destino. Anni dopo Pio La Torre, segretario regionale del Pci, fu ucciso con il suo uomo di scorta a Palermo da sicari corleonesi. In quei giorni Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’eroe nazionale della lotta al terrorismo brigatista, era stato nominato prefetto di Palermo. Dalla Chiesa rimase in carica circa 100 giorni. Le stesse mani che avevano ucciso La Torre e il suo segretario Rosario Di Salvo uccisero anche lui, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. I viddani corleonesi avevano fatto strada, da Corleone erano andati alla conquista della città con ferocia ed astuzia. Quanto sangue. Quanti morti. Quante lacrime. Quante ingiustizie. Quanti misteri. Nella testa scorrono immagini di morte. Il tempo sembra fermarsi.


Corleone

È ora di andare, abbiamo pochi giorni di vacanza e i progetti sono tanti. Alessandra mi abbraccia. Compriamo una bottiglia di acqua fresca e ripartiamo. Destinazione Portella della Ginestre, località in comune di Piana degli Albanesi, dove fanno i cannoli più buoni di tutta la Sicilia. Passiamo per il paese di San Giuseppe Jato. Le auto e i motorini che incontriamo nel paese sembrano quasi fermarsi e seguono la scia della nostra macchina con lo sguardo. Sembra una frase fatta, ma la Sicilia è di una bellezza struggente. Il sole batte forte. Eccoci a Piana degli Albanesi, dove vive una comunità arbëreshë e le insegne stradali sono in doppia lingua. “Portella delle Ginestre-Portelja e Gjinestrës” recita un cartello. Non passiamo per il centro storico, dobbiamo andare a Portella della Ginestre. Le strade sembrano tutte uguali e il paesaggio non cambia. Curva dopo curva mi sento nervoso. Dov’è il luogo in cui si consumò il primo episodio di strategia della tensione? Alessandra dice di stare calmo e che lo troveremo. Abbiamo una cartina della Sicilia. Portella delle Ginestre è segnalata, ma in quel momento sembra di cercare l’ago in un pagliaio. Alessandra dice che forse ci siamo allontanati troppo. Proviamo a tornare indietro. Le donne hanno spesso ragione. Il luogo della strage ce lo siamo lasciato alle spalle senza accorgercene. La frenesia e il nervosismo annebbiano la vista. Qualche mucca pascola laddove sorge un monumento sobrio e significativo. Su grandi pietre ci sono scolpiti i nomi dei morti di quella strage: Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Di Salvo Filippo, Di Maggio Giuseppe, Intravaia Castrense, Gripò Giovanni, La Fata Vincenza. Su un’altra pietra c’è un poesia: U me cori doppu tant’anni è a Purtedda. Enta petri, enta sangu di cumpagni ammazzati. Un altro masso recita: 1 maggio 1947. Qui celebrando la festa del lavoro e la vittoria del 20 aprile su uomini, donne, bambini di Piana, S. Cipriello, S. Giuseppe si abbatte il piombo della mafia e degli agrari per stroncare la lotta dei contadini contro il feudo. Ci sono anche piccoli arbusti di ginestre. Strappo un ramoscello, lo do ad Alessandra e le scatto una fotografia. Essere giunti lì mi calma. Le immagini in bianco e nero del film di Rosi Salvatore Giuliano diventano accese immagini a colori. Nel cielo poche nuvole bianche fanno da punteggiatura ad un cielo di un azzurro intenso. La prima strage di stato si è consumata qui il 1 maggio 1947 durante la festa del lavoro. I socialisti e i comunisti avevano avuto un buon successo alle elezioni regionali del 20 aprile. La mafia, gli agrari e forze reazionarie non potevano tollerare l’avanzata di contadini che chiedevano pane, terra e lavoro. In quel maggio De Gasperi doveva andare in America a prendere l’assegno del Piano Marshall. Usa ed Urss si spartivano il mondo. L’Italia era nel blocco occidentale, aveva perso la guerra, gli americani l’avevano liberata dal nazifascismo e la mafia italo-americana aveva consentito alle truppe Usa di sbarcare in Sicilia e di risalire la penisola. Il gangster Vito Genovese era l’interprete del generale Charles Poletti. Salvatore Giuliano, per anni considerato l'unico responsabile di quella strage, fu trovato ucciso il 5 luglio del 1950 a Castelvetrano. Tommaso Besozzi, inviato de L’Europeo, di fronte al cadavere del bandito, scrisse: «Di sicuro c’è solo che è morto». Giuliano custodiva il segreto di quella strage, come lo custodiva Gaspare Pisciotta, suo cugino e suo luogotenente, che un giorno minacciò di rivelare la verità su Portella delle Ginestre e su Giuliano. Dirà: «Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il padre, il figlio e lo spirito santo». Una mattina Pisciotta bevve un caffè nella sua cella dell’Ucciardone, il carcere borbonico di Palermo. Capì di essere stato avvelenato. Si attaccò ad una bottiglia di olio con la speranza di vomitare e morì.
Nella testa il cerchio si è chiuso e sembra di aver digerito un pranzo indigesto.
Possiamo andare via.

Sulla strada di ritorno per Palermo c’è Monreale. Il duomo merita di essere visitato.


Portella della Ginestra

Palermo, ore 23 circa
Alessandra dorme, io guardo fisso il soffitto di quella stanzetta. Le lenzuola sono bollenti. Sono stanco, la testa mi scoppia ma il sonno non arriva. Mi faccio un’altra doccia fredda, mi vesto ed esco. Ho fame. Entro in un forno che sta chiudendo. Entrano dei ragazzi e uno dice al proprietario: «Sempre a disposizione». Lui risponde: «Non pigghiare p’o culo». Da mangiare c’è poco o nulla. Vago per Ballarò. In una piazzetta adibita a campo sportivo si gioca a pallone un’interminabile partita senza arbitro, fuorigioco e minuti di recupero. Qui Roberto Faenza ha girato la scena dell’omicidio di Don Puglisi, il prete del quartiere Brancaccio, nel film Alla luce del sole. Trovo una friggitoria aperta piccola e stretta. Credo che faccia caldo come in un’acciaieria. Ordino una porzione di patate fritte, cazzilli e panelle.
«Da bere niente?», mi rimprovera il ragazzo dietro il bancone.
«Una birra.»
«Che birra?»
«Una Peroni», rispondo senza neanche pensarci su.
«Napoletano? »
«No. Perché? »
«A Napoli bevono la Peroni. Io ci ho fatto il militare a Napoli. Bella Napoli.»
«Bellissima. E a Palermo che birra bevete?»
«Quella che capita»

sabato 17 aprile 2010

«Como se dice culo in italiano?»



La radiocronaca è di Victor Hugo Morales
Il brano è tratto da Miracolo a Barcellona: battiamo l'Argentina!, di Gianni Brera

Alla ripresa, gli argentini sono tornati a mordere chi li mordeva e d'un tratto Tardelli ha avuto l'ispirazione di unirsi a un'avventura in attacco di Graziani, Conti e Antognoni: l'ultima apertura, verso sinistra è stata proprio di Antognoni: Tardelli vi è balzato sopra e lanciandosi in corsa ha confuso Fillol con un diagonale basso che aveva tutte le stigmate della miglior carogneria contropiedistica italiana.
Ferocissimi ringhii si sono sentiti allora. Erano dei campeones del mundo en carica. Maradona si è fatto conoscere da Zoff con una punizione da fuori che non ho visto nemmeno io, non parliamo del nostro portiere: la palla ha fatto rimbombo sul palo ed è schizzata tanto fuori che io ho compatito Maradona, e il mio vicino di Baires ha detto ringhiando a sua volta: como se dice culo in italiano?

C'è stata una prodezza di Zoff su incornata di Passarella da vicino (punizione di Olguin), poi è capitato a Graziani, l'irriducibile, di conquistare una palla a Gallavan e di trovare Rossi ben appostato e dentro il gioco (mica fuori dal medesimo): Rossi mi ha fatto sperare che gli anni non contino molto più di nulla, ma è andato in bocca a Fillol come capita a certi passerini con i rospi giganti e incantatori: la palla è scivolata a sinistra mentre noi sagravamo in tutte le lingue mediterranee: l'ha agganciata Conti e dopo un numero dei suoi, fra cento punte ostili e maligne, ha porto 'ndrio a Cabrini, lombardo della mia riva: il sinistro di Cabrini è stato vibrato a tempo e luogo, con vigore squassante: Fillol si è inchinato per la seconda volta.

Gli argentini entrano a far male con tanta intenzione che decido di non trattenermi. E li insulto. Passarella staffila di collo esterno sinistro una punizione da fuori che Zoff ha il piacere di non vedere nè partire nè arrivare a destinazione. Immagino si tratti di un piacere e nient'altro.


Il più bel gioco del mondo, Gianni Brera, a cura di Massimo Raffaeli, Bur Rizzoli, Milano, 2007

lunedì 12 aprile 2010

Montevideo, Estadio Centenario

Quando mi mandava in America al seguito della leggenda rappresentata da Muhammad Alì, mi raccomandava sempre: «Cerca di raccontare l'ambiente, il contorno, la filosofia, l'attesa che un campione come lui innesta in quella società. Non ti dimenticare che la telecronaca diretta di Paolo Rosi fa vedere già tutto. Bisogna che racconti quello che non si vede»
Gianni Minà ricorda le parole di Maurizio Barendson

Montevideo, Luglio 2009

Non so come si chiama. Ma vorrei sapere tutto di lui. Quanti anni ha, dove è nato, dove vive, che fanno i suoi genitori, se va a scuola, se ha fratelli o sorelle, dove dorme, cosa mangia e se mangia, come è arrivato fin qui, se tutte le domeniche, quando il Nacional de Montevideo gioca allo Estadio Centenario si ripete la stessa liturgia.

Sotto la Tribuna Colombes, i cori della hinchada del Nacional stordiscono quasi. C'è una porta di ferro arrugginita, con piccoli buchi qua e là. Lui per fortuna non è molto alto. I suoi occhi arrivano perfettamente all'altezza del buco della serratura che non c'è. Sta lì immobile e frenetico. Felpa bianca di ciniglia, pantaloni rossi di tuta, scarpette da ginnastica, orecchie grandi, volto malinconico e sporco. Da quel buco riesce a vedere uno spicchio di campo, dove si muovono i suoi eroi. Avido e curioso, sta lì a seguire la sua partita. Un orecchio alla tifoseria e l'altro alla radio dei ragazzi più grandi alle sue spalle. L'umore della tifoseria conduce la danza delle sue gambe e quando il Nacional buca due volte la rete del Defensor Sporting, la sua gioia sembra controllata. Salta su se stesso e allunga il suo sguardo oltre quel buco. Si concentra per rendersi conto di ciò che è accaduto, ma qui non ci sono replay per apprezzare il gesto tecnico o per verificare un fuorigioco. C'è solo l'urlo della curva che copre anche la radio che gracchia. Sta per calare il buio su Montevideo e sullo stadio dove l'Uruguay si laureò campione del mondo nel primo mondiale del 1930. Si accendono i riflettori, mancano dieci minuti al termine della partita. I poliziotti in sella a cavalli dalla coda ben pettinata vanno a disporsi di fronte alle porte di ingresso. Li seguono i venditori di garrapiñada e manin, con i loro carretti fumanti. Si rianimano anche i venditori di bandiere e sciarpette. La curva del Nacional alza il tono della sua voce. Dietro di lui si asserrano decine di persone. Sembra di vedere la fila di ingresso di diseredati che cercano un pasto caldo in una parrocchia, ma dietro quella porta arrugginita si gioca solo una partita di calcio. Ancora qualche secondo di attesa e si apriranno le porte dello stadio che per qualche minuto avrà il sapore del paradiso. Chissà se il suo volto avrà sorriso.

Vorrei sapere tutto di lui, ma oggi mi basterebbe sapere questo.


Foto di Andrea Meccia - Montevideo, Estadio Centenario