lunedì 27 settembre 2010

"E io ti seguo", un film per ricordare Giancarlo Siani. E non solo...

Il post è stato pubblicato su Agoravox

Venticinque anni che quel sorriso non illumina più il suo lungo viso. Venticinque anni che quegli occhialoni tondi non fanno da filtro al suo sguardo sul mondo. Venticinque anni che i suoi piedi non mettono in moto una Méhari ariosa e libertaria, allegra e scanzonata. Venticinque anni senza Giancarlo Siani, cronista ucciso dalla camorra, una sera di settembre, sotto casa sua al Vomero. Venticinque anni di costruzione di una memoria storica e sociale che solo chi vuole ignorare può dire di non conoscere.

La proiezione - Occhi piccoli e vivi, due fessure illuminate da passione e emozione. Così erano l’altro giorno (23 settembre) gli occhi del regista Maurizio Fiume dopo la proiezione di E io ti seguo, il suo film del 2003 girato in ricordo di Giancarlo Siani. Voce quasi tremante invece quella di Yari Gugliucci, l’attore che fece rivivere sui suoi polpastrelli la passione giornalistica del giovane Giancarlo. Lo ha ricordato così al Cinema Filangieri di Napoli anche il Coordinamento Giornalisti Precari per la Campania. Sono passati 9 anni dal primo ciak, e dall’avventuroso percorso di questo film piccolo, discreto, coraggioso, scomodo, emozionante, intenso.

Film story - Meriterebbe ampio spazio solo il percorso produttivo e distributivo del film. Una storia nella storia che riassumiamo per sommi capi. Fiume, aspirante cronista, frequentava nel 1984 un corso di giornalismo all’Università Popolare di Napoli tenuto dal sociologo Amato Lamberti. Giancarlo Siani, già avviato alla professione, teneva qualche lezione raccontando la sua esperienza sul campo. Pochi mesi dopo venne ucciso e per Maurizio la storia di Giancarlo divenne un’ossessione da esorcizzare cercando di raccontare quella vicenda. Con il soggetto In nome di Giancarlo, nel 1987 Fiume vinse il premio per il miglior soggetto originale della Cooperativa Cinema Democratico, presieduta da Ugo Pirro, uno dei più grandi sceneggiatori nella storia del cinema politico italiano. In nome di Giancarlo nel 1990 divenne un docudrama . Negli anni Fiume non smise mai di documentarsi approfondidamente sul caso Siani (articoli, carte giudiziarie, consulenze giornalistiche, indagini delle forze dell’ordine) fino a giungere alla decisione di girare il film con pochi soldi e pochi mezzi ma con una troupe giovane e piena di entusiasmo. Budget inziale 350 milioni di lire. Spesa finale 250.000 Euro e Maurizio è costretto a vendere la sua casa di proprietà di Roma. Nel frattempo la famiglia Siani non lo aveva autorizzato a usare il nome di Giancarlo. Quando il film finalmente fu completato, il comitato di redazione de Il Mattino lo censurò senza mezze misure sulle sue pagine. Il personaggio di finzione del giornalista Santilli, che nel film ruba dalla scrivania di Giancarlo importanti documenti pronti a essere pubblicati in un libro-inchiesta, rappresentava nella narrazione del film «quei lati oscuri interni alla redazione de Il Mattino».

Il dvd – Ma il tempo sembra essere galantuomo con la pellicola di Fiume. Il critico Morando Morandini scrisse che E io ti seguo «avrebbe meritato miglior distribuzione» e il film piano piano sembra godere dell’attenzione che merita. L’industria culturale ha oggi i mezzi per non lasciar morire i suoi “prodotti”. Lo scorso anno fu distribuito nelle edicole della Campania allegato a una pubblicazione locale (Chiaia Magazine), il 23 settembre 2009 un passaggio televisivo sul satellite (Current Tv) e finalmente una pubblicazione degna dell’importanza del film. Infatti E io ti seguo è stato pubblicato in dvd dalla etichetta indipendente Eskimo di Dario Formisano, produttore cinematografico e amico di vecchia data di Maurizio Fiume. Una videointroduzione e un racconto dedicato a Siani del giovane scrittore Angelo Petrella, una lunga intervista a Maurizio Fiume che racconta tutta la vicenda del film, sono alcuni dei contenuti extra che arricchiscono una pubblicazione importante. Un’operazione culturale che non spegne i riflettori sulla drammatica vicenda di Giancarlo Siani e che racconta la complessa vicenda umana, produttiva e distributiva vissuta da Maurizio Fiume, regista eretico, autore coraggioso.

Fernando Pino Solanas, il Leone del Plata

Il post è stato pubblicato su Agoravox

Evento Speciale: Fernando "PINO" Solanas ospite dell’Imola Film Festival
Ospite d’onore di Imola Film Festival sarà il regista argentino Fernando Solanas, autore di capolavori come Tangos e Sur. Il festival dedicherà a Solanas un’ampia retrospettiva, che culminerà nell’attribuzione del Premio il Grifo d’Oro, premio che negli anni ’60 acquisì notevole importanza nazionale, venendo attribuito a registi come Pasolini, Bellocchio, Pontecorvo, i fratelli Taviani. Fernando Solanas è uomo di cinema e di diretto impegno politico. Fondatore del Movimento Proyecto Sur, è stato eletto deputato nel 2009.

Roma - Capelli bianchi che accarezzano le orecchie, naso alla Cyrano, occhi che hanno visto e raccontato molto, parlata leggera e affabulante. Appare così oggi il regista-politico argentino alla conferenza stampa di venerdì di presentazione del Festival.

Settantaquattro anni, una storia lunghissima da raccontare e la voglia mai sopita di cambiare il mondo con le immagini e con l’azione politica diretta. L’America Latina è oggi il laboratorio politico più interessante del mondo e i nostri media ignorano il tutto con consapevole e colpevole distrazione. Dedicare una rassegna in un Festival di cinema a un regista come Solanas vuol dire compiere un atto politico non trascurabile, non solo per il suo impegno attuale che dovrebbe condurlo alle elezioni presidenziali argentine del prossimo anno.

Ripercorrere infatti la sua vicenda umana e professionale, vuol dire sovrapporre una grande carriera artistica ai tormentati ultimi 40 anni della storia del suo Paese. Durante l’incontro con i giornalisti, Solanas racconta con piacere le tappe più significative del suo percorso politico-artistico. Nel 1968, poco più che trentenne, realizzò clandestinamente una delle più importanti opere documentarie della storia del cinema mondiale, La hora de los hornos (L’ora dei forni), 264 minuti di immagini per raccontare la violenza del neocoloniasmo in America Latina. In quegli anni in Argentina c’era il governo dittatoriale del Generale Ongania e Solanas realizzò il montaggio del film in Italia, aiutato dalla Ager Film, casa di produzione attorno alla quale gravitavano i fratelli Taviani, Pierluigi Battistrada, Valentino Orsini. Il film fu presentato al Festival di Pesaro nel 1968 e fu un successo straordinario in tutto il mondo. Vennero poi gli anni della dittatura militare (1976-1983) e del conseguente esilio in Europa.

Tornato in patria, Solanas realizzò Tangos – El Exilio de Gardel (1985) e Sur (1988) ottenendo importanti premi e riconoscimenti internazionali. La nuova Argentina democratica tentava di scrollarsi di dosso gli anni della dittatura ma stava per entrare nel decennio che l’avrebbe sfigurata nuovamente, l’epoca difficile e terribile della “Pizza y Champagne”. Con la Presidenza Menem sarebbero arrivate le grandi privatizzazioni di settori strategici dell’economia pubblica. Solanas iniziò già nel 1991 a denunciare pubblicamente la grande ondata di corruzione ormai in atto e subì un attentato. Sei colpi di pistola nelle gambe e parecchi mesi su una sedia a rotelle. Sempre nel 1991 nacque il movimento Frente del Sur (Fronte del Sud) e nel 1993 divenne deputato nazionale. Corruzione politica, disoccupazione crescente e povertà galoppavano a briglie sciolte.

L’avventura neoliberale della decade menemiana culminò nell’insurrezione popolare del 2001 con la fuga in elicottero del Presidente De La Rúa dalla Casa Rosada. Nel 2002 Solanas fonda un nuovo movimento politico, Proyecto Sur, protagonista di un importante successo elettorale nelle ultime elezioni parlamentari del giugno 2009. Ma il 2002 fu anche il momento in cui Solanas decise di tornare sulle tracce de La hora de los hornos, sui binari del “cinema-saggio”, di un racconto per immagini che non testimoniasse solo la realtà, ma che sapesse diventare riflessione e analisi socio-politica. Escono importanti opere documentarie (Memoria del Saqueo, 2004; La Dignidad de los Nadies, 2005; Argentina Latente, 2007; La Próxima Estación, 2008), diverse elementi chiamati a comporre un unico quadro dal sogetto multiforme, il doloroso ritratto dell’Argentina contemporanea.

L’ultimo capitolo di questa saga è Tierra Sublevada-Parte 1°-Oro Impuro (2009), «un viaggio nello sfruttamento senza regole, nel saccheggio delle risorse minerarie e nella conseguente lotta contro la crescente contaminazione». Il documentario verrà proiettato per la prima volta in Italia al Festival di Imola. Chiuso il discorso cinematografico, Solanas inizia a parlare della situazione politica argentina e di Proyecto Sur. È critico e durissimo con i coniugi Kirchner e con la loro gestione del potere. Li accusa apertamente di autoritarismo e ipocrisia. Lo sguardo e la voce si son fatte più battagliere, nonostante la stanchezza del viaggio transoceanico e lo sballottamento del fuso orario. Il ricercatore Mario José Cereghino lo vorrebbe nell’Olimpo degli eroi argentini, vicino al tanguero Gardel, allo scrittore Borges, al rivoluzionario Che Guevara, al funambolico Maradona, ai pugili Bonavena e Gatica “El mono”. Il Leone del Plata per ora sembra voler solo continuare a ruggire. E chi in Italia volesse sentire la sua voce aspra e potente, non ha altro da fare che andare ad Imola in questi giorni.

Per maggiori info www.imolafilmfestival.it

giovedì 9 settembre 2010

Ipse dixit. L'abbecedario di Totò Riina

L'articolo è stato pubblicato su Strozzateci tutti

{ Nota: Gli errori grammaticali e sintattici che ritrovate nell’articolo sono la fedele trascrizione di frasi tratte dal gruppo Facebook Le più belle frasi di Totò Riina }

Dopo pochi giorni aveva 200 fan, in una ventina 2000 e ora festeggia il primo mese di vita con oltre 3200 utenti che hanno cliccato sulla voce “Mi piace”. Stiamo parlando della pagina Facebook Le più belle frasi di Totò Riina. La foto del profilo non è la faccia del boss di Cosa Nostra arrestato nel gennaio del ’93, ma la locandina della fiction tv Il Capo dei Capi (trasmessa in prima serata da Canale 5 nell’autunno del 2007).
Per chi avesse ancora qualche dubbio, le parole del gestore della pagina mettono in chiaro le cose: «Questo gruppo non e’ assolutamente favorevole alla mafia o alla malavita, ma semplicemente una raccolta delle frasi piu celebri della serie “IL CAPO DEI CAPI”». Nulla di cui scandalizzarsi. Anche Wikiquote, «l’antologia libera e multilingue di aforismi e citazioni etc.» raccoglie in una pagina i dialoghi più significativi di questa fiction. Ma Facebook è un’altra cosa, è uno strumento dove con facilità si esprimono gradimenti, gusti e opinioni personali. Bisogna prendere fiato e farsi un giro in questo gruppo. Chissà cosa ci aspetta.

Clicchiamo sulla voce “Info”. Vuota. Il gestore si tiene anonimo.

«Viri ca sbagliasti, talia le foto, nn sono proprio loro cn i loro nomi». Non è la voce di Totò Riina. È un utente infastidito dagli errori di pubblicazione de “La famiglia di Corleone”, album con 5 elementi. Siamo nella sezione “Foto”. Chi le ha pubblicate conoscerà a memoria i sei episodi che compongono la fiction, ma nel denominarle ha fatto un po’ di confusione e gli utenti ben più esperti glielo fanno notare. Il killer Pino Greco viene chiamato con il giusto soprannome di Scarpuzzedda ma con il nome sbagliato di Michele Greco, il papa di Cosa Nostra. Tano Badalamenti, il boss di Cinisi, viene confuso con Calogero Bagarella, il cognato di Riina. Completano l’album le foto dello stesso Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella.

«se ci fosse ancora riina e provenzano non ci sarebbe stato tutta questa crisi lo stato non sa gestire nulla». Nell’area “Discussioni”, qualche giorno fa, un utente mostrava seria preoccupazione per l’ingarbugliata situazione politica italiana. Il suo grido non ha stimolato ancora alcuna riflessione. Vox clamans in deserto internettiano.

«Piu’ guardo nella vita tua e piu’ penso che ho fatto bene a scegliere la vita mia». La pagina Facebook ha esordito con questa “Nota” il 7 agosto. Sono parole che rispecchiano in pieno il leit motiv della fiction. Le dice Claudio Gioè, nei panni del boss corleonese, a Daniele Liotti nelle vesti del poliziotto suo antagonista, il personaggio di fantasia Biagio Schirò. Riina vive da latitante, scala posizioni nella piramide di Cosa Nostra e Schirò gli dà la caccia insistentemente fino al suo arresto.

Andiamo avanti

«TU SI NUDDU AMMISCATU CU NIENT» sembra essere un classico dell’abbecedario di Riina e del linguaggio mafioso. È una frase che abbiamo già ascoltato da altre parti. Ricordate Tano Badalamenti che parla a Peppino Impastato ne I cento passi e il monologo finale di Salvo Vitale (lo stesso Claudio Gioè) dalle frequenze di Radio Aut?

«Voi non avete capito, o per meglio dire non volete capire che cosa significa Corleone. Voi state giudicando….degli onesti galantuomini che i crabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un solo galantuomo di Corleone sara’ condannato voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati come pure i vostri familiari». Totò Riina si rivolge così ai giudici durante il processo di Bari del 1969 con una lettera. Totò e gli altri della Banda Liggio vengono assolti. Per qualcuno la storia è maestra di vita e commenta il post così: «troppo bella STA LETTERA E A SANTA VERITA…..CE VULEWVA PURE RINT O SPARTACUS NA LETTER E CHESTA». Evidentemente quella che scrissero Francesco Bidognetti e Antonio Iovine contro il Pm Raffaele Cantone, la giornalista Rosaria Capacchione e Roberto Saviano durante il processo Spartacus (il processo alla camorra casalese) non fu abbastanza convincente da cambiare le sorti delle sentenze di condanna definitive ai boss.

«Mi chiamo Balduccio Di Maggio e faccio parte della famiglia di S. Giuseppe Iato. Sono un soldato di Toto’ Riina». Usciamo dal terreno della fiction per andare in quello della storia della mafia. C’è un altro errore. La foto che accompagna il post è quella però di Giovanni Brusca, ma ciò che contano davvero sono gli insulti rivolti a questo pentito eccellente. «fuck brusca»; «infameeeeee»; «pentitooooooo!!!!!!infamoneeee!!!!!!sbirruuuuuuu!!!!», solo per far capire che aria tira.

«RAGAZZI HO DECISO DI CARICARE I VIDEO DELLE SCENE PIU BELLE DELLA FICTION SE AVETE QUALKE RIKIESTA FATEV AVANTI». Ora ai fan del gruppo tocca partecipare attivamente alla vita della pagina. I giovanotti non si spaventano, anzi per loro sembra essere arrivato un invito a nozze. L’Area “Solo Altri” e i commenti ai video iniziano a pullulare dei messaggi più interessanti.

Vediamo un po’

«compare….nn mi conosci…cortesemente e x favore potresti fare 1 link della scena….tu e tu stasera lavorate cn i catanesi….????fate bene quello k dovete fare e poi c facciamo portare 1 bella cassa di moet e chandon????grazie mille». Abbiamo capito che c’è qualcuno a cui l’omicidio Dalla Chiesa regala particolare adrenalina.

«ciao metti il video di quando gli strappano le unghie dei piedi a buscetta in brasile?». L’immagine della tortura sudamericana di don Masino calmerà il livore dell’utente? La memoria dell’infame boss troppo donnaiolo sarà ulteriormente infangata?

«liberate totò riina….e poi dicono che gli uomini di una volta non esistono piu……per forsa lo stato li a rinchiusi !». Si torna alle esternazioni politiche.

«complimentii a totoo rinaa uomo kon le palle e complimenti a ki le onore queste palle tipo il fondatore di questa pagina» e «tot rina e un grande uomo e se a fato quelo k ha fato a fato bene vivatot rina e viva la mafia :)». Alcune volte la sgrammaticatura del web rende difficile la lettura e la comprensione.

«se ci fosse stato ancora il fascismo, gli avrebbero tirato le unghia con le tenaglie roventi, ai mafiosi ed ai loro capi. gente come voi, merita solo di marcire in galera, vigliakki!!!». Il Ventennio mai dimenticato sembra essere l’arma giusta per esprimere indignazione.

«viva falcone, borsellino, guiliano, della chiesa and many excellent cadavers» e qualcuno minaccia la segnalazione al “tribunale” di Facebook. Finalmente una boccata di ossigeno.

«Lo sapevate che da bimbo Totò Riina nella letterina a Babbo Natale chiedeva il pizzo?», scrive un utente in vena di umorismo. Quasi quasi ci scappa una risata.

«VORREI SEMPLICEMENTE DIRE A TUTTE QUELLE PERSONE CHE CRITICANO QUESTA PAGINA CHE NON LODIAMO I MAFIOSI MA E SEMPLICEMENTE UNA PAGINA ISPIRATA ALLA FICTION “GRAZIE”». Alle esaltazioni della mafia e di Riina il nostro risponde finalmente il 25 agosto. Molti dei commenti a questa frase sono però di tutt’altro avviso.

«oltre allo scritto, vorrei proporre questa canzone agli amici della pagina…ascoltatela tutta, canta la la storia di Salvatore Riina». Una chicca imperdibile.

«Falcone.. non mi piace questo nome mi sa di bestia cattiva». In venti gradiscono. Meglio spegnere il computer e fumarsi una sigaretta. Vien quasi da dire: «Ogni limite ha una pazienza». E questo è un altro Totò. Che si sappia.

giovedì 2 settembre 2010

Cento giorni a Palermo

Il post è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano e su Strozzateci tutti

Qualche sera fa, una piacevole sorpresa. Rai Storia mandava in onda in prima serata il film Cento giorni a Palermo (regia di Giuseppe Ferrara, 1984) e al termine della pellicola un breve approfondimento sulla morte del Generale Dalla Chiesa, estratto di una vecchia puntata del ciclo La Storia siamo noi. Questo piccolo pezzo della televisione pubblica ricordava nobilmente e sommessamente ai cittadini pagatori del canone quello che di terribile accadde il 3 settembre del 1982 a Palermo, quando la mafia uccise il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Da poco più di tre mesi il Generale Dalla Chiesa, celebrato come l'eroe nazionale della lotta al terrorismo, aveva lasciato la divisa di carabiniere per indossare gli abiti di prefetto del capoluogo siciliano. Il film annuncia in maniera didascalica l'arrivo di Dalla Chiesa in Sicilia ricordando la terribile serie di morti eccellenti di quegli anni (Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Gaetano Costa e infine Pio La Torre). Dalla Chiesa, ben interpretato da Lino Ventura, si muove in una città difficile da vivere e interpretare. Una Palermo bella, estiva e solare inganna, semina morte e violenza, mostra il suo lato popolare e regala anche speranze. E con la speranza di una Sicilia migliore, Dalla Chiesa va a dialogare. Va nelle scuole, nei cantieri, nelle fabbriche a dare l'immagine di uno Stato vicino ai cittadini. Ma il film appare anche allo spettatore ignaro della storia del generale, un viaggio verso la morte del protagonista. È il rischio e il limite di film biografici che raccontano la storia di eroi dell'antimafia destinati al martirio. Una tendenza che nella produzione audiovisiva italiana si consoliderà all'indomani delle stragi del 1992. E questo film, non ce ne voglia Giuseppe Ferrara, sembra esserne un po’ l'apripista. Lo spettatore dialoga poco con il film, perché il protagonista dialoga a sua volta poco con il contesto in cui opera. La città, come detto, è sfuggente e violenta. La politica è assente e connivente. Nei palazzi dove si esercita il potere dello Stato si annidano talpe velenose. Sappiamo tutti come andrà a finire (colpa degli eventi reali), ma all'immaginazione dello spettatore resta solo pronosticare come il regista metterà in scena il delitto finale. Film come Cento giorni a Palermo, dignitosi e percorsi da un sentimento civile nobile e apprezzabile, denunciano e informano, ma l'idea di una invincibilità della mafia che sembra attraversarli si attacca sulla pelle dello spettatore e lo accompagna nella sua quotidianità. Ma a Ferrara va riconosciuto il merito di non far scorrere i titoli di coda sulla scena del delitto. Abbandonata l'immagine della A112 bianca crivellata di colpi, la macchina da presa guarda la città dall'alto e un urlo di speranza la attraversa. È la voce di un cantastorie (‘U cuntu, Mimmo Cuticchio) che in un siciliano strettissimo lancia il suo grido di dolore. Il buio e il sangue di Via Isidoro Carini (luogo del delitto) non ci sono più. Palermo si è risvegliata, ma ancora tanto dolore l’avrebbe invasa nei tristi anni a venire.