martedì 30 aprile 2013

«Piu, piu, piu, piu, piu...»

Donna piangente mentre passa la bara di La Torre (Letizia Battaglia)

Oggi è l'anniversario della morte di Pio La Torre. Colgo l’occasione per raccontare questo aneddoto. Lo scorso anno, più o meno in questi giorni, in una scuola del Sud Italia, stavo facendo una lezione sulla rappresentazione massmediatica della mafia. Stavo mostrando ai ragazzi le foto di Letizia Battaglia, Franco Zecchin e altri. «Piu, piu, piu, piu, piu...» fece uno studente nella folla dell’auditorium raccogliendo consenso fra i suoi compagni. Sullo schermo avevo appena proiettato le foto dei funerali di Pio La Torre. Da lì saremmo partiti per raccontare un po’ chi era questo uomo, cosa aveva fatto nella vita e perché lo avevano ammazzato. Ma quei ragazzi di Pio La Torre sapevano già molte cose. «Ma perché allora hai fatto il verso del pulcino?», chiesi immaginando già la sua risposta. «Perché ne “Il Capo dei capi” quando ammazzano a Pio La Torre, i killer vanno da Riina e fanno così…». «Così come?». «“Piu, piu…” fanno… e poi per festeggiare mangiano arancini e bevono birra…»

martedì 9 aprile 2013

Riflessioni post derby via streaming, post special Califfo via Tv e ascolto vinilico

Il derby è finito. L’ho seguito in streaming e le immagini arrivavano con qualche minuto di ritardo. Ma le urla del condominio sono state la punteggiatura migliore della partita. Qualche ululato al gol della Lazio, clima da stadio all’errore di Hernanes e al rigore di Totti. Ho visto uno stadio con ampi settori vuoti e ho pensato agli scontri del pomeriggio, fotografia di un calcio forse inutile e di una città in sofferenza. Su Raidue è poi iniziato lo speciale su Califano e così ho messo su un paio di suoi vinili. No, Youtube non sempre è un sicuro rifugio quando si cercano musica e parole. Riflettevo sulla poetica del Califfo e ho pensato che anticipi in pieno l’individualismo libertino di Vasco Rossi, fatto di ore piccole e fegati orgogliosamente maltrattati, contraltare della libertà partecipativa di Gaber o dello spirito libertario di De Andrè. No, il Califfo non mi rappresenta ma la sua “voce malandata” mi fa riassaporare Roma, città di cui da anni cerco di scorgere un’identità senza riuscirci. Una Roma, quella che conosco, cresciuta a dismisura, ingestibile, troppo grande da scrutare tutta, ogni giorno più povera e malmessa, nervosa e arrabbiata, un corpo che rumoreggia tanto e che naturalmente comunica poco. Vedendo il mondo di Califano, la sua gente sotto la grandine, mi sembra però di scorgerne un’anima, un volto con cui è possibile cercare un confronto. P.S E se Califano fosse cresciuto per i vicoli di Napoli e avesse avuto a disposizione un’altra lingua, cosa avrebbe cantato?