mercoledì 29 aprile 2015

L'intervista sul quotidiano La Città di Salerno

Cosa Nostra fra cinema e TV nel libro di Andrea Meccia. L'intervista di Davide Speranza è stata pubblicata il 21 aprile 2015 sul quotidiano La Città di Salerno.

Mafia, storia, cinema, televisione, mass media. Una miscela esplosiva raccontata nel libro di Andrea Meccia (...) Mediamafia - Cosa Nostra fra cinema e TV. (...) Uno strumento unico nel suo genere in cui si delinea la storia della mafia e della sua rappresentazione cinematografica e televisiva dagli anni '70 ai giorni nostri. Il fenomeno transmediale che si incrocia con il dato reale, in una ricostruzione antropologica e sociologica, lungo il confine liminale che sta tra fiction e cronaca. Il testo si muove fra le pieghe di film e sceneggiati.

Meccia, il suo diventa un libro necessario nel nostro contemporaneo mediatico. Come nasce l'idea?

Da due antologie collettive entrambe curate da Marcello Ravveduto, Strozzateci Tutti e '92. L'anno che cambiò l'Italia. All'interno mi occupavo di come i fenomeni criminali sono stati raccontati dal cinema italiano. Ho capito che si poteva creare una storia attraverso fonti audiovisive. Quarant'anni di storia italiana dagli anni '70 ai giorni nostri sulla mafia siciliana. Mi sono concentrato sulla capacità di mettere in atto stragi come quelle del '92, l'uccisione del giudice Chinnici, la lunga sequela di omicidi che hanno coinvolto nomi noti come Dalla Chiesa, La Torre. Nella pubblicistica e divulgazione dei fenomeni criminali sono stati scritti molti libri ma non c'era mai stato, a livello scientifico, un'opera che avesse raccontato come questi fenomeni fossero declinati dai media.

Il testo contiene approfondimenti su film come Cadaveri eccellenti di Rosi, La mafia uccide solo d'estate di Pif. Oggi è il cinema a condizionare il fenomeno mafioso o viceversa?

Raccontare un evento tragico vuol dire sviluppare un punto di vista, un linguaggio, una sintesi tra quello che è accaduto e come è stato riportato. Quando la Rai e il Ministero della Giustizia decisero di portare le telecamere in aula giudiziaria, cambiò la percezione del fenomeno mafioso e l'atteggiamento dei mafiosi rispetto alla giustizia stessa, perché sapevano che non solo dovevano rispondere alle domande di un giudice, ma dovevano anche rapportarsi alle centinaia di telecamere e macchine fotografiche che erano lì a riprendere le loro mimiche, emozioni, il loro linguaggio verbale e non. Certo c'è il rischio che la realtà si ispiri al cinema. Con l'invasione dei mezzi di comunicazione e della spettacolarizzazione, non sappiamo se è il cinema a guardare al mafioso o il contrario. Quando fu arrestato Brusca, aveva sul comodino la cassetta del film Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara. Oppure, pensiamo alla villa di Schiavone, fatta a immagine e somiglianza di quella ripresa nel film Scarface di Brian De Palma. Il grande cinema delinea le biografie dei mafiosi e allo stesso tempo i mafiosi vivono in mezzo a noi e consumano lo stesso prodotto che consumiamo noi.

Le fiction come Gomorra rischiano di dare messaggi incompleti sulla realtà dei fatti?

Non ho giudizi moralistici. Certo, da un punto di vista didattico vediamo una narrazione che si sviluppa solo all'interno del male e non lascia spazio all'alternativa. A noi interessano gli effetti che hanno questi prodotti sull'opione pubblica italiana. Quando Rita Borsellino era candidata alle elezioni regionali in Sicilia, la fiction su Giovanni Falcone non fu mandata in onda per motivi di par condicio. Oppure Alemanno, quando era sindaco di Roma, di fronte ad alcuni episodi di microcriminalità, diede la colpa a Romanzo criminale. Questo ci fa sorridere, se pensiamo agli eventi successivi di Mafia capitale. Il problema non è della fiction in sé, ma come noi affrontiamo questi fenomeni. Il cinema e la televisione hanno una dimensione di intrattenimento, se non lo comprendiamo ci chiederemo sempre se è giusto o meno vedere sullo schermo le azioni di un criminale. Ci vuole un Paese più alfabetizzato al linguaggio delle immmagini.

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