martedì 23 novembre 2010

"Strozzateci tutti" in tour siciliano

Il prossimo 9 dicembre parte da Palermo il Tour regionale delle presentazioni dell'antologia "Strozzateci tutti" e proseguirà con altre manifestazioni a Agrigento, Caltanissetta, Castellammare del Golfo, Catania, Enna, Messina, Modica, Partinico, Ragusa, Siracusa, Trapani. Il Tour è organizzato da un cartello di Associazioni ed enti, promosso da Solidaria, e che vede l'adesione di: Sportello Legalità della Camera di Commercio di Palermo,la cattedra di psicoterapia dell'Università di Palermo, Libera Palermo, Libera Ragusa, Libera Trapani, Arci Sicilia, ZetaLab, U Cuntu, Castello libero, Coordinamento Fava, Il Clandestino, S. Lucia, Libera ... mente, Bordeline Sicilia, Attinkitè, girodivite, GAPA, Corleone Dialogos, Telejato, Siqillyah, Casablanca.

lunedì 22 novembre 2010

Il corpo di Stato

Qualche anno fa l’attore Marco Baliani portava in scena l’intenso monologo Corpo di Stato. Era un titolo che giocava con una somiglianza verbale con ciò che l’Italia repubblicana aveva rischiato più volte di subire nella sua giovane storia, ovvero un “colpo di Stato”. L’aveva sfiorato più volte e lo aveva sempre evitato. La democrazia insanguinata e boccheggiante aveva resistito lasciando lungo il suo percorso numerosi corpi senza vita. “Corpi di Stato” appunto, che dopo essere stati pensiero e azione in carne e ossa, si erano trasformati in simboli del loro rapporto (anche inconsapevole) con il Potere. Il “corpo di Stato” che Baliani ci raccontava era la sagoma in apparenza sonnecchiante di Aldo Moro nella Renault 4. In vita, quel corpo si era mostrato mite e rassicurante all’opinione pubblica, ma nella democrazia italiana non c’era stato più spazio per la sua azione politica audace e non sopportabile. 

Sappiamo che in Italia i “corpi di Stato” sono tanti, tantissimi. Impossibile ricordarli tutti. Oscilliamo continuamente fra il sogno brechtiano di un Paese privo di eroi e un esercizio della memoria quantitativamente faticoso. E ci rendiamo anche conto di come questo elenco di corpi non comprenda sempre eroi da celebrare. Sappiamo solo che, seppur ridotti in polvere, la loro presenza continua ad essere ingombrante, fastidiosa e molesta per la nostra sgangherata democrazia. 

Un “corpo di Stato” è tornato a parlare a noi tutti pochi giorni fa. Fu ritrovato senza vita a Castelvetrano il 6 luglio del 1950, nel cortile dell’avvocato Di Maria. Forse è appartenuto al bandito Salvatore Giuliano. Le incessanti ricerche degli storici Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino sulla vita di Giuliano, si sono concretizzate in un esposto alla Procura di Palermo, presentato il 5 maggio 2010. Il giudice Antonio Ingroia ha riscontrato «elementi validi» e ha ordinato la riesumazione della salma. Il 28 ottobre scorso il “corpo di Stato” ha bussato così alle nostre porte. 

Quando si incontra il nome di Turiddu Giuliano, il re di Montelepre, da sempre si entra nel terreno del mito e del mistero. Le leggende si consolidano così, mescolando nella loro narrazione elaborazione fantasiose a elementi reali. Ma per Giuliano, ci si è sempre legati  saldamente ad un’unica certezza, scolpita nelle celebri parole del giornalista Tommaso Besozzi. Di fronte al “corpo di Stato” pancia in giù, l’inviato de L’Europeo scrisse: «Di sicuro c’è solo che è morto». Quando nel 1961 Francesco Rosi girò Salvatore Giuliano, scelse di tenere il bandito sullo sfondo della narrazione. A venire fuori nella loro forza tragica e dolente, erano la Sicilia (anticipatrice dei destini nazionali) e il cadavere di Turiddu. Il film si apriva con “il corpo di Stato” circondato dai fotografi prima di offrirsi al dolore della madre piangente.

Ora per parlare ancora del «terrorista nero» Salvatore Giuliano (come lo definisce il Prof. Casarrubea), dobbiamo almeno sapere a chi sia appartenuto il “corpo di Stato” che ha riposato nel cimitero di Montelepre. A rappresentarlo sono rimasti uno scheletro intatto e ciocche di capelli, affidati al Prof. Livio Milone, medico legale del Policlinico di Palermo. Al lui toccherà stabilire la verità.

Il giornalista americano Alexander Stille dice che «la Sicilia è un luogo di perenne ambiguità dove apparenza e realtà si confondono e il volto della mafia può nascondersi dietro il volto di avvocati, giudici, imprenditori, sacerdoti, politici. La morte è l’unica verità indiscutibile. Una realtà drammatica e crudele, ma un’ottima chiave per comprendere l’Italia (In un altro Paese, Regia di Marco Turco, 2005)».  Per questo il “corpo di Stato” è sempre in mezzo a noi. Per torturarci quotidianamente.

Si consiglia vivamente di visitare il blog del Prof. Giuseppe Casarrubea
http://casarrubea.wordpress.com 

giovedì 4 novembre 2010

La presentazione di "Strozzateci tutti"



Grazie all'Associazione Pier Paolo Pasolini Cervaro e a Fausto Antonio Colella per aver realizzato il video

mercoledì 3 novembre 2010

Dimenticare Pasolini. Per non guardarsi allo specchio

Dimenticare Pasolini. Per non guardarsi allo specchio Il 2 novembre del 1975, nel pieno degli anni di piombo e della strategia della tensione, Pier Paolo Pasolini veniva ucciso. La sua febbrile attività intellettuale e artistica, le sue prese di posizione provocatorie e una vita privata scandalosa agli occhi dei benpensanti morivano in un campetto di periferia. Ricostruiamo qui il clima politico in cui maturò quell’omicidio, uno dei tanti misteri del nostro Paese.

1969-1980. L’Italia è un paese in cui l’omicidio e la gambizzazione dell’avversario politico, la strage di civili innocenti, l’uso della violenza sono strumenti di lotta politica con cui il sistema Paese e l’opinione pubblica sono costretti a relazionarsi. La società civile e le istituzioni italiane affrontano la sfida difficile e cruenta del terrorismo politico di matrice fascista e comunista. L’episodio che segna ufficialmente la nascita della strategia della tensione è la strage neofascista del 12 dicembre compiuta a Milano nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana, vicino il Duomo: 17 morti e 88 feriti, un mistero inestricabile fatto di depistaggi e coperture dei servizi segreti deviati i cui strascichi si ripercuotono ancora sulla vita democratica italiana.
Il 28 maggio del 1974 a Brescia, in Piazza della Loggia, c’è un comizio sindacale. Esplode un ordigno e 8 innocenti perdono la vita. Poco più di due mesi più tardi, il 4 agosto del 1974, nei pressi di Bologna, un’altra bomba esplode sul treno Italicus e 12 persone muoiono. L’episodio più cruento, il colpo di coda del terrorismo stragista neofascista è del 2 agosto del 1980. Alla stazione di Bologna scoppia un ordigno, muoiono 85 persone innocenti e 200 rimangono ferite. Il terrorismo nero adoperò lo stragismo, attraverso attentati dinamitardi in luoghi pubblici, per creare un clima favorevole ad uno spostamento reazionario e autoritario dell’asse politico italiano. L’episodio più eclatante del terrorismo di sinistra è compiuto dalle Brigate Rosse, il partito armato che il 16 marzo del 1978 fa un salto di qualità notevole nel bersaglio e nella strategia militare utilizzata. Le Br rapiscono il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro uccidendo i 5 uomini della sua scorta. Quel giorno in Parlamento si stava per votare un governo presieduto da Andreotti appoggiato anche dai comunisti. Sembrava che le Brigate Rosse con il loro organo giudiziario, il tribunale del popolo, conducessero un processo alla Democrazia Cristiana, il partito della “controrivoluzione”, “antioperaio”, “ingranaggio perfetto di un sistema borghese e capitalista manovrato dagli Stati Uniti d’America”. Il 9 maggio il corpo di Aldo Moro verrà ritrovato nel cofano di una Renault 4 nel centro di Roma, a pochi passi dalla sede della Dc e a pochi metri da quello del Pci. Nella scelta del luogo dove far ritrovare il corpo del povero Moro, si legge un valore politico simbolico altissimo.
In 11 anni in Italia ci sono stati 11 stragi che hanno provocato 150 morti e 551 feriti. In totale 12690 attentati, 362 morti e 4490 feriti. Numeri impressionanti di una guerra civile che ha insanguinato il Paese frontiera fra l’Occidente liberale e capitalista con un Partito comunista forte ed importante e l’Est del blocco socialista. Il Paese era attraversato dall’ansia rivoluzionaria tradita all’indomani della Resistenza al nazifascismo e da tentativi reazionari e golpisti che assomigliavano alla caduta della democrazia in Grecia del 1967 e del Cile nel 1973. In questo clima politico e sociale Pier Paolo Pasolini conduceva la sua febbrile attività intellettuale e artistica. Romanzi, film, opere teatrali, poesie, dibattiti pubblici, articoli di giornale, polemiche, prese di posizione provocatorie e una vita privata scandalosa agli occhi dei benpensanti lo rendevano un personaggio unico nel panorama intellettuale dell’Italia del dopoguerra. Pasolini si sentiva un poeta e un poeta era per lui un eterno indignato. E la sua indignazione la esprimeva attraverso tutti i mezzi a sua disposizione. Dopo la strage di Piazza Fontana Pasolini realizzò in collaborazione con il gruppo extraparlamentare Lotta Continua un documentario di controinformazione dal titolo "12 dicembre". Era un viaggio da Nord a Sud nell’Italia di quegli anni che faceva da cornice al tentativo di mettere insieme fatti, nomi, eventi, ipotesi e testimonianze sulla terribile strage che aveva scatenato inoltre una violenta e pretestuosa repressione poliziesca verso il mondo dell’anarchia e della sinistra extraparlamentare.
Dopo la strage del 4 agosto Italo Calvino scrisse: «Il piano eversivo fascista è certo un pericolo, ma più insidiosa e concreta, perché già in atto, è l’instaurazione di un antistato che conviva stabilmente con la nostra democrazia corrodendo i vertici del potere con il ricatto, con le stragi e con i regolamenti di conti». Pier Paolo Pasolini prese posizione dura e netta addirittura dalle colonne del Corriere della Sera, il giornale della borghesia milanese. Il 14 novembre del 1974 scrisse un famoso articolo intitolato "Che cos’è questo golpe?" Pasolini esordiva scrivendo: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. […] Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e Bologna dei primi mesi del 1974». Parole di fuoco che colpiscono ancora oggi per la loro carica rabbiosa e viscerale. Pasolini nell’articolo snocciolava ipotesi che al momento sembravano incomprensibili e che solo una commissione parlamentare (la Commissione Stragi) è riuscito a decifrare decenni dopo.
Pasolini proseguiva l’articolo scrivendo: « Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede […], di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme fatti i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere». Da dove nasceva tanta sicurezza e forza nel poter scrivere su un quotidiano conservatore parole taglienti e destabilizzanti nel clima di una guerra civile sotto gli occhi sempre attenti di Usa ed Urss verso l’Italia? Quando Pasolini fu ucciso, negli ambienti omosessuali romani calò una atmosfera tesa, tinta di paura e omertà. Girava anche voce che negli ultimi tempi Pasolini facesse troppe domande ai ragazzi di vita. Si interessava solo al loro lavoro, ai rapporti con i loro protettori, alla mutazione antropologica o cercava qualcosa di diverso? Il presidente della commissione stragi farà intuire che probabilmente nelle randagie e disperate notti vissute da Pasolini nel mondo degli emarginati romani, in quegli anni ai confini con la galassia della destra eversiva neofascista, Pier Paolo conducesse le sue personali indagini verso una verità che ancora oggi possiamo solo ipotizzare.
Il 28 agosto del 1975 sulle pagine del settimanale "Il Mondo" Pasolini arrivò addirittura a processare la Democrazia Cristiana con un celebre articolo, accusando apertamente uomini potenti del partito come Andreotti, Fanfani e Rumor e preoccupandosi di sottolineare la rispettabilità di Moro e Zaccagnini, altrettanto illustri esponenti democristiani. Pasolini li accusava di «indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid (Servizio informazioni difesa dello Stato italiano, n.d.r.), responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell’esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione».
Pochi giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, il politologo Giorgio Galli scriverà un articolo dal titolo "Non era questo il processo voluto da Pasolini". Nel novembre del 1974 Pasolini e altri amici furono circondati da un gruppo di fascisti che gli urlavano «checca, frocio». Pochi mesi prima della terribile notte tra l’1 e il 2 novembre a Pasolini era stato estorto del denaro da due ragazzi di vita, che minacciavano di gettarlo nel Tevere. Quando fu ucciso Pasolini aveva finito di girare "Salò o le 120 giornate di Sodoma" e lavorava al romanzo uscito postumo "Petrolio". Il nucleo tematico attorno cui ruotavano queste due opere erano il potere, il potere ambientato nella Repubblica di Salò e il potere legato al petrolio, all’oro nero, paradigma dello sviluppo delle società capitalistiche occidentali. Pasolini cercava attraverso quel romanzo di far luce sui meccanismi di potere interni all’Eni, azienda allora statale che si occupava di risorse energetiche.
Il presidente dell’Eni Enrico Mattei, brillante manager di Stato inviso alle società produttrici di greggio americane, era morto in un misterioso incidente aereo nel 1962. Fanfani definirà la morte di Mattei «un atto terroristico». Nel 1972 il regista Francesco Rosi, l’esponente più importante del cinema di impegno civile e di ricostruzione storica in Italia, girò "Il caso Mattei", film bellissimo che cerca di far luce sull’attività di Mattei e sulla sua misteriosa morte. Ad aiutarlo nella ricerca di indiscrezioni sulle ultime ore trascorse da Mattei in Sicilia utili alla sceneggiatura, Rosi coinvolse un giornalista di Palermo che si chiamava Mauro De Mauro. Nel settembre del 1970 De Mauro scomparirà e il suo corpo non verrà mai ritrovato. Nel gergo mafioso siciliano, questo metodo di sparizione si chiama lupara bianca. Questa è la tesi propugnata in "Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista alle origini delle stragi di Stato", scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandro Rizza, Edizioni Chiarelettere. Insomma Pasolini negli ultimi tempi della sua vita era ossessionato dai meccanismi perversi del potere italiano e conduceva una vita privata sempre più pericolosa. Forse possedeva informazioni che scottavano e comunque era riuscito a ricostruire il quadro economico–politico–criminale in cui si stava consumando il sanguinoso teorema della strategia della tensione. L’indignazione, le geniali intuizioni, la tensione morale altissima, il coraggio di scrivere e denunciare, le posizioni provocatorie e controcorrente facevano di Pasolini un personaggio scomodo nel panorama politico italiano. Lo scrittore omosessuale Mario Mieli, morto suicida nel 1983, scriverà: «Credo che Pasolini sia stato ucciso da uno o più marchettari. Quello che è certo è che Pasolini è stato ammazzato in quella situazione perché soltanto gli omosessuali possono trovarsi in situazioni del genere. Perciò il discorso sulla sessualità relativa a questo assassinio politico lo facciamo noi, i froci». (Elementi di critica omosessuale, Einaudi, 1977). Il già citato Giorgio Galli scriverà che non è possibile non analizzare il suo omicidio inserendolo come un tassello del complicato e insanguinato quadro politico di quegli anni (Un delitto politico, in AA.VV., Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo, Kaos Edizioni, 1992). Nel 1995 il regista Marco Tullio Giordana girerà un film inchiesta dall’esplicativo titolo "Pasolini – Un delitto italiano".
Oggi Pasolini rimane un illustro conosciuto in Italia. Il già citato Giorgio Galli scriverà: «Pasolini viveva in una contraddizione angosciosa. Non perché fosse omossessuale, ma perché si avvaleva del suo denaro e del suo prestigio per ottenere prestazioni sessuali: una posizione tanto più difficile, quanto più egli era divenuto espressione della “coscienza pubblica”[…]». Non basta solo questo a spiegare l’oblio in cui la figura imponente di Pasolini è costretta a vivere. I suoi film vengono proiettati nei circoli culturali, nei cinema d’essai e ad improbabili orari notturni in tv. Negli anniversari della morte gli store che vendono libri allestiscono le loro vetrine con i libri e i dvd di Pasolini. Impazzite schegge televisive trasmettono spezzoni di sue interviste. I suoi libri usati sulle bancarelle vanno a ruba a pressi non certo economici. Politici ed intellettuali ipocriti reazionari strumentalizzano la sua poesia "Cari studenti vi odio" ogni qual volta ci sono tensioni sociali che vedono gli scontri fra forze dell’ordine e gruppi di manifestanti (paradigmatico l’omicidio di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere calabrese al G8 di Genova nel 2001). Persone comuni e intellettuali si recano in un pellegrinaggio laico sulla sua tomba nell’amato paesino di Casarsa in Friuli e a Ostia dove fu ucciso, ma Pasolini manca alla coscienza e alla storia condivisa dell’Italia. Pasolini divide non unisce. Pasolini è sconosciuto agli italiani come è sconosciuta verità e la coscienza storica della stragi impunite, delle morti eccellenti, dei misteri di Stato, delle trame nere, dei misteri della mafia etc., etc., etc. Pasolini è sconosciuto perché all’irriverenza dei suoi scritti e delle sue prese di posizioni politiche, si unisce la sua morte simbolicamente ricca di suggestioni e carica di mistero. Parlare di Pasolini e del suo sacrificio vuol dire fare luce sugli aspetti torbidi della storia italiana del secondo dopoguerra. Costringerebbe l’Italia ad aprire il suo armadio, a cercare i suoi scheletri e poi a guardarsi allo specchio. Operazione difficilmente sopportabile.

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