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“La piovra” in onda e la tv battezzò il racconto della mafia

Rai Uno, 11 marzo 1984, ore 20.30. Dopo il Tg, il primo canale della Radio televisione italiana presenta «un film in sei puntate». «Panorami siciliani profondi: un commissario venuto dal Nord indaga sulla morte di un collega, sulla figlia rapita, su una ragazza misteriosa e gattopardesca dedita alla droga, su fatti che non riesce a spiegare, su altri fatti che invece sa spiegarsi benissimo ma che non può provare». Così si legge sul Radiocorriere di quella settimana. Si tratta del primo episodio di uno sceneggiato che, ibridando generi differenti, conterà dieci edizioni. Il pubblico italiano, nell’anno del trentennale del piccolo schermo, guarda «una storia esemplare di mafia» che segnerà per sempre l’immaginario nazionale e internazionale sulla rappresentazione del grande crimine e della Sicilia. La trama di quella prima stagione l’hanno scritta Nicola Badalucco, trapanese, Lucio Battistrada e Massimo De Rita. La sceneggiatura è del premio Oscar Ennio De Concini. Le musiche di Riz Orto...

Così Damiani raccontò la Sicilia di piombo

Per Pier Paolo Pasolini era «un amaro moralista assettato di vecchia purezza». Per Ennio Flaiano, invece, «il solo dei registi impegnati» da ammirare «sinceramente» per lo «stile “naturale”» e per il «rifuggire da tutte le leziosaggini». Per la storia del nostro cinema, infine, il più americano dei cineasti made in Italy, un autore capace di attraversare più generi dedicandosi poi, tra piccolo e grande schermo, al racconto di quella straordinaria macchina spettacolare e narrativa che è (stata) e sarà la mafia. Questo e mille altre cose è stato Damiano Damiani, il regista, sceneggiatore e pittore friulano scomparso il 7 marzo di dieci anni fa a Roma, all’età di 91 anni, uno dei primi assieme a Francesco Rosi a portare le storie di mafia sullo schermo. Nato a Pasiano di Pordenone nel 1922, Damiani scopre la Sicilia e la  lega alla sua carriera grazie alla lettura de Il giorno della civetta , il romanzo più famoso di Leonardo Sciascia pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1961. A...

Paolo Taviani: “Quella volta che la mafia proibì le bandiere rosse”

“Scoprimmo la storia di Salvatore Carnevale nel 1958, quando con mio fratello Vittorio girammo un documentario scritto da Ignazio Buttitta. Si intitolava Sicilia all'addritta ”. Così Paolo Taviani - 90 anni compiuti lo scorso novembre e in concorso all'ultima Berlinale con Leonora addio , primo film girato dopo la morte di suo fratello Vittorio e vincitore del premio Fipresci della critica internazionale - inizia il racconto di “Un uomo da bruciare”, il primo lungometraggio della coppia, scritto e diretto insieme a Valentino Orsini e uscito nelle sale italiane nel giugno del 1962. Sessant'anni fa. “Fu un viaggio che rivelò ai nostri occhi luoghi e storie che non conoscevamo. Tra gli incontri che facemmo ci fu quello con Francesca Serio, la madre di questo sindacalista ucciso nel 1955 dalla mafia. Una donna forte, capace di denunciare gli assassini di suo figlio a cui Carlo Levi aveva dedicato pagine memorabili”. Cosa ricorda di questa donna al cui caso si interessò, nelle v...

Pablito e il mondiale. Un calcio alla storia nell'anno dei boss

Paolo Rossi non c’è più. Da un paio di giorni, intanto, Pablito si è incamminato lungo i viottoli della Storia. Del mito. Della gloria eterna. Lo ha fatto esalando gli ultimi respiri fra le braccia di sua moglie Federica, su di un letto d’ospedale nella città di Siena. Una volta diffusasi la notizia della sua comparsa, ci hanno pensato i media di tutto il mondo a ricordarne le gesta eroiche, condensate in quella copiosa mezza dozzina di gol distribuiti in ordine decrescente (3-2-1) a Brasile, Polonia e Germania Ovest nel mondiale di Spagna di trentotto anni fa. Paolo Rossi capocannoniere, Pallone d’oro e Italia campione del mondo per la terza volta nella sua storia, la prima in epoca democratica e repubblicana. Era l’anno del signore 1982. Già, il 1982. Un momento non certo qualunque nella recente storia del nostro Paese. Molto probabilmente, un numero a quattro cifre ancora incapace di graffiare l’immaginario collettivo con le vicende che porta nel suo grembo. Se il biennio ’68-’69 e ...

"L'inchiesta, il cliché e la favoletta: vizi e virtù dei film sulla mafia" di Umberto Santino

La recensione scritta da Umberto Santino è apparsa su La Repubblica - Edizione di Palermo (21 gennaio 2015, pagina IX) ed è disponibile anche a questo link .  A conclusione di un suo scritto sulla Sicilia nel cinema, del 1963, Leonardo Sciascia scriveva dopo aver visto un film sulla mafia: "Lo spettatore è portato a chiedersi non più che cosa è la mafia, ma che cosa la mafia non è" e, allargando il discorso: "che cosa la Sicilia non è". Il riferimento era al film Il mafioso di Alberto Lattuada, con Alberto Sordi, del 1962, in cui tutto era o si rapportava alla mafia e lo scrittore, che era solito avvertire: "se tutto è mafia, niente è mafia", riteneva fuorviante dare un'immagine totalizzante del fenomeno mafioso. Sempre a proposito di Sicilia e mafia al cinema, il critico Vittorio Albano, scomparso nel 2003, scriveva che la Sicilia è la regione italiana più privilegiata dallo schermo, con la parte del leone accaparrata dalla filmografia sull...