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Visualizzazione dei post con l'etichetta Schegge letterarie

Paulo Freire e il renzismo

Leggendo "La pedagogia degli oppressi" di Paulo Freire, testo del 1967, ho trovato, a mio giudizio, una adeguata descrizione del renzismo e della qualità del dibattito democratico in Italia. «In funzione delle condizioni storiche, in funzione del livello di percezione della realtà che gli oppressi possono possedere, può e deve variare il contenuto del dialogo. Sostituirlo con l'antidialogo, con gli slogan, col verticalismo, con i comunicati è pretendere di liberare gli oppressi con degli strumenti che li "addomesticano". Pretendere la loro liberazione senza il contributo della loro riflessione significa trasformarli in oggetti che, per così dire, vadano salvati da un incendio. Significa farli cadere nelle acque morte del populismo e trasformarli in massa da manovra».

Parole per orientarci/2

Mentre negli altri Paesi europei la criminalità non “fa storia”, riguardando le fasce meno integrate e acculturate della società, in Italia la storia nazionale, quella con la S maiuscola, è insestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente, tanto che in taluni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda. Questa criminalità dei potenti si è declinata dall’Unità d’Italia ad oggi su tre versanti: la corruzione sistemica, la mafia e lo stragismo per fini politici. La questione criminale dunque in Italia è inscindibile da quello dello Stato e della democrazia . Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe , Chiarelettere, Milano - 2008

Parole per orientarci

Qualsiasi massacro sarebbe loro (ai terroristi, nds) perdonato, se avesse un senso, se potesse essere interpretato come violenza storica – è questo l’assioma morale della violenza buona. Qualsiasi violenza sarebbe loro perdonata se non fosse ripresa e amplificata dai media (“il terrorismo non sarebbe nulla senza i media”). Ma tutto questo è illusorio. Non esiste uso buono dei media, i media fanno parte dell’evento, fanno parte del terrore, e giocano in un senso o nell’altro. Jean Baudrillard, Lo spirito del terrorismo , Raffaello Cortina Editore, Milano - 2002

Campo e controcampo

Molto più interessante fu il dibattito successivo. Pasolini stava sul palco, avvolto in un cono di luce. Una giacca bianca da cowboy, gli occhiali scuri, il volto rigato da solchi d'aratro. I suoi interventi erano accolti con applausi isol ati. Spesso dal silenzio. Un'ostilità gentile. A una domanda stupida, che voleva essere provocatoria senza riuscirci, cioè quanto il suo cinema avesse a che fare con la vita (e il sottinteso era poco o niente), Pasolini rispose affermando un concetto che impressionò Stefano: - Il cinema è fatto di campo e controcampo: c'è campo quando la telecamera è rivolta nella stessa direzione degli occhi degli spettatori, controcampo quando succede l'inverso. Il controcampo, alternato al campo, permette allo spettatore, per una sensazione fisiologica, di sentirsi nel vivo di qualcosa -. Lo aveva colpito questa espressione: sentirsi nel vivo di qualcosa . Per essere nel vivo di qualcosa serviva un punto di vista alternativo, spiaz...

Le associazioni segrete secondo Sciascia

Leonardo Sciascia, L'Espresso 27 Aprile 1980 Tutte le associazioni segrete che - quale ne sia il fine - usano il crimine come mezzo , si somigliano non solo nella struttura organizzativa e gerarchica, ma anche nella ricerca ed espansione, intorno a sé, di un contesto silenzioso, omertoso e di protezione. Tanto più una società si riconosce nelle leggi che le associazioni segrete vogliono ignorare o abbattere, e se ne sente garantita, tanto meno diffuso sarà, intorno al raggruppamento clandestino, il contesto direttamente o indirettamente protettivo. Nel fenomeno mafioso, cui di solito si fa richiamo a paragone di ogni altra associazione segreta criminale, il tessuto protettivo che lo circonda è così variamente intramato e complesso, così durevole e tenace, che la paura finisce con l'apparire elemento secondario. Se poi si tiene presente che la mafia non è mai stata considerata - se non dal fascismo - come fatto eversivo dell'ordine costituito ma piuttosto come sistema para...

Brano tratto da "Cuando me muera quiero que me toquen cumbia", di Cristian Alarcón

A lo largo de Quirino Costa, sobre el borde del descampado, una hilera de jóvenes vaciaba los cargadores disparando haciael barro roseco del baldío."Salimos de acá y dimos la vuleta por los lugares donde él siempre andaba. Cuando la pompa fúnebre se asomó frente a la villa los tiros sonaban como en Navidad. Así fue la despedida de Víctor", recuerdaorgullosa Sabina. Lo enterraron con las banderas de Boca y Tigre cubriendo el cajón. Y entre las decenas de coronas había una igual a la que había pedito durante sus últimos meses, acosado por la policía: "Si me agarran, que me hagan una corona con flores de Boca", había dicho como bromeando sobre un futuro anunciado. Tratto da Cuando me muera quiero que me toquen cumbia. Vidas de pibes chorros , Cristian Alarcón, Grupo Editorial Norma

Brano tratto da "Cuando me muera quiero que me toquen cumbia", di Cristian Alarcón

El baile de los chicos que para cuando mueren quieren cumbia es una ceremonia funeraria convertida en carnaval; es dedicarle lo ganado en ese rapto de violencia que implica acercarse demasiado a la muerte, al frenesí de las pistas, a los latidos frenéticos que sólo puede dar la cocaína, a la distorsión de imágenes, colores y significados que regalan las pastillas mezcladas con alcohol. Como una reverencia hacia un paganismo villero histórico y a lo que podría definirse también como un vitalismo de suburbio extremo, o extremo vitalismo suburbano, el Frente y sus compañeros, como Manuel, entregaban gran parte del botín al consumo de alcohol en jarras y se lo mastaba en el zarandeo de cuatro mil venidos desde todos los puntos del conurbano norte, en micros que pasan por los recoveros más pobres a acarrear a la masa que viaja como sea a ver las bandas nueva sobre el escenario del Tropitango. El Tropi es el boliche de Panamericana y 202 al que han bautizado con justicia “la Catedral de la c...

Ignazio Silone e il terremoto

Ignazio Silone, l'autore di Fontamara , Pane e vino , Il Segreto di Luca , nacque a Pescina, nella Marsica, nel 1900. Il 13 gennaio 1915 un terribile terremoto colpì la città di Avezzano e Silone perse molti familiari, tra cui sua madre. Pochi mesi dopo il sisma, Silone scriveva a suo fratello: « Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le macerie; sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre, cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l'ombra di nostra madre ora abita quelle macerie inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno. Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto... ». Nel 1949 scrisse invece Uscita di...