mercoledì 25 agosto 2010

Baarìa, la mafia come accessorio

Il post è stato pubblicato su Strozzateci tutti


Tante bandiere rosse tutte insieme si ricordano nei due atti di Novecento (1976), la magna opera bertolucciana girata a metà anni '70 nella bassa Padana. Un cast e un budget hollywoodiano furono messi al servizio di un ispiratissimo Bernardo Bertolucci che regalò alla storia del cinema un'opera intensa e emozionante. Il film catapultava sulle spalle di un padrone finanziatore di fascisti e di un contadino comunista la storia nazionale della prima metà del secolo scorso. Tante bandiere rosse le ritroviamo in Baarìa (2009), kolossal in salsa sicula di Giusppe Tornatore costato 25 milioni di euro (o forse qualcosa in più) alla Medusa di Silvio Berlusconi. Se qualcuno vide nel finale "accomodante" di Novecento una strizzata d'occhio di Bertolucci alle tessitura del compromesso storico fra Dc e Pci, cosa dovremmo vedere oggi nel finale disneyano di Baarìa del premio Oscar Peppuccio Tornatore? Conosciamo bene il personaggio Berlusconi, abile a restiruirci immagini di sè di editore liberale, di politico con la voglia di mettere le mani al collo a chi scrive libri o gira film sulla mafia, di primo ministro di un imbarazzante governo garantista con rispettabili colletti bianchi in odor di mafia e repressore senza pietà della criminalità organizzata. E per questo è difficile abbandonarsi completamente alle belle immagini del film di Tornatore. Ma nonostante tutto bisogna provarci. Come detto, sono tante le bandiere rosse riprese in questo "kolossal d'autore", "kolossal minimalista", "commedia epica", "affresco collettivo" (scegliete voi la definizione che più vi aggrada), in cui la mafia "è sullo sfondo ma incombe su tutto", come ha scritto Alberto Crespi su L'Unità. Baària ci racconta cinquant'anni di vita (dagli anni '30 agli anni '80) del contadino comunista Peppino Torrenuova (Francesco Scianna). La sua vita attraversa la storia siciliana del dopoguerra, storia buia e torbida del nostro dopoguerra, alba di una democrazia mai pienamente espletatasi nei suoi oltre sessant'anni di vita. Quella era un'epoca in cui l'isola era terra che vedeva i vagiti di giustizia sociale venir repressi da una mafia al servizio di una strategia della tensione ante litteram, ma nel pieno delle sue funzioni anticomuniste e reazionarie.
Tornatore si immerge in quel clima, regalandoci sì splendide sequenze, ma irritandoci anche con altre messe in scena pruriginose e fastidiose. Ci emoziona con la marcia silenziosa dei comunisti listati a lutto in ricordo dei morti di Portella della Ginestra. Riempie i nostri occhi quando cita il Germi di In nome della legge (1948) con gabellotti mafiosi a cavallo che assalgono i contadini durante l'occupazione delle terre. Ma ci infastidice oltre modo quando un barbuto giornalista del Nord (Raoul Bova!, uno dei tanti cammei del film) si reca in Sicilia per raccontare la terribile serie di morti violente di sindacalisti e militanti social-comunisti del dopoguerra. Nel frattempo veniamo sballottati fra una storia sociale e una storia intima e familiare, ritrovandoci a capir poco l'essenza della militanza comunista e antimafiosa di Peppino Torrenuova, destinate a rimanere nel racconto immaginato da Tornatore un accessorio alla sua egocentrica autorialità. Autorialità che si fa strabordante quando la sua macchina da presa subisce insolazioni da sole siculo, mostrandosi incapace di graffiare l'immaginario collettivo, nonostante artigli costosissimi e ben affilati.

venerdì 6 agosto 2010

Il sindaco e la fiction. Cronaca di un rapporto difficile

Il post è stato pubblicato sul blog Strozzateci tutti

Dentro a Regina Coeli c’è ‘no scalino
Chi nun salisce quello nun è romano
Nun è romano e manco tresteverino

Canto della malavita romana

Spiaggia di Torvajanica. Estate 2010. Un gruppo di ragazzotti fra i 30 e i 40 anni si gode l’ultimo sole di una afosa domenica. Qualcuno porta al collo una croce celtica, qualcun altro ce l’ha tatuata sul braccio. Si interrogano sul come affrontare la serata. C’è chi ha voglia di una pizza, chi deve vedersi con la fidanzata e chi non vede l’ora di far riposare la pelle arrossata sul divano. Quando il sole sta per nascondersi, il più giovane del gruppo con la voce roca e cavernosa esclama: «Oggi me sento proprio come Danilo Abbruciati». Un attimo di silenzio precede la grassa e forzata risata di tutto il gruppo. Danilo Abbruciati detto er Camaleonte è morto a Milano in un conflitto a fuoco nel 1982. Abbruciati era un boss della Banda della Magliana, la holding politico-criminale che terrorizzava Roma, dialogava con mafia, camorra e ‘ndrangheta e metteva lo zampino nei misteri d’Italia a cavallo fra anni ’70 e ’80.

Chissà cosa avrebbe pensato il sindaco Alemanno se avesse ascoltato quelle parole, lui salito al Campidoglio nel maggio del 2008 fra saluti romani, bandiere tricolori e qualche celtica. Dopo due anni da primo cittadino, Alemanno è infatti convinto che molti degli episodi di criminalità della sua città siano tutti colpa di una serie Tv di successo.

È stata diffidenza a prima vista. Il suo ruolo di amministratore gli impone di andarci piano con certe cose. Nell’ottobre del 2008, nei pressi del Palazzo della Civiltà del Lavoro, nel quartiere dell’EUR, sono comparsi quattro busti in polistirolo raffiguranti i volti de Il Nero, il Libanese, il Freddo e il Dandi.. È una campagna pubblicitaria che fa da lancio alla messa in onda su Sky della serie TV Romanzo Criminale (regia di Stefano Sollima, Produzione Cattleya). Dopo il libro scritto dal giudice Giancarlo De Cataldo (2002) e la trasposizione cinematografica diretta da Michele Placido (2005), tocca al piccolo schermo raccontare l’epopea criminale della Banda della Magliana. Ma i busti vengono rimossi. Alemanno ha giudicato quell’iniziativa «di cattivo gusto».

I dodici episodi intanto vanno in onda fra novembre e gennaio del nuovo anno con una media di 400mila spettatori a puntata. Iniziano a circolare copie scaricate da Internet e masterizzate e la serie diventa un cult. Su La Stampa, lo scrittore Andrea Scanzi definisce Romanzo Criminale «forse la migliore serie mai prodotta in Italia. Una sorta di Goodfellas all'amatriciana, che piacerebbe a Martin Scorsese». Sky si mette subito al lavoro con Cattleya per lo sviluppo della seconda stagione. I fan della serie vanno in brodo di giuggiole.

Nella primavera del 2009, Roma sembra diventata la capitale del coltello e della rissa facile. Massimo Lugli, cronista di nera, scrive di «revival della puncicata», antica tradizione della malavita capitolina. Nel giro di poche settimane un uomo muore accoltellato per un parcheggio, un altro durante una rissa per una storia di donne, un quindicenne viene ferito dopo una rapina e in una scuola di periferia un ragazzo rumeno manda all’ospedale un compagno di scuola. Il sindaco Alemanno dichiara: «L'avevo detto fin dall'inizio che alcune operazioni culturali come la serie tv Romanzo criminale o altre simili non aiutano, hanno lanciato delle mode, degli atteggiamenti e dei modi di fare sbagliati. I giovani, invece non vanno lasciati da soli, faremo tutto il possibile per stare nelle periferie».

Da qualche settimana è terminato il Rome Fiction Fest. Al Cinema Adriano di Piazza Cavour hanno presentato la seconda serie di Romanzo Criminale. Sono intervenuti il regista Sollima, De Cataldo e il cast al completo. C’era anche Nils Hartmann, il direttore di Sky Cinema. Una giornalista gli ha chiesto: «Direttore, perché è stata fatta la seconda serie?». «Perché altrimenti ci venivano a cercare sotto casa! Il talento del cast, del regista, di Giancarlo De Cataldo e degli sceneggiatori Cesarano, Petronio e Valenti ha portato un prodotto assolutamente unico nel panorama della fiction italiana, del quale Sky va particolarmente fiera », ha risposto.

Oggi (31 luglio 2010) la cronaca di Roma parla di sei giovani componenti di una baby gang arrestati. I reati contestati vanno «dalla violenza all’usura, dal sequestro di persona alla rapina alle lesioni personali». Il leader del gruppo si faceva chiamare il Freddo, come Maurizio Abbatino nella penna di De Cataldo. Nelle loro abitazioni «i Carabinieri hanno trovato coltelli del genere proibito e libri e dvd ispirati alla storia della Banda della Magliana». «Purtroppo l’avevo detto: non tanto il film quanto il serial televisivo sulla Gang (sic!, ndr) della Magliana rischiavano di creare falsi miti perché dipingono in modo accattivante e simpatico personaggi che, invece, sono stati criminali puri». L’aveva detto il sindaco. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Una sequenza della serie

lunedì 2 agosto 2010

Fortapàsc. Cronache dal film

L'articolo è stato pubblicato sul blog Strozzateci tutti

Fortapàsc è un film di Marco Risi dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, giornalista de Il mattino ucciso a soli 26 anni nel 1985. Giancarlo viene da Napoli e inizia a fare il corrispondente da Torre Annunziata, roccaforte del boss Valentino Gionta. Siamo nella Campania del post-terremoto. Nel novembre del 1980, la terra aveva tremato. Migliaia di morti da piangere avevano portato miliardi di lire da spartire fra i clan, politici e imprenditori corrotti.

Cronache dal film

Valentino Gionta lo hanno arrestato durante la comunione di suo figlio Pasqualino mentre l’orchestra suonava Pe’ sempe. Sembrava quasi di vedere un film di Alfonso Brescia con Mario Merola. Gionta va via con le manette ai polsi accompagnato dalle note di 'O bene mio. Dopo tre giorni di carcere, il boss torna a casa a bordo di una potente motocicletta. Lo scortano i valentini, i suoi uomini fidati, per far capire chi comanda in quel paesone stretto fra il mare e il Vesuvio. Lo dice anche Il Mattino, il giornale area DC più importante del Mezzogiorno che lui «ormai è il boss indiscusso della camorra a Torre Annunziata». L’articolo è firmato da Giancarlo Siani. Gionta è contento perché «tutt quante hanna sape’ chi è Valentino Gionta. E ‘o primo è Bardellino». Non scorre buon sangue fra il boss di Torre Annunziata e il boss casalese. Scelte strategiche diverse. In Campania sono entrambi federati al cartello criminale della Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, ma in Sicilia no. Gionta è legato ai corleonesi. Bardellino a Tommaso Buscetta. In Sicilia c’è stata una sanguinosissima guerra di mafia fra i viddani e le famiglie palermitane. I nuovi equilibri di potere si riverberano anche ai piedi del Vesuvio.

Dopo la strage di Sant’Alessandro, costata la vita a otto valentini, nella Nuova Famiglia si cerca un nuovo assetto. E per Valentino è meglio stare un po’ sotto la protezione dei fratelli Nuvoletta nella masseria di Marano. «’Mmo pure il Verona vince lo scudetto! Amm’ accattato pure ‘a Maradona…», esclama infastidito Gionta in pantaloncini e canottiera. Sta guardando in Tv le immagini della festa del primo scudetto del Verona. Vuole consolare quella delusione con dei fusilli alla sorrentina, con pomodoro fresco e basilico. Ma mentre i grilli e le cicale cantano, i carabinieri gli puntano una pistola e scattano le manette. Gionta torna in carcere. Stavolta l’arresto è un evento eccezionale. Ma cosa era successo? Come avevano fatto i carabinieri a scovarlo in quel luogo sicuro e inviolabile?

Tocca a Giancarlo raccontare quell’arresto. Le sue dita fremono. A Napoli hanno bloccato le rotative in attesa del suo pezzo. «La cattura di Valentino Gionta potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con clan dei Bardellino» scrive Giancarlo in quell’articolo. «Ma c’ha scritto? Che ci siamo venduti a Valentino? Il nostro alleato?», commentano furiosi i Nuvoletta.

Giancarlo è approdato alla redazione di Napoli di Via Chiatamone ed è in arrivo un contratto. Adesso si occupa di sindacati e manifestazioni di disoccupati organizzati, ma nella sua testa ci sono sempre Torre Annunziata e gli intrecci politico-criminali del post-terremoto. Giancarlo ha raccolto informazioni preziose e vuole pubblicare un libro-dossier.

A Napoli quella sera c’è un concerto di Vasco Rossi. Anche Giancarlo vuole andarci con Daniela, la sua ragazza, ma i biglietti sono terminati. Gli tocca rimanere ancora un po’ in redazione dove riceve telefonate strane. E’ agitato Giancarlo. Vuole parlare con Amato Lamberti, il direttore dell’Osservatorio per la camorra. Lo vedrà nei giorni successivi. Ora andrà a casa con la sua Mehari. Una doccia e poi si vedrà con Daniela. Sul cassone di un Ape tre ruote che lo precede, è seduto un bambino dallo sguardo malinconico. I fari illuminano il suo viso. Giancarlo gli sorride e lo saluta. Quel gesto sembra restituirgli serenità. Giancarlo arriva sotto casa al Vomero. Spari nel buio e documenti che spariscono. Il resto è un mistero in parte svelato.