mercoledì 23 maggio 2012

"Uomini soli", un documentario di Paolo Santolini e Attilio Bolzoni


Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, il documentario Uomini soli (Regia di Paolo Santolini, Produzione Faberfilm-Libera) è stato presentato al cinema Barberini di Roma. Presenti diverse scuole della Capitale. Il protagonista del racconto è Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica ed ex cronista de L’Ora, che racconta gli anni della mattanza a Palermo, ripercorre le strade dove furono ammazzati Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e non solo.

ROMA - Durante il dibattito un’insegnante si è alzata in piedi, ha preso un microfono e ha detto: “Dopo ciò che è successo a Brindisi, alcune famiglie hanno negato ai loro figli di prendere parte all’iniziativa”. In queste parole il peggio di quanto possa accadere oggi in Italia. Nella voce di quell’insegnante l’effetto reale e voluto dalle menti e dalle mani di coloro che hanno ucciso Melissa Bassi lo scorso sabato a Brindisi e che tentano di terrorizzare un Paese intero. Questo è successo a Roma il 23 maggio 2012. Sono passati vent’anni dall’uccisione di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta. Le scolaresche affollano il cinema Barberini. Sugli schermi scorrono le immagini di Uomini soli, il documentario di Paolo Santolini e Attilio Bolzoni, storico giornalista di Repubblica. Gli uomini soli sono gli uomini dello Stato e i cittadini che la mafia in collaborazione con i poteri più o meno occulti ha deciso di uccidere. La città in cui questi uomini conducevano le loro solitarie esistenze è Palermo. Ritorno a Palermo era infatti il titolo originario del documentario. A rimettervi piede dopo anni è stato comunque Attilio Bolzoni, uomo minuto e misurato, cronista di ferro dai capelli brizzolati e la pelle olivastra. Sembra quasi di non vederlo sullo schermo, tanta la sua discrezione, tanto il suo pudore nel far materializzare nella mente degli spettatori tanto sangue, troppo dolore. Gli uomini soli sono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Mario Francese, Ninni Cassarà, Calogero Zucchetto, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Gaetano Costa, Antonino Montinaro, Nino Agostino. Nomi che forse conosciamo, storie che non ci appartengono ancora abbastanza, carne massacrata da tenere in vita cui dobbiamo un pezzo della nostra libertà. Uomini soli, certo, di fronte al destino ma non nella loro azione quotidiana. A ricordarci chi erano e quali idee si materializzassero nella loro azione, tocca ai loro collaboratori, ai loro amici, ai loro familiari, a chi ha incrociato le loro esistenze. Vicino a quelle vittime e a quei testimoni sembriamo esserci anche noi, perché (ci si augura) finalmente consapevoli che chi semina terrore colpisce tutti, non solo coloro che ci piace chiamarli “eroi” per sentirci meno coinvolti in questa triste storia collettiva. A venire fuori nel racconto è anche e soprattutto la città di Palermo, lontana da immagini cartolina e da operazioni in stile Film Commission. Una Palermo fatta di marciapiedi ripuliti dal sangue, palazzi sventrati e ricuciti, lapidi commemorative. Una Palermo solare e macabra allo stesso tempo. Santolini pedina Bolzoni nei vicoli del centro storico, nella Chiesa di San Domenico, negli androni infiniti del Palazzo di Giustizia, nell’aula bunker del Maxiprocesso, nella camera mortuaria dove fu fatta l’autopsia a Falcone e Borsellino. “Il morto di mafia parla sempre”, ricorda Bolzoni. Ci sono le immagini di repertorio. E oggi il nostro passato non vive più solo nell bianco e nero del Super8, ma anche nel colore sbiadito del VHS.  Poi sono le prime pagine del quotidiano L’Ora - “La morte ha fatto 100”, “Guerra nella guerra”, il conto progressivo dei morti in alto a destra - a immergerci nuovamente in quel clima di terrore. Non c’è nulla di celebrativo e tanto meno di investigativo in questo film. Solo tanta voglia di parlare al presente, di fare memoria senza tralasciare quel pizzico di ironia che solo chi conosce bene la morte è capace di elaborare. Fino a quando Letizia Battaglia, storica fotografa del quotidiano L’Ora, non ne può più di raccontare ciò che ha visto e lasciato a tutti noi con i suoi scatti. A quel punto accarezza maternamente il viso di Bolzoni. “Basta Attilio, basta!”, gli dice. Ha ragione Letizia. Lei l’odore del sangue lo ha conosciuto. Le sue parole non sono una resa delle armi. Sono un passaggio di testimone. 

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