venerdì 28 maggio 2010

Un festival dell'impegno, una voce di libertà

Articolo pubblicato su www.articolo21.org

I Quartieri Spagnoli di Napoli, Casalnuovo, Ottaviano, San Cipriano d’Aversa, Sessa Aurunca, Castel Volturno. Un elenco di luoghi di cui i media ci restituiscono solo un'immagine dolente, temibile e insanguinata. Realtà in cui i taccuini dei giornalisti e le telecamere delle tv giungono quando i morti superano il livello di tollerabilità del silenzio. Luoghi simbolo della sconfitta quotidiana dello Stato e della convivenza democratica, ma da cui oggi provengono messaggi carichi di concreta speranza. È qui che batte il cuore sano ed energico di una società civile che sa essere segno di rottura, che manda robusti segnali di contraddizione innanzitutto a se stessa e che denuncia il potere della camorra. Questi territori sono in questi giorni (24-30 maggio) il teatro del Terzo Festival dell'Impegno Civile - Terre di Don Peppe Diana. Già Don Peppino, il prete "donnaiolo" della parrocchia San Nicola di Casal di Principe, che nel 1991, tre anni prima di essere ucciso da un commando camorrista il 19 marzo del 1994 (il giorno del suo onomastico), aveva scritto che la camorra era «una forma di terrorismo che incute paura e impone le sue leggi» nel documento Per amore del mio popolo non tacerò. Il Festival, organizzato da Libera Caserta e dal Comitato Don Peppe Diana sotto la direzione artistica di Pietro Nardiello, ha un ricco e articolato programma (si va dall'audio documentario Parole fuori dal vulcano trasmesso su Radio Tre Rai, al tributo a Miriam Makeba a Castel Volturno, dal concerto della Band di Don Peppe Diana con Carlo Faiello e la Nuova Compagnia di Canto Popolare al conferimento di premi per la libertà di stampa e per la difesa dell'ambiente) e gode della collaborazione di importanti e autorevoli partner (l'Ente Nazionale Parco Vesuvio, l'Archivio Storico della Canzone Napoletana, Radio Tre Rai, la Fondazione Premio Napoli, la Fondazione Mimmo Beneventano e il Coordinamento Libero Grassi). È un Festival che, svolgendosi interamente in terreni e edifici confiscati dallo Stato alla camorra, strappa ai clan i luoghi e i beni simbolo del loro potere economico e criminale. Andare a discutere di legalità nel Castello Mediceo di Ottaviano, il vecchio quartier generale della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, è atto concreto e simbolico di inestimabile valore. La convinzione che alla forza della camorra e delle organizzazioni criminali di tipo mafioso non ci si possa opporre viene così distorta. La loro invincibilità sviene smitizzata. L'avvenuta riappropriazione e modifica della destinazione d'uso di uno spazio-simbolo del potere criminale è il messaggio che lo Stato con le sue energie e le sue leggi ha gli strumenti per mettere in ginocchio le mafie. Il tabù è rotto e infranto. Il Festival fa luce dove domina l'oscurità e fa sentire una voce di libertà dove domina il silenzio della paura. Il teatro delle sue attività presenti e future sono le Terre di Don Diana, terre immaginarie e concrete in cui il movimento antimafia fa crescere un fiore in ricordo di ogni sua vittima innocente. Avvicinandosi al Festival, si scopre una società civile composita ed eterogenea che di tacere non ne vuol sapere. A tacere colpevolmente è chi su questo popolo sceglie di non puntare riflettori e microfoni.

'A Flobert



Non erano più contadini, non erano ancora operai, Luigi Necco

venerdì 21 maggio 2010

Paccheri alla camorra nel nome di Don Diana

Mercoledì 19 maggio presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati è stata presentata la terza edizione del Festival dell'impegno civile - Terre di Don Peppe Diana, promosso da Libera Caserta e Comitato Don Peppe Diana. La kermesse, in programma dal 24 al 30 maggio, si svolgerà interamente in territori confiscati alla camorra nei comuni di Napoli, Casalnuovo, Ottaviano, San Cipriano d’Aversa, Sessa Aurunca, Castel Volturno. A sposare il Festival quest'anno sono l'Ente Nazionale Parco Vesuvio, l'Archivio Storico della Canzone Napoletana, Radio Tre Rai, la Fondazione Premio Napoli, la Fondazione Mimmo Beneventano e il Coordinamento Libero Grassi. A presiedere la conferenza stampa c'erano Beppe Giulietti, onorevole e portavoce di Articolo 21; Fabio Granata, vicepresidente Commissione Antimafia; Pietro Nardiello, direttore artistico del Festival; Valerio Taglione, coordinatore Libera Caserta; Isaia Sales, storico della criminalità organizzata; Marcello Ravveduto, comitato scientifico del Festival dell'Impegno Civile.

Anche i terreni dalla crosta apparentemente inscalfibile e arida sono in grado di dare i loro succosi frutti se i semi piantati vengono curati con attenzione e se la terra offre loro un cuore ricco e fertile dove poter crescere e germogliare. Questo sta accadendo al Festival dell'impegno civile - Terre di Don Peppe Diana, che di semi ne ha piantati nel nome del sacerdote ucciso il giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994 a Casal di Principe. E alla buona semina, per fortuna segue un ottimo raccolto. Tocca al direttore artistico Pietro Nardiello illustrare con soddisfazione e orgoglio il ricco programma del Festival. Fra i numerosi appuntamenti spiccano il concerto della band musicale delle terre di Don Peppe Diana (con Carlo Faiello; Antonella Morea; Corrado Sfogli e Fausta Vetere della Nuova Compagnia di Canto Popolare), il tributo a Miriam Makeba a Castel Volturno (ancora con la Band di don Peppe Diana e Carlo Faiello, i Kalifoo Ground System, Patrizio Trampetti, Letti Sfatti) e l'audiodocumentario Parole fuori dal Vulcano, un percorso socio-culturale nel mondo della canzone napoletana in onda su Radio Tre Rai e il profanamento del castello mediceo di Ottaviano, il vecchio quartier generale del boss Raffele Cutolo, oggi sede del Parco Nazionale del Vesuvio, dove verranno assegnati premi per la libertà di stampa e per la difesa dell'ambiente. Ma alla concretezza, gli organizzatori del Festival continuano a affiancare l'uso di parole cariche di simboli e ricche di speranza. Durante la conferenza stampa, segnata dalla notizia della morte in Thailandia del fotografo Fabio Polenghi e dall'imbarazzante questione Rainews24, l'onorevole Giulietti invita gli operatori dell'informazione a "bucare il silenzio", a "dare attenzione mediatica alle mafie, alla guerra in Afghanistan, alle morti sul lavoro", a "illuminare tutto ciò che è oscuro". Fabio Granata sottolinea l'importanza della cultura come "strumento in grado di ricucire l'identità violentata dei luoghi vittime della violenza mafiosa". "Le terre di don Peppe Diana sono tutte le terre dove la lotta alla mafia conta i suoi morti innocenti" dice Marcello Ravveduto, coautore con Pietro Nardiello dell'audiodocumentario in onda su Radio Tre Rai. Per lo storico Isaia Sales "il successo delle mafie sta nel consenso che esse godono presso i non mafiosi. E per questo è fondamentale il riuso dei beni confiscati. Il bene di un mafioso è il simbolo del suo potere, del suo prestigio, della sua ricchezza. Nel momento in cui questo bene va nelle mani dello Stato, ne viene modificata la percezione sociale". Tocca a Valerio Taglione, rappresentante di Libera Caserta, salutare lasciare tutti con piacevole ironia. "In dialetto napoletano i paccheri sono sinonimo di schiaffi, ceffoni, sberle. E la camorra di paccheri alla società civile e alla convivenza democratica ne ha dati sempre tanti. Ma in Campania i paccheri sono anche un ottimo formato di pasta. E nelle terre confiscate alla camorra, nascono i Paccheri di don Diana e ci auguriamo di poter dare noi tanti paccheri alla camorra e di poterci liberare un giorno del suo peso soffocante".

Per info:
http://www.liberacaserta.org/images/festivalimpegno01.pdf
festivalimpegnocivile@gmail.com
festivaldonpeppinodiana@gmail.com

venerdì 14 maggio 2010

Una piacevole agonia

Buenos Aires, Avenida Corrientes Agosto 2009

El humo del cigarillo hizo amarga mi boca y ácida mi saliva. Pareció nublar mi mirada, pero quería que nunca terminara...
A.L'.M.

Si dice che partire sia sempre un po’ morire. L’ultima notte che ho passato a Buenos Aires, la morte me la sono sentita dentro. Si dice anche che nell’agonia tutto il film della vita ti passi nella mente e davanti agli occhi. Nella lenta agonia della mia permanenza in Argentina, il film dei tre mesi vissuti nella città porteña si materializzò più volte.

L’ultima sera andammo a mangiare in Avenida Corrientes, nel ristorante Los Inmortales. Alessandra era indecisa nel come salutare la città. Le opzioni erano tre: porzione di pizza che traboccasse mozzarella da Guerrin, pizzeria genovese aperta nel 1932; un bel bife de lomo o un piatto di gnocchi con il sugo alla bolognese. La scelta era ardua, perché i sapori porteñi ci avevano conquistato. Ci siamo fatti due conti e abbiamo optato per gli gnocchi. A me la pizza non andava e da Guerrin è bello mangiare veloce e in piedi, rincorrere la mozzarella che ti scappa allungando il collo, scolarti una birra e poi passeggiare. La carne l’avevamo mangiata per l’ennesima volta, ottima e abbondante, da Zio Dario, il fratello di nonno Settimio. Gli gnocchi li avevamo già provati, erano ottimi. D’altronde con carne di quella qualità, un sugo alla bolognese non poteva che essere notevole. Ernesto mi chiese se il sugo alla bolognese sia il ragù e per rispondergli mi toccò scomodare Eduardo che avrebbe detto: «Ernè, il cuoco de Los Inmortales fa 'a carne c' ' a pummarola». Eduardo avrebbe avuto ragione, ma quel sugo era delizioso. Il posto ha il sapore di essere fermo nel tempo ed è un piacere mangiare circondato dalle immagini degli eroi immortali argentini. Questo è un Paese di leggende e Buenos Aires assume spesso un’aria fantasmagorica nella quale sembrano danzare i suoi miti.

Dopo la cena bella e nostalgica, dovevamo scegliere un caffè dove andare a scolare un whisky, un cocktail, un qualcosa per digerire. Io mi sono innamorato della Confiteria La Giralda, e poi avevo fatto amicizia tacita e cortese con un suo cameriere. Non so che basi scientifiche abbia la fisiognomica, ma a Buenos Aires i camerieri con la faccia che hanno sembra non possano far altro che quel mestiere nella vita. Li adoro. Sono amabili e gentili, sentono la missione del loro lavoro, ti servono con attenzione, ti aprono la bottiglia della bevanda che hai ordinato e ti versano nel bicchiere da bere. Ernesto però voleva andare al Cafè La Paz, all’angolo tra Montevideo e Corrientes. Lì c’è una sala per fumatori e una gran finestra che dà sulla strada. Lui ama stare seduto e osservare il mondo che cammina. Dentro di me si agitava un disperato bisogno di recarmi a La Giralda, ma con Alessandra decidemmo di accontentarlo. Io non sapevo cosa ordinare, mi sentivo a disagio. Avevo bisogno di salutare Buenos Aires. A modo mio. Solo. Dovevo confessarle il mio amore e prometterle che sarei tornato.

Ad un tratto mi alzai e uscii. Alessandra mi seguì con lo sguardo e capì tutto. Sapeva già perfettamente tutto quello che avrei fatto e non mi rincorse. Andai in un chiosco e comprai un pacco di Next, con gli ultimi spiccioli. Mi diressi senza esitare un attimo a La Giralda. Nonostante il pieno inverno, erano due giorni che a Buenos Aires era scoppiato un caldo piacevole e improvviso e c’erano dei tavolini all’aperto. Mi sedetti. Il mio amico cameriere venne da me e ricordandomi che mi aveva già visto nel pomeriggio.
«Paso de Los Toros con Gin, yelo y lemon, señor», ordinai deciso.
«Muy bien, caballero. Hay lugar dentro. Acá te cobran el 30% más»
«No hay problema, muchas gracias»
«Tiene razón, acá se puede fumar y se puede mirar la luna».

Diedi le spalle all’obelisco, a pochi metri c’era la fermata Uruguay della metropolitana. Cumuli di immondizia e una luna piena dominavano su Corrientes. Accesi la prima sigaretta. La fumai tutta fino al filtro. Ne accesi una seconda. In totale ne accesi sei. Una dopo l’altra. Senza fermarmi. Guardai la strada. Circolavano solo taxi in cerca di attori e spettatori dei teatri della Broadway porteña da accompagnare a casa. Passavano cartoneros e mendicanti che frugavano negli scarti della metropoli. Ancora qualche edicola aperta, librerie illuminate a giorno e giovani dallo sguardo duro a litigarsi cabine telefoniche da tappezzare con annunci erotici, popolavano la scenografia davanti ai miei occhi. Scolai senza pietà l’acqua tonica con il gin e ne ordinai subito un’altra. Avenida Corrientes con la sua ineleganza mi stregò per l’ennesima volta. Il cameriere mi guardò, come se avvertisse che quella era l’ultima volta che mi avrebbe visto.
«¿Hace mucho que trabaja acá?», gli domandai
«11 años, señor. Empecé a trabajar de muy joven en la gastronomia. Antes trabajé 15 años en Montevideo 2700, cerca de los Tribunales, un lugar hermoso. Este es un lugar historico. No se puede modificar, es patrimonio historico de la ciudad. Nació así en los años 30. Bueno, como le dicia ante, hace casi 30 años que trabajo. Como contribución estoy muy bien, pero, para jubilarme, me falta la edad».

Mi ricordai che in una delle freddissime notti di luglio, mi rifugiai qui. Il cameriere era di turno e mi aveva servito lo stesso cocktail. Era arrivato con consumata maestria con il vassoio di lamiera, la bottiglia di gin, la bottiglia di acqua tonica, il contenitore del ghiaccio, il piattino con le fette di limone infilzate da uno stuzzicadenti e un vecchio misurino.
«El noticiero dijo que esta noche puede nevar también en Capital», mi disse.
«Hoy nevó en Cordoba», risposi.
«¿Sos del interior?» .
«No, soy italiano», tagliai corto brillo e assonnato.

Continuai a guardare la luna. Il giorno dopo sarei tornato in Italia.
Pagai il conto e salutai silenziosamente La Giralda e il mio amico cameriere.
«Tornerò», urlai dentro di me.
Quello che dovevo dire a Buenos Aires, l’avevo detto senza rendermene conto.
L’aria era fresca e piacevole.
Al Café La Paz Ernesto e Alessandra conversavano amabilmente. Era bello guardarli dalla strada.
«¡Rulo, una moneda!», mi chiese un senzatetto barbuto e con i riccioli bianchi.
Era la quarta volta che mentre camminavo per Corrientes mi chiedeva di dare un senso alla sua dannata esistenza con quelle parole.
Faceva leva sulla solidarietà capelluta e sapeva che non avrei mai potuto rifiutare.