lunedì 26 luglio 2010

La dittatura della nostalgia, di Ezio Abbate Abbate

Pochi minuti dopo la sonora sconfitta rifilata dalla Germania all'Argentina nei quarti di finale degli ultimi mondiali sudafricani (4 reti a 0), scrissi sulle pagine di questo blog un post intitolato Diego, grazie lo stesso. Era un piccolo e istintivo grido di sofferenza, un lamento figlio di una colpevole innocenza.
Un mio caro amico legge quelle parole e qualche giorno dopo mi dice:"Avevo pensato di scrivere un commento al tuo post su Dieguito, ma mi sono accorto che le mie parole andavano al di là di un semplice commento. Non so, se vuoi te le invio lo stesso".
"Qualunque cosa tu abbia scritto, la pubblicherò con piacere. Sono contento di poter ospitare sul mio blog uno spazio di riflessione", ho risposto con soddisfazione.
Ed ecco riportata qui di sotto la sua replica. Si tratta di un immaginario carteggio apparso su un piccolo giornale di Buenos Aires (il Ferrocarril) fra un Maradona ritrovatosi Uomo dopo le sberle teutoniche e il direttore del giornale, un giornalista italo-argentino.
Buona lettura
A.L'.M.
P.S. Dio è nudo. Viva l'uomo!


La dittatura della nostalgia


Lettera al direttore

“Confesso di aver goduto di fiducia incondizionata.
L'incondizionato è affar di santi, e a me, addirittura, mi tocca esser considerato dio.
Con un tocco di mano invisibile feci gol agli inglesi, beffai la legge e quella fischiettante appendice che è l'arbitro, e quel giorno smisi di essere umano.
Dissi che era stata la mano di dio e mi credettero.
Smisi di essere umano e, a cominciare dalla mano, diventai divino.
Anche perché subito dopo il gol di mano, ne feci un altro che solo un dio poteva permettersi.Sono el Diego e ieri sono tornato uomo.
C'è chi dirà che sono tornato uomo anni fa, durante le mie molte immersioni nel baratro.
C'è che dirà che sono tornato uomo quando sparai colpi d'aria compressa contro i giornalisti.
Quando mi condannarono moralmente e legalmente per i tiri di coca e le evasioni fiscali.
Per l'evasione sentimentale verso mio figlio che non ho voluto riconoscere come mio figlio.
Quando arrivai a pesare come una montagna, un tricheco senza zanne, che neanche gli occhi riuscivo più ad aprire completamente e rischiai di morire affogato nel mio vomito.
Ma ve lo dico io, è ieri che sono tornato uomo.
E vi svelo anche il momento preciso in cui questo è successo. Il momento in cui, senza più un barlume di speranza, senza nessuna lucidità tattica, senza uno straccio di volontà strategica, mentre stavo mandando in campo il mio genero Aguero, mi sono nascosto dietro le sue spalle, per non vedere.
Per non vedere la nationalmannschaft fare a pezzi la mia albiceleste.
Può un dio nascondersi dalla paura?
Dovreste chiedervelo.
Io me lo sono chiesto.
Solo un uomo può nascondersi dalla paura.
Perché la paura è un meccanismo di difesa dei vivi e un dio non è un vivo, è solo l'interruttore che ha acceso la luce sul mondo.
Ed eccomi, dunque, per quel che finalmente sono tornato ad essere.
Uomo.
Ma siete voi che dovete capirlo.
Voi che mi avete accolto al ritorno dalla disfatta come un vincitore, voi che continuate a vedere in me un passato che non c'è più, voi che continuate a mettermi in sella al vostro futuro.
Avete sbagliato a darmi fiducia incondizionata ed io ho sbagliato ad obbedire all'abbaglio.
Ma ora non farò più questo errore.
Non so voi, ma io non più.
Gli idoli vanno bene, così come vanno bene le passioni.
Sono le idolatrie e i passionari, il problema.
Non è dolce essere unici, ci si sente troppo soli e non se n'è accorto nessuno che io mi stavo torcendo dal dolore, nessuno si è accorto che se mi son messo a fumare il sigaro durante gli allenamenti, se ho proposto il gioco delle pallonate contro la squadra che perdeva la partitella, se mi mettevo in mezzo al campo a toccare palloni con i giocatori, se durante le partite, a bordo campo, scattavo verso ogni pallone che finiva nell'area tecnica per toccarlo e rimandarlo in campo, era solo perché non volevo più sentirmi solo.
Credetemi, questa volta, e smettetela di accendere ceri, fare preghiere, versare lacrime, ridurmi a santino.
Io ho bisogno di sentirmi vivo e non immortale, vivo ed immorale, proprio come siete voi, i vivi.
Non uccidetemi con la vostra venerazione, non vedete che ho voglia di vivere? Non vedete che mi sono piegato al volere delle mie figlie e mi sono lasciato insaccare in un budello catarifrangente, con cravatta d'alluminio e camicia bianca? No, non lo avete capito e addirittura ora quella maledetta catarifrangenza va a ruba sugli scaffali dei negozi, venduta a 3.600 pesos, che diventano 5.630 se la abbinate alle scarpe e alla cintura che ho indossato io.
Posso capire che, obnubilati dalla mia venerazione, non avete visto i miei macroscopici errori, e neanche le tonnellate di ingenuità. Ma almeno, mi chiedo e vi chiedo, l'avete vista la cattiveria con cui ho torturato Diego Milito? Avete idea di quanto io lo abbia fatto soffrire lasciandolo a sfrigolare sulla panchina? L'ho fatto sfrigolare ad oltranza e come è possibile non accorgersi dell'oltranza?
Non mi resta che la supplica e a voi non resta che credermi.
Io sono el Diego e il dieci marchiato a fuoco sulla schiena sono semplicemente io senza quel masso ciclopico della lettera d”.
El Diego

Caro Diego, si sa, la sincerità non è una esperienza a buon mercato, o viene percepita come debolezza o come arroganza, a cui di solito si fanno seguire rispettivamente generose dosi o di pietismo o di disprezzo. A margine della tua lettera, mi tocca ammettere, purtroppo, che lo stesso errore di venerazione lo abbiamo fatto anche noi italiani, che all'indomani dalla cocente eliminazione dall'Europeo 2008 per piede dei rigoristi spagnoli ma soprattutto per il piedino provinciale e fragile di Di Natale, ci siamo ritrovati, chi silenzioso, chi a lingua spianata, a condividere il rassicurante bisogno di coprirci sotto la coperta del padre. Quel padre che due anni prima ci aveva accompagnato sul tetto del mondo e non per aggiustare l'antenna, ma per piantare la bandiera, infilzarla, depositarla.
Marcello Lippi è stato invocato dalla paura di continuare a perdere affidandosi alla sicurezza del vincitore, al sicuro.
Il sicuro della coperta del padre.
Perché nessuno ha il coraggio di dirlo, ma la santità, la fede, la fiducia incondizionata, l'osanna nell'alto dei cieli, sono l'esatta negazione dell'uomo in quanto negazione del suo principale privilegio: il suo limite.
Un esempio?
Diego Milito.
E' lui l'uomo negato.
Riesce qualcuno a immaginare cosa abbia mai potuto provare a starsene seduto in panchina, ai margini di questo mondiale mediocre di giocatori con le gambette al rallentatore, giocato come su una trappola vischiosa per topi, dove i topi non sono reietti ma stelle?
E lui lì, Milito, il principe di professione, l'assassino di difensori e portieri per costituzione, che impotente guardava Higuain aggirarsi trasparente per il campo di battaglia, al posto suo, a metter passi sulle zolle che avrebbero dovuto esser sue, a ricever palloni che avrebbero dovuto esser suoi.
Ovviamente Lippi non è Maradona, ma gli argentini sono come gli italiani.
Condividono la medesima tempra cattolica con la sua parata di santi e santini, e il suo eterno bisogno di tenersi sempre a portata di mano robuste scale per salire velocemente in cielo.
La celebrazione della tempra cattolica che instaura la dittatura della nostalgia.
La nostalgia dei passati fasti, che passati non si vuol creder.
La nostalgia che orienta il cervello verso il passato e che ti obbliga a guardarti alle spalle.
In direzione opposta rispetto al futuro, ignorando il presente.
E poi ti ritrovi sulla strada i tedeschi.
Quei tedeschi che da buoni protestanti non conoscono il perdono perché non conoscono araldi, intermediari, broker, santi.
Tra i tedeschi e dio non ci sono scale ma solo il vuoto del cielo, che può farsi efficientissimo conduttore di tuoni, fulmini e saette o semplicemente di raggi di sole.
Dipende dalle giornate.
Quei tedeschi che sanno di potersi salvare solo con le azioni, con i fatti, i risultati, e non con il pentimento che segue ad un errore.
Se sbagli sei fuori, feroce ma onesto sillogismo.
Non puoi pentirti, perché sei fuori.
E se sei fuori puoi solo pensare ad un modo di rientrare.
E si rientra solo con la costruzione di un futuro.
E allora eccoli i tedeschi che ti attaccano sul campo di battaglia con la loro organizzazione da orchestra di orologi svizzeri.
Svizzeri, gli orologi dell'orchestra, non per via della tradizione artigianale, ma per la neutralità che contraddistingue la storia di quella nazione.
Neutrale come neutrale è un orologio che fa il tempo e niente altro, lasciando all'uomo il dovere di riempirlo con quello stupido magico accumulo di eventi che è la vita.
Gli ingranaggi girano meccanicamente, le lancette obbediscono e la precisione è solo una conseguenza, non una trovata.
La precisione di Mueller, di Friedrich, di Klose, di Özil è stata solo una conseguenza, un effetto, non una causa.
La precisione con cui gli orologi svizzeri hanno ucciso un dio e i suoi filistei semplicemente mostrandogli l'ora, l'ora esatta che spacca i secondi.
L'ora dell'appuntamento con la morte.
E noi italiani e argentini ad aspettare il guizzo di dio e a voltare le spalle al futuro.
Che appartiene a chi vive nel presente e non nel passato.
Ecco perché Maradona è andato fuori e Lippi anche.
Perché dei per allori, hanno creduto al passato e non agli uomini.
Che gli allenamenti argentini li si è svolti fumando sigari e prendendosi a pallonate, come si intuisce, potrà aver contribuito a consolidare la socialità del gruppo, ma non i meccanismi di gioco, quei meccanismi necessari per fare il proprio destino senza subirlo.
Che in Italia si siano convocati giocatori obbedienti e non quelli imprevedibili, come si intuisce, potrà aver contribuito a formare un gruppo saldo, obbediente, che però ha finito per obbedire solamente alla sua mancanza di talento, alla sua mancanza di imprevedibilità.
Che per una squadra latina e cattolica che conta sui guizzi divini significa suicidio.

Amen

giovedì 22 luglio 2010

Strozzateci tutti


Da qualche giorno è on-line il blog Strozzateci tutti. Siamo un gruppo di scrittori che si occupano di mafie, ognuno con la sua sensibilità, la sua capacità analitica, la sua passione civile. Il blog anticipa l'uscita di una antologia prevista nel mese di ottobre per Aliberti Editore. Qui riporto il manifesto attorno al quale ci siamo riuniti.

Il Manifesto

«Essere pro o contro. Oggi la scrittura non sembra concedere possibilità ulteriori. Raccontare o non raccontare; indagare, approfondire, utilizzare i dettagli o rimanere ad un livello di superficie fatto di sensazioni e scoop quotidiani che rincorrono notizie di morti e indagati, e che poco aggiungono alle conoscenze sulle mafie.
Adottare uno stile sensazionalistico che non rischia di essere accusato di antipatriottismo, ma che rischia di celebrare personaggi e comportamenti criminali favorendo più o meno consapevoli meccanismi di identificazione, o scegliere la via dell’analisi del quotidiano, conoscere, osservare, chiamare in gioco anche i nostri modi di essere. Riflettere senza riflettori: cercare i nessi profondi. Sottrarre al racconto ogni intento romanzesco, ogni riferimento casuale, incasellare fatti offrendo una visione di insieme senza infingimenti e storture.
E fare tutto questo utilizzando angoli di visuale differenti e complementari, e confrontarsi su questi punti di vista differenti.
L’idea che muove gli scritti presenti in questo volume è di riunire saperi e competenze, di condividerli senza titubanze né timori perché la condivisione è parte integrante dell’impegno civile. Di proporre una risposta composita e articolata alla composita ed articolata fenomenologia della criminalità. Di mettere a disposizione dei lettori una osservazione partecipata che nasce dal confronto quotidiano con le mafie, di analizzarne il prisma che si declina in ambienti, territori e professioni eterogenee. Indagare i fattori di ordine materiale e culturale, il senso comune dei fenomeni, i riflessi psicologici della condizione di soggiogamento al crimine, cercare le risorse a cui è possibile attingere per liberare le coscienze e i corpi.
Fondare la specificità di un linguaggio data da un’appartenenza territoriale, esprimere una scrittura che affronta il dettaglio, lo vive e non se ne distacca, in una voce composita che non va di fretta per imporsi e dimostrare di sapere, ma che si fa forte e si confronta con i propri dubbi e le molte domande. Un sapere in itinere, in corso d’opera che non si colora di assunti professorali o taumaturgici, ma che si plasma di diversità e incontro.
Una scrittura umana, che non cerca di sfuggire ai suoi limiti ma che è convinta della possibilità di attraversare i confini imposti da redazioni e salotti, “scuole di pensiero”, appartenenze di partito, di cricca o accademiche.
Diffidiamo di chi vuole mettere ordine sempre e comunque, di chi sceglie cosa è importante oggi o domani, di chi decide l’esistenza di una realtà sociale finché gli torna comodo, di chi ha risposte a tutto. Le risposte spesso rassicurano chi ascolta, ma più spesso non sono la verità. E la verità è che non sempre c’è una risposta che può tranquillizzare. Le risposte vivono di semplificazioni, di rinuncia della complessità, fattore indispensabile per capire e raccontare il prisma delle mafie. La sfida è rendere fluida la complessità, capace di attraversare e penetrare spiriti e coscienze.
Sentiamo l’inquietudine dei tempi, crediamo nell’onestà verso il lettore, non scaviamo nel fango per poi esserne sovrani, rifiutiamo la spettacolarizzazione del dolore e conserviamo con rispetto il dolore della violenza della nostra società, quella meridionale, come volontà di difesa di dignità offese.
Sappiamo che la quotidianità della criminalità non si risolve con un libro, ma cerchiamo di mettere un tassello.
Pochi riflettori, molta conoscenza. Svelare la complessità del radicamento criminale ed impedire alle mafie di incidere sulla collettività distorcendo la realtà. Reagire alla rassegnazione del binomio stato/mafie, raccontare come e perché la criminalità organizzata sia entrata nel corpo vivo del paese adattandosi in modo liquido a modelli differenti di organizzazioni, territori, economie e sistemi sociali. Questi gli obiettivi.
Siamo una scrittura che si alza la mattina e si mischia con le storie di tutti i giorni sugli autobus e negli ospedali, nei mutui e alla posta. Che non crede nelle verticalizzazioni e risponde al Sistema illegale con un Sistema legale.
Ognuno con la sua storia da raccontare. Storie che cambiano la società, vissute, sudate, pensate, scritte per davvero. Nessuna tessera, nessuna etichetta di comodità, pensiero libero. Siamo affezionati ai nostri problemi perché sono complessi e perché li viviamo. Siamo coinvolti nelle storie con cui ci mescoliamo e scriveremo perché siamo affezionati alla nostra scrittura arrabbiata, sgradevole, scomoda. In fin dei conti, sincera».

venerdì 9 luglio 2010

Hacias los 30. Parte 2

Era da tempo che non facevo un colloquio di lavoro. In realtà ne ho fatti ben pochi in questi anni di precariato o di attività free lance (che bello darsi un tono e definirsi free lance). Si lavora su segnalazione e conoscenza. Su suggerimento di un amico infedele, avevo inviato il mio curriculum a un sito web di informazione sportiva alla ricerca di collaboratori. Immaginavo che non ci fosse granchè da guadagnare, ma ho pensato che cliccare il tasto "invio" di una mail non mi costava molto e così ho fatto. Come tante altre volte, senza troppe speranze. Invece il curriculum è stato interessante e vogliono spiegarmi il progetto editoriale. Devo aggiungere il loro contatto msn, così potremo chattare e valutare se aderire o meno al progetto. Il carico di lavoro è quasi irrisorio rispetto a ciò cui sono abituato (12 ore settimanlali spalmate su 4 giorni lavorativi), ma per i primi 3 mesi non c'è retribuzione. Se i 3 mesi saranno soddisfacenti percepirò denaro, ma al momento il mio interlocutore non sa nulla circa le condizioni contrattuali. Devo accettare e sperare che le cose vadano bene. E invece non ne voglio sapere nulla. Non si vergognano a disturbare un professionista. Che vadano a morire.

Hacia los 30. Parte 1

Sono giorni che ho un terribile mal di orecchie. Anzi di orecchio. E' l'orecchio sinistro che sento fuori uso. Il mio allegro medico di base non ha voluto neanche visitarmi. "L'orecchio è una cosa delicata. Vada dall'otorino. Com'è il suo nome?". Tre quarti d'ora di fila fra vecchi che sventolavano fogli di carta per sopperire al caldo per avere una ricetta e sentirmi dire che è meglio andare da un otorino. Credo di avere un tappo di cerume. Son 2-3 giorni che metto della cerulisina, ma la situazione non sembra migliorare. Sento solo un fischio sottile e fastidioso che mi provoca anche del mal di testa. Tra un mesetto ormai compirò trent'anni e spero di non arrivare a quel fatidico giorno con questo mal di orecchie, altrimenti non avrò voglia di rispondere a tutte le telefonate di parenti e amici che saluteranno con entusiasmo il traguardo raggiunto. Ma credo che quel giorno spegnerò il telefono. Non avrò voglia di sentire nessuno. Con o senza mal d'orecchie.

sabato 3 luglio 2010

Diego, grazie lo stesso

L'articolo è stato pubblicato su http://www.agoravox.it/Diego-grazie-lo-stesso.html

La volpe tedesca di rommeliana memoria ha fatto un sol boccone dell'allegra brigata argentina. Non è stata una guerra lampo, nonostante il gol immediato del vantaggio teutonico, ma una vittoria gustata con calma e pazienza. L'asado argentino è molto più saporito di un würstel tedesco e richiede tempi di cottura un pò più lunghi. Diego non ha sottovalutato l'avversario, ha forse sovrastimato la formazione che ha messo in campo. Sperava di danzare sull'armata tedesca alternando passi di tango al ritmo tutto cuore e sudore di una cumbia. E invece i tedeschi ingrugniti e agonisticamente cattivissimi hanno cavalcato come valchirie sui timidi argentini. A un altro allenatore ci verrebbe da dire: hai lasciato a casa Zanetti e Cambiasso, hai tenuto in panchina Milito, potevi far entrare Veron, hai insistito con un imbarazzante Demichelis e uno spaesato Otamendi (destinato comunque a una gran carriera da centrale difensivo, non da laterale). Ma a Diego no, certe cose non si possono dire. Lo sapevamo tutti che non era un allenatore come gli altri, nè un selezionatore in grado di guidare una nazionale con tutti i suoi giocatori sparpagliati in Europa. A Diego ci viene da dire lo stesso grazie. Grazie di cuore. Ci hai divertito, ci hai emozionato e ci hai fatto sognare. Ho sentito vibrare nell'aria che respira la mia generazione il bisogno di avere un mito in cui credere. E Diego è stato un'icona mediatica e carnale di facile consumo, un simbolo in cui proiettare bisogni di felicità per chi dalle generazioni precedenti ha ricevuto solo le briciole di un benessere in decadenza e di una gioventù carica di speranze ormai sepolte. Sapevamo che Dieguito poteva regalarci un sogno e abbiamo sognato. Ma non ci siamo illusi di cambiare il mondo vedendolo abbracciare e baciare i suoi giocatori. Abbiamo voluto credere in un sogno destinato a vivere un mese d'estate, come un vecchio amore adolescenziale destinato a sparire con il primo freddo di ottobre. Purtroppo il sogno si è chiuso con un pò di anticipo. De Andrè direbbe: "E' stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati". Faulkner rincarerebbe: "Tra il dolore e il nulla io scelgo il dolore". E per chi ha creduto in questo amore argentino, il dolore oggi ha il volto di Diego Armando Maradona con le mani incrociate sotto le ascelle. Tutto sommato, un sorriso è ancora a portata di mano.

giovedì 1 luglio 2010

Busco paz

Busco paz para mi alma.
La busco en una noche poblada por caras que Dios olvidó.
La busco mirando la niebla de un cigarrillo.
La busco caminando sin destino.
La busco escuchando la ciudad que duerme.
La busco muriendo al atardecer.
La busco renaciendo al amanecer.

A.L'.M.