lunedì 27 aprile 2015

Mediamafia. Un libro per riflettere e interpretare

La recensione di Marcello Ravveduto, pubblicata sulla rivista Narcomafie (Numero 1, 2015)

Dal 1992 ad oggi sono stati scritti 531 libri che contengono nel titolo la parola "mafia". In gran parte (412) gli autori appartengono a circuiti extra accademici (giornalisti, magistrati e politici). Ma anche i testi riferibili a docenti universitari (119) sono stati spesso scritti con uno stile accessibile ai non addetti ai lavori, anche se basati su fonti scientifiche. La narrazione, quindi, è tesa quindi alla costruzione di una public history (ovvero una divulgazione professionale di accadimenti e processi legati al contesto mafioso) in cui la criminalità organizzata è un elemento centrale all'interno delle vicende politiche, economiche e sociali che hanno caratterizzato la storia italiana e in particolare quella repubblicana. Una narrazione che ha sedimentato topos letterari, stratificato luoghi comuni e creato miti condizionati dagli automatismi replicanti e incontrollabili dell'immaginario collettivo mafioso. Questa è la materia incandescente trattata da Andrea Meccia nel suo Mediamafia. Cosa Nostra fra cinema e TV

I media sono il lievito che gonfia l'impasto narrativo della mafia. Riferendosi alle opere cinematografiche Umberto Santino, nella prefazione al testo, ha scritto: «Quel che è certo è che nel cinema la mafia ha fatto da padrona, rispetto alla camorra e alla ’ndrangheta, e i film di maggiore successo in Sicilia sono stati quelli meno buoni, e bisogna chiedersi perché gli spettatori vedono “celebrate” sullo schermo violenze e ingiustizie che la spettacolarizzazione induce a farle considerare “altro” da quello che sono nella vita reale. Queste considerazioni ci portano a porci un interrogativo: nella rappresentazione della mafia che funzione ha avuto il cinema? E la televisione?». L'osservazione di Santino è vera se guardiamo alla storia del cinema a partire dal secondo dopoguerra: Cosa Nostra è il paradigma del medium mafioso, il metro di paragone per definire i parametri sociali e culturali entro cui iscrivere una fenomenologia criminale tipicamente italiana. Tuttavia se accorciamo lo sguardo e andiamo a vedere i film aventi per argomento storie di mafie, realizzati dal 2007 ad oggi, noteremo che, su 28 pellicole (ovvero una media di 4 all'anno), ben 17 sono dedicate a Napoli e la camorra. Ho scelto come anno di riferimento il 2007, avendo come punto cardinale il successo di Gomorra (2006), che sposta l'attenzione mediatica dalla Sicilia alla Campania, per dimostrare come letteratura, cinema e televisione (non a caso il testo di Saviano ha attraversato le tre diverse forme) si influenzino vicendevolmente e potenzino, amplificando il messaggio di passaggio in passaggio (tra citazioni, intrecci e metafore), un rinnovato immaginario collettivo mafioso che usa come piedistallo di emersione il patrimonio già lungamente accumulato e sedimentato dai mass media non solo nazionali (basti pensare agli effetti de Il Padrino sulla formazione di stereotipi mafiosi per comprendere quanto l'agire dell'immaginario sia liquido, se non gassoso, riuscendo a penetrare in ambienti inimmaginabili, al di là della volontà autoriale). 

Andrea Meccia è consapevole della impossibilità di sistematizzare e di definire compiutamente in una forma solida l'immaterialità scivolosa della pulsione mediale, eppure prova, a partire dagli anni '70, a far dialogare storia nazionale e immaginario collettivo mafioso. La scelta del punto di partenza non è casuale. L'autore vuole trovare, nel momento in cui la violenza politica si accosta alla violenza criminale, l'origine di una crisi repubblicana narrata dall'intersecazione tra cinema d'autore e neotelevisione. Non a caso, partendo dalla definizione di Baudrillard, «lo spirito del terrorismo» si manifesta proprio «attraverso l’irruzione di una morte più che reale: simbolica e sacrificale – l’evento veramente assoluto e senza appello», arriva a paragonare la modernizzazione mafiosa degli ultimi quarant'anni ad un'organizzazione terroristica. Un paragone ardito che farebbe saltare sulla sedia molti storici accademici ma che induce a riflettere sulla mescolanza concettuale da cui discende una simile interpretazione. Del resto la mafia siciliana è stata anche comparata al totalitarismo (Siebert, Marino) e al fondamentalismo (Lo Verso). Dietro la suggestione di Meccia è possibile intrecciare alcuni elementi che danno sostanza al nesso Cosa Nostra/terrorismo? Proviamo a seguire questo strada prendendo spunto dall'affermazione di Luciano Pellicani utilizzata dall'autore: «Se per terrorismo si intende l’uso sistematico della violenza finalizzato a provocare una paura paralizzante» la mafia può essere inserita in un simile quadro concettuale. Entrambe sono organizzazioni violente che hanno messo in discussione le libertà costituzionali; entrambe hanno usato, in diversi periodi storici, la strategia della tensione e l'omicidio selettivo: l'obiettivo di colpire il cuore dello Stato, realizzato dalle Br con Moro, non è equivalente, per Cosa Nostra, agli assassini di Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, Chinnici e decine di autorevoli rappresentanti delle istituzioni repubblicane? Entrambe si fondano su un'ideologia del potere antistatale (in quanto ordinamento alternativo); entrambe hanno tessuto trattative con pezzi deviati dello Stato; entrambe sono state parte attiva nelle relazioni occulte con poteri contrastanti e divergenti, entrambe sono state messe in crisi dal fenomeno del pentitismo. Sebbene in sede storiografica la questione non sia mai stata posta è evidente che una simile riflessione apre il campo a una riflessione mai compiuta e che merita considerazione scientifica, individuando fonti qualitative e quantitative in grado di confermarla o confutarla. Un dato è certo: se si segue il percorso tracciato da Meccia viene naturale pensare che in questo Paese, nella seconda metà del '900, si è svolta una guerra civile silente (italiani contro italiani). La questione, in tal senso, non riguarda solo l'olocausto delle vittime innocenti ma anche quelle colpevoli.

Se guardiamo ai morti dei conflitti tra bande terroristiche e clan mafiosi arriviamo ai numeri che possiamo paragonare solo alla guerra messicana per il controllo del narcotraffico. Ma la differenza è che tutto questo è accaduto in Europa, in uno stato di diritto assurto, dopo il miracolo economico, a potenza industriale globale. Ritorniamo al libro. L'autore inizia con una veloce disamina dei film antecedenti agli anni '70 per poi avviare il suo approfondimento storico-mediale da Il sasso in bocca di Giuseppe Ferrara, messo in diretta correlazione con il concept album de I Giganti Terra in bocca. Poesia di un delitto. Un disco del quale Don Luigi Ciotti ha scritto: «Un esempio di come la musica possa mettersi al servizio della verità e denunciare l'ingiustizia raccontando una storia di mafia». Arrivano gli anni '80 con gli omicidi seriali di Cosa Nostra e la grande trama del Maxiprocesso. La TV segue questi sviluppi sia dal punto di vista della cronaca, sia stabilendo nuovi parametri narrativi: va in soffitta lo sceneggiato e prende avvio la fiction., ovvero La Piovra. Il commissario Cattani è la tele-rappresentazione dell'eroe solitario contro la mafia ed è impressionante come la sua morte nell'utlima puntata sia associata, dai poliziotti di allora, alla tragica fine di Ninni Cassarà. Gli instant movies (Cento giorni a Palermo, Pizza connection) restituiscono il clima di un conflitto trasversale che coinvolge ampi strati della società. Negli anni '90 Meccia conetnra particolarmente, e giustamente, la sua attenzione su Cinico Tv di Ciprì e Maresco: «Mentre il cinema e la fiction post '92-'93 sceglieranno di portare sugli schermi gli eroi di una Repubblica positiva, Ciprì e Maresco metteranno in scena corpi di vittime non destinate alla morte violenta. Corpi che non riceveranno piogge di pallottole o eruzioni di tritolo, ma che porteranno "impressi nella carne i segni della catastrofe"». L'Italia è immersa in una nuova strategia della tensione dalla quale esce un Paese privo di speranza, attaccato all'illusione di un sempre presente costruito dai media nella loro apparente immutabilità. E sarà proprio dalla retorica televisiva che arriverà la nuova forma di potere della cosiddetta Seconda Repubblica.  Intanto la mafia non è più eludibile, anzi nella narrazione mediale conquista un posto di rilievo al punto da divenire caricatura di se stessa trasformando la tragedia in epopea e il dolore in spettacolo. Meccia snocciola e intreccia le diverse e reiterate rappresentazioni arrivando a delineare un panorma cross-mediale in cui cinema, TV, musica, letteratura si mescolano amalgamando un "tutto" mafioso paradigmatico che viene rovesciato e strumentalizzato da personaggi come Cuffaro e Dell'Utri, senza dimenticare Andreotti e il suo processo. 

Leoluca Bagarella (foto L. Battaglia)
Nella seconda parte del libro dà spazio alle sue personali qualità di critico cinetelevisivo proponendo al lettore alcune "visioni": Cadaveri eccellenti, Il ladro di bambini, Tano da morire, La nuova 500, Il divo, La mafia uccide solo d'estate. L'analisi più originale è sicuramente quella relativa allo spot della 500 in cui emerge come il linguaggio pubblicitario degli anni 2000 edifichi lo spazio di un «immaginario collettivo pacificato» in cui le contrapposizioni del '900 sembrano non avere cittadinanza. L'industria manifatturiera italiana per eccellenza insiste sull'identità nazionale  della "comunità immaginata" per dimostrare come la sostanza del nostro benessere si trasformi in italica morale affiancando i visi di Falcone e Borsellino al simbolo del miracolo italiano (la 500) rinnovato: «Comprare una nuova Fiat 500 (...) vuol dire implicitamente avere una coscienza civile che ci fa avere a cuore la storia e il destino del nostro Paese». Nella terza, ed ultima, parte Meccia intervista Letizia Battaglia e Roberto Scarpinato. La fotografa ci prende per mano lasciandoci entrare negli anfratti più reconditi del suo mestiere, soprattutto quando dice: «Devo ammettere che ho avuto problemi veri e reali nel puntare il mio obiettivo contro le persone ammanettate... Mi sembrava una vigliaccata riprendere un uomo stretto fra due o più poliziotti. Lo sentivo un abuso vero...». Al giudice, l'autore, riesce a carpire una riflessione che esplicita il concetto essenziale della lettera scritta a Paolo Borsellino nel ventennale della sua morte: Giovanni e Paolo sono stati definiti «creatori di senso». Meccia con acume lo sollecita a chiarirne i motivi: «Creatori di senso in una straordinaria impresa di innamoramento collettivo... La parola amore è composta per quattro quinti dalla parola morte che in latino si diceva mors. Mettendo dinanzi alla parola mors l'alfa privativo, si crea la parola amore: a-mors che dunque vuol dire "togliere dal non senso della morte"».

Una risposta che giunge a conclusione di un tragitto narrativo che merita di essere letto.

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