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Ragionando sulle lacrime del Pipita

Udinese-Napoli 3-1: Higuain espulso perde la testa, è quasi addio allo scudetto 
Con il Pipita non sono mai stato tenero. Non ho mai amato la sua argentinità, ontologicamente differente da quella fatta di rabbia e sudore callejera. L’ho considerato un atleta ostaggio di velenosi vizi aristocratici e imperdonabili irascibilità piccolo-borghesi. Ma le sue lacrime di domenica hanno toccato le corde della malinconia. La sua reazione esecrabile e giustamente punita, unita all’espulsione di Sarri, putroppo è diventata fin da subito la pietra angolare attorno a cui sviluppare la narrazione della perdita dello scudetto del Napoli. A favore di una squadra, la Juventus, che respira e mostra con orgoglio tutta la cattiveria che solo la razza padrona conosce, una organizzazione societaria capace di modificare i destini di giocatori altrove destinati a carriere mediocri, trasformandoli in parvenu delle alte sfere del triste calcio di casa nostra. Nei giorni in cui il settentrionalizzato allenatore della nazionale dall’animo juventino è diviso fra la firma con una squadra inglese, l’imbarazzo del suo ruolo di commissario tecnico e l’onta di un processo, inutile paragonare l’episodio di Higuaín con quello di Bonucci. Quest'ultimo sarebbe quel giocatore di fronte al quale dovremmo sciacquarci la bocca quando buca le difese avversarie, e che meriterebbe per valori sportivi e agonistici professati una interdizione di carattere antropologico. Resta l’amarezza del tifoso che ha vissuto fino al maledetto pranzo di domenica una stagione entusiasmante fatta di un calcio delizioso, a metà fra prosa e poesia. Una stagione che va onorata fino in fondo con il sudore e la dignità che il grande sport conosce. Abbandonando le inutili polemiche che tanto hanno fatto male, regalando all’opinione pubblica l’immagine di una squadra dolente e poco concentrata su di sé, preoccupata e intimorita dallo strapotere avversario.      

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