sabato 23 febbraio 2013

Buon voto a tutti!


Sta per finire questa campagna elettorale per le politiche. La quarta vissuta con il senno della ragione, la terza vicino ad Alessandra.  E stasera ho deciso di buttare giù queste due righe. 

Anno 1996. Quando Prodi battè Berlusconi e nel mondo si agitava il ramoscello dell'Ulivo mondiale, ero più preoccupato per le sorti del Napoli di Beto, Cruz e Boghossian che doveva affrontare il Vicenza in finale di Coppa Italia. Andò bene all'andata con una mezza rovesciata di Pecchia. 1 a 0 al San Paolo. Andò malissimo al ritorno negli ultimi minuti dei supplementari. 3 a 0 per i veneti di Guidolin. Per me un fiume lacrime, un pugno alla porta e mio padre che arrivò alla minaccia di non farmi più vedere una partita di calcio. D'altronde ero recidivo. Già nel '90, dopo Italia - Argentina, avevo lanciato in aria un cuscino rischiando di fare seri danni a un prezioso vaso.

Anno 2001. Tutta un'altra storia. Ero uno che di politica "capiva" e litigava in famiglia e discuteva con gli amici. Studiavo Scienze della Comunicazione, della Tv commerciale non me ne fregava nulla ma leggevo e divoravo tutto ciò che fosse storia, sociologia etc. Avevo titoli (di libri) da vendere a parole. Sognavo ancora di fare il radiocronista sportivo e non conoscevo ancora Victor Hugo Morales. Veltroni era il mio segretario politico perfetto. Cinefilo, “buon comunicatore”. Parlava del '900 e sembrava guardare al futuro. Diceva: "Il futuro della sinistra sta nella modernità". La frase mi piaceva tanto e la ripetevo come un mantra. Poi c'era Bertinotti che mi affascinava tanto con il suo eloquio. Anche lui parlava di modernità e diceva: "Viviamo una modernizzazione senza modernità". E via con lunghe discussioni con i coinquilini. Avevo capito che la sinistra aveva almeno due anime. Ma Veltroni mi sembrava più concreto e poi si candidava a sindaco di Roma, la città in cui vivevo. In casa giravano tre giornali al giorno (Repubblica, Corriere della Sera e Manifesto) e li leggevo tutti dalla prima all’ultima riga. Qualche difficoltà con l’economia ma per il resto capivo tutto. Figurarsi. Guardavamo tutti i Tg Rai e i titoli del TG5. Niente Studio Aperto e Rete 4. Girava anche L’Espresso, Carta, Le Monde Diplomatique. A Lotta Comunista si era alzata una barriera dopo che un militante che bussò alla nostra porta mi disse: «Se o voi legge o leggi, sinnò pe mme ce poi pure incarta le uova». Lo considerammo un compagno che sbagliava. Si iniziò a parlare del G8 di Genova e lì cominciai a capire che di Veltroni e i suoi non c’era tanto da fidarsi. Meglio Bertinotti che con il movimento dialogava. Si votò il 13 maggio. Berlusconi vinse e io e i miei amici pensavamo che il popolo fosse ignorante. Noi avevamo capito tutto, perché leggevamo tre giornali al giorno e avevamo coscienza critica. Al G8 non ci andai, ma questa sarebbe lunga da raccontare.

Anno 2006. Sono laureato da un anno circa e ho cominciato a vivere sulla mia pelle il precariato. Ho già lavorato nel cinema senza compenso (dicesi volontario) come assistente di produzione. Assistente di produzione è una denominazione già nobile. Se poi vogliono farti sentire una merda ti chiamano “runner”. I runner sono come i servi della gleba della complessa macchina cinematografica. Sono alla base di una piramide, al cui vertice c’è il produttore. Poi viene l’organizzatore generale, una figura temutissima dai runner. In questo caso l’organizzatore era una persona che anni dopo avrei considerato (e considero tutt’oggi) un semplice senza scrupoli. La prima cosa che mi chiese fu di andargli a comprare dei sigari di marca Pedroni, alla vaniglia. Andai al tabacchino ma non entrai. Tornai allo studio e dissi che i sigari erano finiti. Lui capì e io capii che dovevo capire se da runner volevo affrancarmi. Se avessi goduto la luce di una nuova alba in realtà non lo pensavo. Infatti, tempo dopo questo organizzatore mi chiese di andargli a comprare un letto da Ikea. Io mi rifiutai. Me lo chiese ancora. Mi rifiutai. Capii che dovevo capire e andai. Quando capii che non dovevo capire lo mandai a cagare. Da quel giorno non mi ha più chiamato a lavorare. Poco male. Lo sfruttamento di un runner prevede che alle 5-5.30 del mattino si sia già in piedi per andare a prendere gli attori a casa con la propria macchina, che deve essere sempre pulita, con l’aria condizionata e non puzzare di sudore. D’altronde gli attori vanno “coccolati”. Guai a sbagliare strada o a rimanere imbottigliati nel traffico. Potrebbero innervosirsi, arrivare sul set e recitare male. A quel punto sono cazzi del “runner”.  Poi il runner fa una miriade di cose al giorno. Potrebbe ritrovarsi anche a spalare merda, ovviamente con il sorriso sulla bocca. Perché tanti hanno iniziato così e poi perché il cinema è una famiglia. Ma le famiglie non sono sempre luoghi sicuri. Vi si possono annidare mogli  infedeli, mariti donnaioli, padri sciagurati, madri inaffidabili, fratelli coltelli e parenti serpenti. A fine giornata i runner devono riportare gli attori a casa oppure (se il film è girato in pellicola) portare le “pizze” al laboratorio di sviluppo e stampa. Esempio peggiore di fine giornata di un runner. Sono le 18.30 ed è in piedi dalle 5. Si è già fatto 200 km nel traffico di Roma e la troupe ha finito di girare a Ostia. L’attore abita sulla Cassia e il runner a Cinecittà. Oppure si è girato a Roma Nord. Il laboratorio di sviluppo è in fondo alla Tiburtina e il runner abita all’Eur. Fatevi voi il conto di quando e come il runner tornerà a casa. Il primo film dove ho lavorato era diretto da un regista che veniva dal mondo pubblicitario. Aveva un fratello che era giornalista ed era stato rapito e ucciso in guerra. Ricordo ancora nel suo studio, appesa su un muro bianco con uno spillo, la foto di quest’uomo che non c’era più. Mi colpì molto il suo sguardo profondo e sornione. Il regista mi chiamava “Vecchia roccia di Cassino” o “riccio”, e di tanto in tanto canticchiava una canzone di Gabriella Ferri. “Anche tu così presente, così solo nella mia mente, tu che sempre mi amerai” bisbigliava nel periodo di preparazione. Al vertice della piramide c’era un produttore, persona molto amabile e di gran cultura. Veniva dagli anni ’70 e parlava sempre male di Berlusconi. Dialogavamo bene insieme, e mi diceva di tenere duro. Dopo due mesi e mezzo di intenso lavoro, come premio mi diedero poco più di 500 euro. Oggi questo signore è in corsa per le regionali e dice di candidare “la cultura”. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2006 fui coinvolto in un progetto da un altro produttore che anche lui oggi è candidato alle elezioni regionali, in un’altra regione però. A lui (e un suo sodale) devo i miei primi passi nel mondo del lavoro e sono grato loro. Sono persone a cui voglio bene. Si trattava di un filmato istituzionale (altri la chiamerebbero “marchetta”) per un’associazione cattolica. Bisognava girare tutto il Sud con un regista e un operatore. Io sarei stato l’uomo di produzione. Prima tappa: il Molise. Una passeggiata di salute. Facemmo anche in tempo a passare da mia nonna per spegnere con lei le sue 90 candeline. Seconda tappa: Calabria. Andammo a Gioiosa Ionica, Gioia Tauro, Villa San Giovanni, Locri. Visitammo le terre confiscate alla ‘ndrangheta. Conobbi le persone che lavoravano quei terreni. Vidi le loro mani e i loro visi. Qualcosa dentro di me cambiò. Terza tappa: Sicilia. Andammo ad Agrigento e poi in una parrocchia nel quartiere di Zialisa a Catania. In macchina avevamo attrezzature e valigie. Io rimasi a sorvegliare il tutto seduto in macchina. Si avvicinò un ragazzo su uno scooter e lo parcheggiò al fianco della mia portiera, impedendomi di uscire dall’auto. Stetti così impalato per circa un’ora. Proseguimmo per Sardegna, Campania e Puglia. In quel periodo, seguivo la politica con la stessa attenzione di sempre ma con un altro spirito. Le elezioni le vinse la coalizione di centro-sinistra (con il trattino o meno?). In una notte di Aprile, Prodi agitava le sue dita in segno di vittoria a Piazza Santi Apostoli. Al Senato aveva una maggioranza risicata. Io non ero per nulla felice. La coscienza critica stavolta ce l’avevo per davvero.

Anno 2008. Quando cadde il governo Prodi avevo momentaneamente abbandonato il cinema e lavoravo in un noto spazio espositivo della Capitale. Mi spaccavo il culo in un bookshop di mostre d’arte per 65 ore alla settimana e guadagnavo 1200 euro al mese (4,6 euro l’ora). Avevo scritto a tutti i giornali raccontando questa situazione e sottolineando come quel luogo caro alla Presidenza della Repubblica fosse gestito da una persona molto vicina al centro-sinistra italiano, ma nessuno mi si filò. Forse solo Il Manifesto mi rispose timidamente senza approfondire più di tanto la questione. Lavoravo 4 giorni 10 ore, un giorno (il venerdì o il sabato 14 ore) e la domenica 11. Se lavoravi oltre le 65 ore, iniziavano a considerarlo straordinario. Infatti nell’orario di chiusura al pubblico, le aziende e i gruppi privati potevano accedere allo spazio espositivo e cenare al suo interno. Se lavoravi fino alle 21 erano 30 euro. Oltre si andava per i 50.  Avevi “diritto” a un giorno di riposo a settimana che però non poteva e non doveva mai capitare di sabato o domenica. Per avere 2 giorni liberi consecutivi e andare in Calabria al paese di Alessandra per motivi familiari, ricordo che dovetti lavorare 12 giorni no stop. A rendere il tutto più agevole c’era la chiusura alle ore 21 della linea A della metro. Questo voleva dire che quando c’era il turno di 14 ore rientravo a casa non prima dell’una di notte, sgomitando su ben due notturni. Il sabato e la domenica auguravo ai miei colleghi: "Buon weekend" e ogni tanto cacciavo dalle tasche un foglio con su scritto: "Vai con il precariato". Dicevo che lì si lavorava pensando "alla libertà dei cittadini" e "all'unità della patria". Così ci suggerivano i carri con i cavalli che stavano sulle nostre teste. Organizzammo una bella cena a casa mia con i colleghi. La serata era vietata ai lavoratori a tempo indeterminato. Solo Alessandra fu ammessa e cucinò indimenticabili fagioli con le cozze. Poi chili di patate al forno e spuntature. Non ricordo bene la vigilia delle elezioni. Ricordo solo il capolavoro politico di Veltroni, la caduta di Prodi, la resurrezione di Berlusconi, l’ascesa di Alemanno al Campidoglio e i saluti romani dei suoi elettori, l’uscita di Rifondazione dal Parlamento e il titolo de Il Manifesto: “Sinistra extraparlamentare”.

Anno 2013. In questi cinque anni sono successe tante, troppe cose. Il Napoli è stato in C e in Champions League. Di contratti seri non ne ho firmati. Ho lavorato per il cinema e la televisione. Sono stato in Argentina e ho scoperto un altro mondo. Parlo e scrivo in spagnolo. Ho scritto in due libri. Forse ce la faccio a pubblicarne uno mio. Ho collaborato con Repubblica. Sono diventato un insegnante di italiano per stranieri. Ho lavorato in azienda. Il venerdì, poco prima di spegnere il computer, dicevo: "Il weekend è già finito" e la mattina, quando arrivavo, esclamavo: "Impiegati-massa, buongiorno anche oggi!". Non ho fatto un giorno di malattia e mi hanno dato un calcio in culo il giorno prima che mi scadesse il contratto. La politica la seguo sempre perché ho bisogno di capire il mondo in cui vivo. Da queste elezioni non so cosa aspettarmi. So per chi voterò. Tutto qui. Lo farò con la giusta convinzione e con la giusta speranza. Mi auguro che lo facciate anche voi. Buon voto a tutti!

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