lunedì 12 aprile 2010

Montevideo, Estadio Centenario

Quando mi mandava in America al seguito della leggenda rappresentata da Muhammad Alì, mi raccomandava sempre: «Cerca di raccontare l'ambiente, il contorno, la filosofia, l'attesa che un campione come lui innesta in quella società. Non ti dimenticare che la telecronaca diretta di Paolo Rosi fa vedere già tutto. Bisogna che racconti quello che non si vede»
Gianni Minà ricorda le parole di Maurizio Barendson

Montevideo, Luglio 2009

Non so come si chiama. Ma vorrei sapere tutto di lui. Quanti anni ha, dove è nato, dove vive, che fanno i suoi genitori, se va a scuola, se ha fratelli o sorelle, dove dorme, cosa mangia e se mangia, come è arrivato fin qui, se tutte le domeniche, quando il Nacional de Montevideo gioca allo Estadio Centenario si ripete la stessa liturgia.

Sotto la Tribuna Colombes, i cori della hinchada del Nacional stordiscono quasi. C'è una porta di ferro arrugginita, con piccoli buchi qua e là. Lui per fortuna non è molto alto. I suoi occhi arrivano perfettamente all'altezza del buco della serratura che non c'è. Sta lì immobile e frenetico. Felpa bianca di ciniglia, pantaloni rossi di tuta, scarpette da ginnastica, orecchie grandi, volto malinconico e sporco. Da quel buco riesce a vedere uno spicchio di campo, dove si muovono i suoi eroi. Avido e curioso, sta lì a seguire la sua partita. Un orecchio alla tifoseria e l'altro alla radio dei ragazzi più grandi alle sue spalle. L'umore della tifoseria conduce la danza delle sue gambe e quando il Nacional buca due volte la rete del Defensor Sporting, la sua gioia sembra controllata. Salta su se stesso e allunga il suo sguardo oltre quel buco. Si concentra per rendersi conto di ciò che è accaduto, ma qui non ci sono replay per apprezzare il gesto tecnico o per verificare un fuorigioco. C'è solo l'urlo della curva che copre anche la radio che gracchia. Sta per calare il buio su Montevideo e sullo stadio dove l'Uruguay si laureò campione del mondo nel primo mondiale del 1930. Si accendono i riflettori, mancano dieci minuti al termine della partita. I poliziotti in sella a cavalli dalla coda ben pettinata vanno a disporsi di fronte alle porte di ingresso. Li seguono i venditori di garrapiñada e manin, con i loro carretti fumanti. Si rianimano anche i venditori di bandiere e sciarpette. La curva del Nacional alza il tono della sua voce. Dietro di lui si asserrano decine di persone. Sembra di vedere la fila di ingresso di diseredati che cercano un pasto caldo in una parrocchia, ma dietro quella porta arrugginita si gioca solo una partita di calcio. Ancora qualche secondo di attesa e si apriranno le porte dello stadio che per qualche minuto avrà il sapore del paradiso. Chissà se il suo volto avrà sorriso.

Vorrei sapere tutto di lui, ma oggi mi basterebbe sapere questo.


Foto di Andrea Meccia - Montevideo, Estadio Centenario

1 commento:

  1. Il calcio sudamericano ha conservato quella dimensione popolare,coloratissima ed esclusivissima che,insieme alla spettacolarità dei propri campioni,all'alto tasso di offensività rilevabile in ogni singola partita e a quell'aria malinconica ed eterna propria dell'intero continente,provvede a connotargli un aura di magia che difficilmente i luccichii del mainstream riusciranno mai a corrompere fino all'intima essenza.Mai dire mai,nella vita,ma mi piace pensare al calcio sudamericano,al futbol,come ad uno degli ultimi incrollabili baluardi di uno sport che un tempo fu sangue,sudore,passione e fantasia tutte quanti insieme,e che in alcune parti del mondo si ostina tuttora ad esserlo.Sarò romantico ed ingenuo,ma mi piace pensarlo e continuerò a farlo.Ho bisogno di pensare che ci siano luoghi nel mondo in cui il calcio non sia di certo più vergine,ma quantomeno neanche affetto da sifilide.. Matteo

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