mercoledì 29 giugno 2011

La caduta del River Plate

Incidenti attorno lo stadio Monumental al termine del match
Il River Plate, dopo centodieci anni di storia, è per la prima volta nella Serie B argentina, dopo gli spareggi contro il Belgrano. Al termine della gara di ritorno, attorno allo stadio Monumental di Buenos Aires è scoppiata una guerriglia fra i tifosi rioplatensi e la polizia argentina. Il bilancio finale parlava di «cinquanta tifosi arrestati, settantadue feriti, tra i quali venticinque poliziotti, due con trauma cranico e uno in gravi condizioni. Altre quarantesette persone soccorse in diversi ospedali della città». Affrontare la serie cadetta non sarà facile. Il Presidente Passarella ha già annunciato che l’allenatore della prossima stagione sarà Matías Almeyda, bandiera del club.

La prima rivoluzione è di tipo linguistico. Per La Redó, periodico on-line argentino che si occupa di calcio con ironia e competenza, il River Plate non è più el equipo millionario, ma è diventato ERDLB (“El River de la B”), il River della serie B. È toccato al Club Atlético Belgrano di Córdoba, squadra che porta il nome del Generale eroe dell’indipendenza argentina, colpire e affondare una delle squadre più gloriose del mondo. Due a zero all’andata nello Stadio Villagra. Uno a uno al ritorno allo Stadio Monumental di Buenos Aires. Questo ci dice la cronaca. River per la prima volta in serie B in centodieci anni di vita. Questo ci dice la storia. I giornalisti argentini faticano a scriverlo e raccontarlo. Sembrano non credere alle loro parole. Non solo per la storia e il blasone del club, ma per una situazione tecnica che dopo gli ultimi disastrosi campionati, sembrava essersi risollevata. Intorno alla decima giornata del Torneo Clausura 2011, il River aveva una media punti che lo teneva lontano dalla zona promoción e una posizione di classifica che lo vedeva contendere il primo posto al Vèlez Sarsfield, laureatosi poi campione. Ed invece nell ultime nove partite, las gallinas hanno portato nel pollaio due miseri punticini prima delle disastrose partite di spareggio.

Mariano Pavone dopo aver fallito il rigore
Il pubblico di domenica era quello delle grandi occasioni. C’era da mostrare e salvare l’orgoglio ultracentenario nel quindicesimo anniversario della vittoria dell’ultima Copa Libertadores. Era il 26 giugno del 1996, gara di ritorno della finale. In panchina sedeva Ramón Díaz, c’era Ortega in splendida forma, Francescoli detto El Enzo a regalare poesia dalla metà campo in su, un giovanissimo Hernán el Valdanito Crespo implacabile cecchino. Due a zero per los millionarios sui colombiani dell’América de Cali. Pubblico rioplatense in visibilio. Sull’onda emotiva di quella notte di festa rispolverata per l’occasione, la partita era cominciata nel migliore dei modi. Il River giocava un calcio piacevole ed efficace come non gli accadeva da tempo. Dopo un gol giustamente annullato al Belgrano, era l’attaccante Mariano Pavone (5’) a regalare una speranza ai tifosi portando in vantaggio i suoi con un bel tiro dal limite dell’area. Se l’arbitro Pezzotta avesse poi accordato un sacrosanto rigore al River (25’), forse la partita sarebbe stata diversa. Ed invece la porta del Belgrano non ne ha voluto più sapere di ricevere palloni in fondo al sacco. I fantasmi della retrocessione hanno iniziato così a bussare minacciosi. Quando poi nella ripresa, un’incredibile carambola nella difesa del River, ha consentito a Guillermo Farré di pareggiare (61’) e quando Pavone ha tirato in bocca al portiere Olave un calcio di rigore dubbio (69’), le tenebre sono calate sul Monumental. Il novantesimo sembrava lontano un’eternità, la disperazione a portata di mano. La polizia, per tenere buoni i tifosi del River già zuppi dei loro lacrimoni e sul piede di guerriglia, ha iniziato a sparare acqua su di loro, nonostante in Argentina sia pieno inverno. Pezzotta non ha neanche annunciato i minuti di recupero, forse non ha neanche sputato aria per tre volte nel suo fischietto, ma  ha consegnato il River all’inferno della seconda serie. Per il Belgrano, paradiso riconquistato con merito dopo cinque anni.

L’onta di questo dramma sportivo ricadrà sulle vecchie e le nuove glorie del River. Il Presidente Daniel Alberto Passarella, l’allenatore Juan José López, il portiere Juan Pablo Carrizo, il capitano Matías Jesús Almeyda, il promettente Erik Lamela. Ma non è solo loro la colpa. I drammi si materializzano in un momento, ma spesso affondano le radici nel tempo. La storia sportiva del River degli ultimi tre anni ha dell’incredibile. Con Simeone in panchina, il River aveva vinto con merito il torneo Clausura del 2008. In quella squadra militavano tra gli altri Alexis Sanchez, el niño maravilla oggi oggetto proibito del mercato delle grandi d’Europa, Radamel Falcao García, il bomber del Porto di Villas Boas e un emergente Diego Buonanotte. Dopo quel successo, sono inziati i guai. Simeone è stato costretto a dare le dimissioni. La presidenza è passata da José María Aguilar a Daniel Passarella. Sulla panchina si sono succeduti in poco tempo Gabriel Rodríguez, Néstor Gorosito, Leonardo Astrada, Angel Cappa e Juan José López. Sei allenatori, sei idee di calcio si sono alternate in 114 gare, che hanno visto il River vincerne solo 34.  

I giocatori del River al termine dell'incontro
E ora tocca al Pelado Almeyda risollevare la storia del River La rivista El Grafico considera la decisione di Passarella «tanto affrettata quanto populista». Almeyda è stato l’unico giocatore che domenica i tifosi hanno acclamato. Dal canto suo, il capitano dell’Argentina campione del 1978, dichiara che potrà anche essere ricordato come un «presidente incapace, superbo e autoritario, ma certamente non come un presidente ladro». Il dolore dei tifosi e la storia del club in questo momento meriterebbero altre parole e altri atteggiamenti. 

A noi non resta che augurare ad Almeyda buon lavoro. Perché senza la maglia bianca con la banda rossa, il campionato argentino non è la stessa cosa. Vero Boca Juniors?

martedì 28 giugno 2011

Trame. Festival dei libri sulle mafie (Lamezia Terme 22 - 26 Giugno) - Presentazione di "Strozzateci tutti"

Tano Grasso (Ass. Cultura Comune Lamezia Terme), Rocco Mangiardi (imprenditore), Marcello Ravveuduto (curatore Strozzateci Tutti), Francesca Viscone (coautrice e moderatrice dell'incontro), Andrea Meccia (coautore)
Il pubblico numeroso e appassionato
Io e Alessandra

lunedì 27 giugno 2011

Cinema, un festival sulle storie di mafia e legalità

E’ stata presentata giovedì a Roma la VI edizione di Libero cinema in libera terra, il festival di cinema che si svolge nei terreni confiscati alle mafie. Erano presenti Elisabetta Antognoni e Nello Ferrieri di Cinemovel Foundation, Ettore Scola, presidente onorario della Fondazione, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Pierluigi Stefanini della Fondazione Unipolis e Roberto Iovino, responsabile dei campi di volontariato
E!state Liberi 2011.

La manifestazione itinerante si svolgerà dal 1° al 23 Luglio, in undici regioni e venti località diverse. Fra le tappe più interessanti di quest’anno, quella di Pollica (Salerno) per ricordare il sindaco Vassallo e quella di Isola Capo Rizzuto (Crotone), al fianco del sindaco Carolina Girasole.

Elisabetta Antognoni ha ricordato le prime singole proiezioni a Corleone e Portella della Ginestra sottolineando che oggi «Libero cinema in libera terra è un Festival con venti tappe che sceglie di portare in giro storie di legalità, di diritti umani riaffermati, di diritti umani negati, storie che vedono protagonisti gli ultimi e gli emarginati».

«Se le tappe aumentano, vuol dire che di pari passo la presenza mafiosa continua a crescere», ha detto con amarezza Ettore Scola. Quando il microfono è passato a lui, di cinema se ne è discusso ben poco. Ha parlato del vento positivo che percorre la nostra società civile. Ha accusato la politica di estraneità all’universo giovanile, se l’è presa con «una scuola non in grado di trasmettere amore per qualcosa e strumenti per la lettura della realtà», dell’incapacità dei partiti di «offrire qualcosa» in cui credere. La sua barba bianca che non si scomponeva era il segno di chi forse conosce l’anima più profonda e amara di questo Paese. E infine si è augurato di non ritrovarsi fra un anno «a rimpiangere l’atmosfera di speranza che oggi respiriamo».

La voce di don Ciotti invece ha vibrato come sempre. Ha ricordato Roberto Morrione (il fondatore di Libera Informazione scomparso il 20 maggio) e la Cooperativa Valle del Marro (Piana di Gioia Tauro), vittima di continui attacchi intimidatori. Ha detto che viviamo in un Paese in cui «cresce il penale e diminuisce il sociale» e che «il lavoro non è né un diritto né un optional, ma uno strumento fondamentale per la libertà e la dignità della persona». Ha sottolineato che nei «momenti di grande fragilità sociale», le mafie tornano alla carica con campagne di reclutamento fra i giovani.

Poi si è concentrato sull’iniziativa Libero cinema in libera terra. «Cinema è una parola di origine greca che vuol dire movimento. Anche Libera è un movimento. E far camminare il cinema vuol dire far muovere le coscienze e mettere in moto i sentimenti, far emozionare, stimolare la soluzione della responsabilità. In un cambiamento della società, l’arte può e deve fare la sua parte, non come semplice strumento di intrattenimento, ma come mezzo capace di graffiare le coscienze e di stimolare la politica». Perché l’obiettivo di iniziative come questa è «fare di ogni spettatore un protagonista della democrazia», dei cosmocivici (da una definizione della scrittrice Fatima Mernissi), come piace dire ai battaglieri animatori di questo Festival.

Per maggiori informazioni e scaricare il programma completo http://www.cinemovel.tv/

Leggi l'articolo su Il Fatto Quotidiano

sabato 25 giugno 2011

Pasolini, prossimo nostro



Pasolini, prossimo nostro, Giuseppe Bertolucci, Italia-Francia, 2006