giovedì 24 giugno 2010

Brano tratto da "Cuando me muera quiero que me toquen cumbia", di Cristian Alarcón


A lo largo de Quirino Costa, sobre el borde del descampado, una hilera de jóvenes vaciaba los cargadores disparando haciael barro roseco del baldío."Salimos de acá y dimos la vuleta por los lugares donde él siempre andaba. Cuando la pompa fúnebre se asomó frente a la villa los tiros sonaban como en Navidad. Así fue la despedida de Víctor", recuerdaorgullosa Sabina. Lo enterraron con las banderas de Boca y Tigre cubriendo el cajón. Y entre las decenas de coronas había una igual a la que había pedito durante sus últimos meses, acosado por la policía: "Si me agarran, que me hagan una corona con flores de Boca", había dicho como bromeando sobre un futuro anunciado.

Tratto da Cuando me muera quiero que me toquen cumbia. Vidas de pibes chorros, Cristian Alarcón, Grupo Editorial Norma

mercoledì 16 giugno 2010

Estela e Diego

L'articolo è stato pubblicato su http://www.agoravox.it/Estela-e-Diego-due-sogni-da.html

Nel giugno del 1978 Estela era una insegnante bella ed elegante, sposata con Guido Carlotto, un industriale chimico di origine italiana. Sua figlia Laura aveva 23 anni, studiava Storia all’Università de La Plata, militava nella “Gioventù Universitaria Peronista” e in quei giorni avrebbe dovuto mettere al mondo un bambino. Ma dal novembre del 1977, di Laura non si avevano più notizie. Era scomparsa nel nulla come altre migliaia di militanti politici. In Argentina c’era una dittatura, celata sotto il nome di “Processo di riorganizzazione nazionale”. Il 24 marzo del 1976 il generale dell'esercito argentino Jorge Rafaél Videla, l'ammiraglio della marina Emilio Eduardo Massera (iscritto alla Loggia P2) e il brigadiere dell'aeronautica Orlando Ramón Agosti avevano assunto il potere con un colpo di Stato. Nel giugno del 1978, in Argentina sarebbero arrivate centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Per Estela e le altre mamme in cerca dei loro figli desaparecidos, c’era la possibilità di far sentire al mondo intero un grido lacerante di dolore e di disperazione.

In quel giugno, Diego Armando Maradona aveva quasi 18 anni, capelli folti, classe ed energia da vendere. Lo chiamavano Pelusa. Era già un piccolo dio del calcio, giocava nell'Argentinos Juniors ed era nel giro della nazionale maggiore. Di questa massa di capelli ricci in Argentina si parlava già da tempo. Qualche anno prima una troupe televisiva andò a scovarlo dove viveva con la sua numerosa famiglia, a Villa Fiorito, a Sud di Buenos Aires. Lo fecero palleggiare davanti a una telecamera e misero un microfono davanti a quelle labbra carnose e ben designate. «Il mio primo sogno è giocare un mondiale, il secondo è vincerlo», affermò senza troppe esitazioni quel bambino che con il pallone scriveva poesie d'amore. E l'occasione di realizzare quel sogno si era presentato pochi mesi prima di compiere 18 anni.

Il 1° giugno infatti, nello Stadio Monumental di Buenos Aires, il Presidente Videla inaugurò «sotto il segno della pace» l’Undicesimo Campionato Mondiale di Calcio. La manifestazione sportiva fu una macchina propagandistica incredibile nelle mani del regime. Non ci sarebbe stata occasione migliore per diffondere nel mondo l’immagine di un Paese in cui non venivano violati i diritti umani e non venivano commesse violenze. Mentre il giornalista José Maria Muñoz, el Gordo, esclamava: «Noi argentini siamo giusti e umani», donne con un fazzoletto bianco sulla testa cercavano di attirare su di sé le attenzioni della stampa straniera. «Per favore voi siete la nostra ultima speranza», dicevano agli inviati stranieri che assistevano alla loro marcia nella Plaza de Mayo, davanti la Casa Rosada, la sede del governo.

L'Argentina si presentò con una squadra forte e ben assortita e arrivò in finale non senza destare sospetti, soprattutto dopo aver liquidato nella seconda fase il Perù per 6 reti a 0. Il 25 giugno, sempre nel Monumental, un orgoglioso e soddisfatto Videla consegnava nella mani del capitano Daniel Alberto Passarella, roccioso difensore dallo sguardo duro e con il vizio del gol, la Coppa del Mondo. L’Argentina era per la prima volta campione. Aveva battuto per 3 reti a 1 la fortissima Olanda, l’Arancia Meccanica che praticava il calcio totale. Il comunista Luis Menotti, detto el Flaco, aveva guidato la selección albiceleste alla vittoria, lasciando a casa il talento di Villa Fiorito, ritenuto troppo giovane e inesperto per affrontare un mondiale.

A meno di un chilometro dallo stadio del River Plate, la dittatura torturava e ammazzava i dissidenti politici. Sulla lunga e larga Avenida del Libertador, nel quartiere di Nuñez, sorgeva il regno di Emilio Massera, la ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina), divenuto uno dei luoghi simbolo della tortura e della repressione. Le grida di gioia del popolo che esaltavano Kempes e compagni, seppellivano le grida di dolore dei detenuti politici.

Il 26 giugno, Laura Carlotto diede alla luce un bambino in un ospedale militare di Buenos Aires, dopo oltre sette mesi di prigionia. Fu madre solo per qualche ora. Il bambino le fu portato via immediatamente e due mesi più tardi fu uccisa dai militari dell’esercito. Estela da quel giorno è nonna, ma fino ad oggi non ha mai potuto accarezzare suo nipote. Quel bambino oggi ha 32 anni, non conosce i suoi veri familiari e non conosce la sua terribile storia.

Pelusa tentò di riprendersi la sua rivincita nel mondiale del 1982, ma gli andò male. Tutt’altra musica nel 1986, quando guidò l’Argentina al secondo successo mondiale, nei Campionati del Mondo del Messico. Con i suoi incredibili gol all’Inghilterra (uno segnato con la mano, l’altro dribblando mezza squadra), restituì orgoglio a un popolo ferito dopo la guerra contro gli inglesi per il possesso delle Isole Malvinas, diventando uno degli uomini più famosi al mondo.

Nel giugno del 2010, 32 anni dopo il “mondiale della vergogna”, Estela De Carlotto, sempre bella ed elegante, è la Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), l’associazione che infaticabilmente va alla ricerca dei bambini nati durante la prigionia delle loro madri. Diego sta per compiere mezzo secolo, ha ancora capelli folti, una barba ingrigita qui e là, porta un orologio per polso e lo accompagna tanta voglia di stupire il mondo. Il calciatore (ex) e l’attivista per i diritti umani lottano ancora per cose diverse ma lo spirito dei mondi che rappresentano oggi non è più così lontano. Almeno in Argentina. Diego e Estela vogliono entrare definitivamente nella storia. Maradona siede sulla panchina della selección in questi mondiali sudafricani e vuole baciare la Coppa del Mondo anche da allenatore. Estela vuole condurre le Abuelas a Stoccolma, per aggiudicarsi il Nobel per la Pace. I due si sono incontrati e si sono abbracciati davanti ai fotografi nel ritiro sudafricano della nazionale argentina. «Tutti noi argentini vogliamo sapere la verità», le ha detto Diego anche a nome della squadra. «Nel ’78, piangevamo ad ogni gol. Questo mondiale invece ci riempie di speranza», ha risposto Estela. Il calcio in Argentina ha giocato una macabra partita contro i diritti umani nel 1978. La foto che immortala questo abbraccio potrebbe chiuderla? Il mondiale può e deve fare da cassa di risonanza a quest’immagine destinata a fare storia. Comunque vadano le cose.

mercoledì 9 giugno 2010

Ragionando sulle parole e sulla figura di Ezio Tarantelli

Quando sono stato chiamato a lavorare per il documentario sulla vita di Ezio Tarantelli (La forza delle idee, regia di Monica Repetto, realizzato in collaborazione con Luca Tarantelli) non conoscevo affatto la figura umana e intellettuale di questo economista. Il suo nome lo legavo a una piccola e macabra filastrocca che di tanto in tanto ci tocca aggiornare. Roberto Ruffilli come Ezio Tarantelli. Massimo D'Antona come Roberto Ruffilli e Ezio Tarantelli. Marco Biagi come Massimo D'Antona, Roberto Ruffilli e Ezio Tarantelli. Periodicamente nel nostro Paese un cosiddetto cervello a servizio dello Stato cade sotto i colpi delle Brigate Rosse. Questo era il punto da cui partivo. E a cadere negli ultimi venticinque anni, sono stati quattro i giuslavoristi e economisti del lavoro che insegnavano all'università, che collaboravano con il sindacato e con i ministeri. Dopo l'omicidio Moro, il terrorismo rosso non colpiva più al cuore dello Stato, ma aveva iniziato a puntare le sue pistole verso esponenti del mondo sindacale, uccidendo nel 1979 Guido Rossa, sindacalista all'Italsider di Genova, e gambizzando nel 1982 Gino Giugni, il padre dello Statuto dei Lavoratori.

Ora sono diverse le riflessioni che mi vengono in mente.

1) In Italia di lavoro si muore. Si muore lavorando sui cantieri. Si muore lavorando in fabbrica. Si muore nei campi, sui tralicci della luce, nei porti. Muore chi mette la propria fisicità nel lavoro. Ma muore anche chi il lavoro lo studia. Perchè il lavoro è il punto centrale delle dinamiche politico-economiche di un Paese. Attorno al lavoro si gioca il presente e il futuro di una società. E purtroppo la centralità del lavoro nel dibattito politico-economico appare sempre più debole. Se dovessimo individuare una data per segnare l'inizio di questo declino, dovremmo andare al 1980, all'immagine di Berlinguer ai cancelli di Mirafiori con il megafono che si schiera dalla parte degli operai e ai 40.000 colletti bianchi che sfilano per le vie di Torino schierandosi dalla parte della Fiat. Gli impiegati battono gli operai, il padrone sconfigge il sindacato. «E' la morte dell'operaio», scriverà Gad Lerner in un bellissimo saggio. Per l'economista Ezio Tarantelli, invece, il lavoro, la disoccupazione, l'inflazione, la condizione dei soggetti deboli nelle società occidentali (donne, giovani, neri), il ruolo del sindacato come soggetto politico, erano la dolce ossessione della sua vita. Una vita spesa a studiare queste tematiche e trovare le soluzioni adatte a migliorare le condizioni sociali ed economiche del Paese.

2) Ho ascoltato ore e ore di interventi radiofonici di Ezio Tarantelli, in cui riusciva a divulgare e snocciolare concetti economici difficilissimi. Ogni suo intervento era intriso di un profondo senso democratico, istituzionale e politico. Ma al tempo stesso Tarantelli parlava di «utopia» riferendosi alle sue proposte, definiva la cassintegrazione «la baraintegrazione del lavoratore», diceva che «la disoccupazione non è l'elemento attraverso il quale si crea la rivoluzione. La disoccupazione è il bavaglio della società, che mette paura alle donne nella casa e nella fabbrica, che mette paura ai giovani». Al termine di una trasmissione salutava il pubblico dicendo: «Mi auguro che il dibattito sia stato utile alla democrazia». Da quale cuore e da quale mente politica potrebbero venir fuori oggi parole di questa forza e autorevolezza?

3) Le proposte di Tarantelli andavano a toccare la scala mobile, quel meccanismo di politica economica che stabiliva l'adeguamento dei salari ai prezzi per difendere il potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti. Era un punto nodale delle politiche economico-sindacali del nostro Paese e dei rapporti di forza fra industriali e sindacati. I colpi del mitragliatore Skorpion sul corpo del Prof. Tarantelli sono stati quindi esplosi in un contesto politico mutante e molto particolare, oggi poco studiato e mal analizzato.

4) Alla fine di questo lavoro una piccola certezza credo di averla raggiunta. Il 27 marzo del 1985 le BR hanno compiuto un gesto controrivoluzionario e antidemocratico. E credo che oggi ne paghiamo le conseguenze.

martedì 1 giugno 2010

"Ezio Tarantelli. La forza delle idee"


L'Associazione Pier Paolo Pasolini - Cervaro presenta: Ezio Tarantelli. La forza delle idee, regia di Monica Repetto.
Interverranno Luca Tarantelli e Monica Repetto
Appuntamento: 4 giugno 2010, Ore 18.00.
Auditorium Bellini, Via Prato Piternis - Cervaro (Fr)
Dott. Andrea Meccia, Ufficio Stampa Ass. Cul. Pier Paolo Pasolini Cervaro
349.8389359 - 349.0987189 - a.c.pasolini@gmail.com

Il documentario è stato realizzato dalla Fondazione Tarantelli a 25 anni dall'omicidio dell'economista da parte delle Brigate Rosse.
Era il 1985, e l'Italia non era ancora del tutto uscita dagli anni di piombo. Le BR continuavano a colpire. Dopo l'omicidio del sindacalista Guido Rossa e la gambizzazione di Gino Giugni (il padre dello Statuto dei lavoratori), i bersagli erano diventati esponenti del mondo economico-sindacale. Il 27 marzo del 1985 a Roma, nel cortile della Facoltà di Economia e Commercio de La Sapienza, la vita del giovane Professore Ezio Tarantelli, "economista geniale" come lo ha definito il Presidente Napolitano lo scorso 9 maggio, fu spezzata. Suo figlio Luca aveva tredici anni allora e oggi ha deciso di andare alla ricerca della memoria umana e intellettuale di suo padre, intervistando gli amici, i colleghi, i testimoni della vita di Ezio, insieme con la madre, Carole Beebe Tarantelli.
Il documentario si snoda fra immagini pubbliche e private di Ezio. I filmini casalinghi in Super8 del piccolo Luca con amici e parenti, i ricordi degli anni americani di Boston e del Massachusetts dove Ezio seguiva le lezioni di Franco Modigliani, le foto del matrimonio sessantottesco con Carole, si alternano alle immagini dei tavoli sindacali, delle grande manifestazioni contro il taglio alla scala mobile del 24 marzo 1984. Quando Ezio fu ucciso, aveva da pochi minuti terminato la sua lezione all’università e si stava recando al comitato per il «No» al referendum sull’abrogazione della scala mobile.