Con il Pipita non sono mai stato tenero. Non ho mai amato la sua argentinità, ontologicamente differente da quella fatta di rabbia e sudore callejera . L’ho considerato un atleta ostaggio di velenosi vizi aristocratici e imperdonabili irascibilità piccolo-borghesi. Ma le sue lacrime di domenica hanno toccato le corde della malinconia. La sua reazione esecrabile e giustamente punita, unita all’espulsione di Sarri, putroppo è diventata fin da subito la pietra angolare attorno a cui sviluppare la narrazione della perdita dello scudetto del Napoli. A favore di una squadra, la Juventus, che respira e mostra con orgoglio tutta la cattiveria che solo la razza padrona conosce, una organizzazione societaria capace di modificare i destini di giocatori altrove destinati a carriere mediocri, trasformandoli in parvenu delle alte sfere del triste calcio di casa nostra. Nei giorni in cui il settentrionalizzato allenatore della nazionale dall’animo juventino è diviso fra la firma con una sq...