martedì 21 ottobre 2014

Un altro 2-2 tra Inter e Napoli si portò via Beppe Viola

L'articolo è apparso su Il Napolista

17 ottobre 1982. Esattamente 32 anni fa. Giorno più, giorno meno. Prima parte del campionato, Inter e Napoli pareggiano 2-2. E in quei giorni sì che un punto al Meazza profuma di oro e diamanti. I numeri a volte parlano, ma quasi sempre hanno bisogno di essere interpretati. Il 2-2 di domenica sa di immaturità, nervi poco saldi, scarsa concentrazione. Quello di allora, in epoca pre-maradoniana, ha ancora il gusto del miracolo e della fierezza. Ma quella partita è passata alla storia per altri motivi e la cronaca dei 90 minuti c'entra fino a un certo punto. Anzi quei quattro gol sono il particolare molto trascurabile di una storia molto più grande. Protagonista Beppe Viola detto Pepinoeu - giornalista, 43 anni portati con la serietà dell'umorista, «nato per sentire gli angeli» ma costretto a «frequentare i bordelli», parola di Gianni Brera - che quel giorno, dopo aver chiesto all'allenatore partenopeo Giacomini se il migliore in campo fosse stato San Gennaro, morì sul lavoro. Davanti ad uno schermo. In una sala montaggio della Rai di Milano.

Una emorragia celebrale lo colpì, mentre c'era ancora da raccontare per intero la partita che gli italiani avevano ascoltato alla radio. Bisognava ancora dare senso compiuto ai gol mundial di Oriali e Spillo Altobelli, l'orgoglio finale dei partenopei nei piedi di Criscimanni e Marino. Ma non ci fu tempo. Beppe spirò poi in ospedale. Il suo cuore in parte meridionale - un nonno veniva dall'entroterra salernitano - smise di battere. Ma era stata la testa a tradirlo. Lui, che con le emicranie conviveva, aveva raccontato il calcio agli italiani con ingegno e senza timidezza. La sua voce - a prima vista svogliata, distaccata, senza ritmo - era al nobile servizio di un punto di vista sul mondo che graffiava, lasciava segni e a volte inquietava.

Nei primi anni '70, fu capace di trasformare Rivera in un malinconico personaggio sull'orlo del tramonto nella toccante Vincenzina e la fabbrica scritta con Jannacci ("...0-0 anche ieri 'sto Milan qui, sto Rivera che ormai non mi gioca più"). Poi, costringendo il golden boy al suo microfono mentre il tram n. 15 attraversava Milano con tanto di vita meneghina al seguito, firmerà insieme a lui una pagina indimenticabile di giornalismo televisivo.

Viola era testimone illuminato della vita. Respirava il suo tempo con vigore, riscrivendolo con accortezza e ironia. I fortunati esordi di Franco Baresi in maglia rossonera, diventarono una delle più beffarde chiose sulla strategia della tensione, che proprio a Milano aveva mosso i primi passi. Era la stagione 1978-1979. I diavoli allenati da Liedholm vinceranno il decimo scudetto, quello della stella. Di Baresi, grande protagonista di quell'annata, Viola parlerà così. «È, dicono, il miglior libero d'Italia. Esclusi, naturalmente, Freda e Ventura», neofascisti imputati per la strage di Piazza Fontana.

Aveva rispetto per il pubblico, Beppe. Un riguardo e un'attenzione tali da imporre ai suoi colleghi della rivista Magazine multe in caso di utilizzo di espressioni abusate (oggi, i vari "pazzesco", "ancora lui", "incredibile", le asfissianti telecronache dal flusso continuo ed ininterrotto equivarrebbero a scomuniche). Un senso della bellezza da onorare sempre e comunque tanto da nascondere agli occhi dei telespettatori le immagini di un triste e scolorito derby milanese, in cui i portieri avevano fatto da spettatori. Quella volta Viola parlò di «derbycidio» e mostrò le immagini più appassionanti di una vecchia stracittadina. La notizia era stata comunque data. Il dato rispettato. La realtà non travisata. Era stato oggettivo Pepinoeu. Ciò che ai suoi occhi era privo di senso, non era stato esibito. Questa è forse la più grande lezione che ci ha lasciato. E scrivere di lui dopo la partita di domenica non è nostalgia né un'operazione ricordo. La malinconia può uccidere. La memoria può stancare, rendendo sterile ciò che è stato. In questo caso, c'è soltanto un nobile passato da onorare e far rivivere. Hic et nunc. Senza appello.

domenica 5 ottobre 2014

Anime nere. Viaggio nel cuore di tenebra della 'ndrangheta


L'articolo è apparso sulla rivista Questione Giustizia.

Per raccontare Anime nere di Francesco Munzi - tratto dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (Rubbettino Editore), presentato all'ultimo Festival di Venezia e da qualche settimana nelle sale italiane - partiamo da questa immagine. Provate a creare nel vostro salotto una videoteca di film dedicati alla mafia, alle camorre e alla 'ndrangheta. Vi accorgereste subito che Cosa Nostra e camorra la farebbero da padrone, relegando le opere audiovisive dedicate al sodalizio mafioso calabrese in un modesto cantuccio.

Nella storia del nostro cinema è andata così. La mafia ha dominato, grazie anche alle opere romanzesche (Sciascia su tutti) divenute poi film. La camorra si è ritagliata progressivamente un po' di considerazione da parte di registi e sceneggiatori fino all'esplosione di Gomorra (2008). Per la 'ndrangheta calabrese è andata diversamente: al cinema italiano non è mai piaciuta più di tanto.

Errore di sottovalutazione, di mancata messa a fuoco di un fenomeno percepito come straccione e pastorale, rintanato fra le grotte dell'Aspromonte. Il mancato scontro frontale con lo Stato, il basso (ma non irrilevante) numero di pentiti, la lontananza dai clamori mediatici hanno fatto il resto, consegnandoci negli anni un fenomeno poco conosciuto. Ma qualcosa recentemente è cambiato. E questo qualcosa si chiama omicidio Fortugno (2005), strage di Duisburg (2007) e atti intimidatori alle procure calabresi. Sono questi i momenti che impongono la 'ndrangheta nell'agenda mediatica del Paese e della stampa internazionale. Materia che involontariamente ha fatto da concime al seme di Anime nere, il profondo e duro film di Francesco Munzi.

Anime nere è la storia di tre fratelli. Il padre era un pastore dell'Aspromonte ucciso in una faida fra famiglie. Luigi e Rocco vivono a Milano. Il primo gira l'Europa stringendo accordi con narcotrafficanti sudamericani e si gode la vita. L'altro ricicla i soldi del fratello e vive in un interno borghese con moglie e figlia. Luciano è rimasto in Calabria ad occuparsi della terra e degli animali. Conduce una vita dimessa e ha di che penare con il figlio Leo, aspirante malavitoso che non vede l'ora di andare dagli zii di Milano e diventare uno di loro. Zio Rocco e Zio Luigi sono i modelli vincenti. Di suo padre nessuna stima e considerazione.

Quando il ragazzo scappa a Milano in cerca di un futuro, la Calabria sembra destinata a rimanere marginale nello sviluppo della narrazione. Leo diventerà picciotto bonu, zio Luigi gli farà conoscere i piaceri della città e zio Rocco lo inviterà a non correre troppo, ricordandogli di portare rispetto per suo padre. Ed invece progressivamente la modernità dei grattacieli di Milano e delle atmosfere europee scomparirà. A dominare sarà il cuore duro della Calabria, illuminata da un sole di metallo.

Gli affari si fanno in tutto il mondo, ma la questione che accomuna i tre fratelli va risolta al paese. Lì vanno chiusi i conti con la famiglia rivale. Ed è questo il momento in cui il film si tinge di nero, diventando tragedia. E lì che Munzi dà il meglio di sé, penetrando chirurgicamente nell'animo, nella psicologia e nell'antropologia dei personaggi. Qui conosciamo la famiglia di origine, i suoi usi e i suoi costumi. Una cultura fatta di ambiguo antistatalismo, insofferente verso le forze di polizia ma connivente con la politica.

Un'antropologia in cui l'onore e il rispetto strumentali al mantenimento del potere si manifestano dolorosamente. Qui conosciamo il contesto in cui tutto ha avuto origine. Qui si scontra l'immagine realistica di una malavita globalizzata con quella che sente ancora battere il proprio cuore in un'atmosfera arcaica e pre-moderna. È qui che il male è ineluttabile, il dolore fatalmente trionfante.

In un paese immaginario dell'Aspromonte il passato irrisolto attanaglia il destino dei protagonisti lungo i sentieri del dolore. Realmente siamo ad Africo, un paesino di montagna che un'alluvione spazzò via e costrinse i suoi abitanti a inventare una nuova vita in riva al mare. Alla storia di Africo, Corrado Stajano dedicò nel 1978 un intenso libro-reportage. Ad Africo Munzi ha dato nuovo senso alle pagine di Criaco, convinto di una cosa: "Da Africo si può vedere meglio l'Italia".