venerdì 14 maggio 2010

Una piacevole agonia

Buenos Aires, Avenida Corrientes Agosto 2009

El humo del cigarillo hizo amarga mi boca y ácida mi saliva. Pareció nublar mi mirada, pero quería que nunca terminara...
A.L'.M.

Si dice che partire sia sempre un po’ morire. L’ultima notte che ho passato a Buenos Aires, la morte me la sono sentita dentro. Si dice anche che nell’agonia tutto il film della vita ti passi nella mente e davanti agli occhi. Nella lenta agonia della mia permanenza in Argentina, il film dei tre mesi vissuti nella città porteña si materializzò più volte.

L’ultima sera andammo a mangiare in Avenida Corrientes, nel ristorante Los Inmortales. Alessandra era indecisa nel come salutare la città. Le opzioni erano tre: porzione di pizza che traboccasse mozzarella da Guerrin, pizzeria genovese aperta nel 1932; un bel bife de lomo o un piatto di gnocchi con il sugo alla bolognese. La scelta era ardua, perché i sapori porteñi ci avevano conquistato. Ci siamo fatti due conti e abbiamo optato per gli gnocchi. A me la pizza non andava e da Guerrin è bello mangiare veloce e in piedi, rincorrere la mozzarella che ti scappa allungando il collo, scolarti una birra e poi passeggiare. La carne l’avevamo mangiata per l’ennesima volta, ottima e abbondante, da Zio Dario, il fratello di nonno Settimio. Gli gnocchi li avevamo già provati, erano ottimi. D’altronde con carne di quella qualità, un sugo alla bolognese non poteva che essere notevole. Ernesto mi chiese se il sugo alla bolognese sia il ragù e per rispondergli mi toccò scomodare Eduardo che avrebbe detto: «Ernè, il cuoco de Los Inmortales fa 'a carne c' ' a pummarola». Eduardo avrebbe avuto ragione, ma quel sugo era delizioso. Il posto ha il sapore di essere fermo nel tempo ed è un piacere mangiare circondato dalle immagini degli eroi immortali argentini. Questo è un Paese di leggende e Buenos Aires assume spesso un’aria fantasmagorica nella quale sembrano danzare i suoi miti.

Dopo la cena bella e nostalgica, dovevamo scegliere un caffè dove andare a scolare un whisky, un cocktail, un qualcosa per digerire. Io mi sono innamorato della Confiteria La Giralda, e poi avevo fatto amicizia tacita e cortese con un suo cameriere. Non so che basi scientifiche abbia la fisiognomica, ma a Buenos Aires i camerieri con la faccia che hanno sembra non possano far altro che quel mestiere nella vita. Li adoro. Sono amabili e gentili, sentono la missione del loro lavoro, ti servono con attenzione, ti aprono la bottiglia della bevanda che hai ordinato e ti versano nel bicchiere da bere. Ernesto però voleva andare al Cafè La Paz, all’angolo tra Montevideo e Corrientes. Lì c’è una sala per fumatori e una gran finestra che dà sulla strada. Lui ama stare seduto e osservare il mondo che cammina. Dentro di me si agitava un disperato bisogno di recarmi a La Giralda, ma con Alessandra decidemmo di accontentarlo. Io non sapevo cosa ordinare, mi sentivo a disagio. Avevo bisogno di salutare Buenos Aires. A modo mio. Solo. Dovevo confessarle il mio amore e prometterle che sarei tornato.

Ad un tratto mi alzai e uscii. Alessandra mi seguì con lo sguardo e capì tutto. Sapeva già perfettamente tutto quello che avrei fatto e non mi rincorse. Andai in un chiosco e comprai un pacco di Next, con gli ultimi spiccioli. Mi diressi senza esitare un attimo a La Giralda. Nonostante il pieno inverno, erano due giorni che a Buenos Aires era scoppiato un caldo piacevole e improvviso e c’erano dei tavolini all’aperto. Mi sedetti. Il mio amico cameriere venne da me e ricordandomi che mi aveva già visto nel pomeriggio.
«Paso de Los Toros con Gin, yelo y lemon, señor», ordinai deciso.
«Muy bien, caballero. Hay lugar dentro. Acá te cobran el 30% más»
«No hay problema, muchas gracias»
«Tiene razón, acá se puede fumar y se puede mirar la luna».

Diedi le spalle all’obelisco, a pochi metri c’era la fermata Uruguay della metropolitana. Cumuli di immondizia e una luna piena dominavano su Corrientes. Accesi la prima sigaretta. La fumai tutta fino al filtro. Ne accesi una seconda. In totale ne accesi sei. Una dopo l’altra. Senza fermarmi. Guardai la strada. Circolavano solo taxi in cerca di attori e spettatori dei teatri della Broadway porteña da accompagnare a casa. Passavano cartoneros e mendicanti che frugavano negli scarti della metropoli. Ancora qualche edicola aperta, librerie illuminate a giorno e giovani dallo sguardo duro a litigarsi cabine telefoniche da tappezzare con annunci erotici, popolavano la scenografia davanti ai miei occhi. Scolai senza pietà l’acqua tonica con il gin e ne ordinai subito un’altra. Avenida Corrientes con la sua ineleganza mi stregò per l’ennesima volta. Il cameriere mi guardò, come se avvertisse che quella era l’ultima volta che mi avrebbe visto.
«¿Hace mucho que trabaja acá?», gli domandai
«11 años, señor. Empecé a trabajar de muy joven en la gastronomia. Antes trabajé 15 años en Montevideo 2700, cerca de los Tribunales, un lugar hermoso. Este es un lugar historico. No se puede modificar, es patrimonio historico de la ciudad. Nació así en los años 30. Bueno, como le dicia ante, hace casi 30 años que trabajo. Como contribución estoy muy bien, pero, para jubilarme, me falta la edad».

Mi ricordai che in una delle freddissime notti di luglio, mi rifugiai qui. Il cameriere era di turno e mi aveva servito lo stesso cocktail. Era arrivato con consumata maestria con il vassoio di lamiera, la bottiglia di gin, la bottiglia di acqua tonica, il contenitore del ghiaccio, il piattino con le fette di limone infilzate da uno stuzzicadenti e un vecchio misurino.
«El noticiero dijo que esta noche puede nevar también en Capital», mi disse.
«Hoy nevó en Cordoba», risposi.
«¿Sos del interior?» .
«No, soy italiano», tagliai corto brillo e assonnato.

Continuai a guardare la luna. Il giorno dopo sarei tornato in Italia.
Pagai il conto e salutai silenziosamente La Giralda e il mio amico cameriere.
«Tornerò», urlai dentro di me.
Quello che dovevo dire a Buenos Aires, l’avevo detto senza rendermene conto.
L’aria era fresca e piacevole.
Al Café La Paz Ernesto e Alessandra conversavano amabilmente. Era bello guardarli dalla strada.
«¡Rulo, una moneda!», mi chiese un senzatetto barbuto e con i riccioli bianchi.
Era la quarta volta che mentre camminavo per Corrientes mi chiedeva di dare un senso alla sua dannata esistenza con quelle parole.
Faceva leva sulla solidarietà capelluta e sapeva che non avrei mai potuto rifiutare.

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