mercoledì 9 giugno 2010

Ragionando sulle parole e sulla figura di Ezio Tarantelli

Quando sono stato chiamato a lavorare per il documentario sulla vita di Ezio Tarantelli (La forza delle idee, regia di Monica Repetto, realizzato in collaborazione con Luca Tarantelli) non conoscevo affatto la figura umana e intellettuale di questo economista. Il suo nome lo legavo a una piccola e macabra filastrocca che di tanto in tanto ci tocca aggiornare. Roberto Ruffilli come Ezio Tarantelli. Massimo D'Antona come Roberto Ruffilli e Ezio Tarantelli. Marco Biagi come Massimo D'Antona, Roberto Ruffilli e Ezio Tarantelli. Periodicamente nel nostro Paese un cosiddetto cervello a servizio dello Stato cade sotto i colpi delle Brigate Rosse. Questo era il punto da cui partivo. E a cadere negli ultimi venticinque anni, sono stati quattro i giuslavoristi e economisti del lavoro che insegnavano all'università, che collaboravano con il sindacato e con i ministeri. Dopo l'omicidio Moro, il terrorismo rosso non colpiva più al cuore dello Stato, ma aveva iniziato a puntare le sue pistole verso esponenti del mondo sindacale, uccidendo nel 1979 Guido Rossa, sindacalista all'Italsider di Genova, e gambizzando nel 1982 Gino Giugni, il padre dello Statuto dei Lavoratori.

Ora sono diverse le riflessioni che mi vengono in mente.

1) In Italia di lavoro si muore. Si muore lavorando sui cantieri. Si muore lavorando in fabbrica. Si muore nei campi, sui tralicci della luce, nei porti. Muore chi mette la propria fisicità nel lavoro. Ma muore anche chi il lavoro lo studia. Perchè il lavoro è il punto centrale delle dinamiche politico-economiche di un Paese. Attorno al lavoro si gioca il presente e il futuro di una società. E purtroppo la centralità del lavoro nel dibattito politico-economico appare sempre più debole. Se dovessimo individuare una data per segnare l'inizio di questo declino, dovremmo andare al 1980, all'immagine di Berlinguer ai cancelli di Mirafiori con il megafono che si schiera dalla parte degli operai e ai 40.000 colletti bianchi che sfilano per le vie di Torino schierandosi dalla parte della Fiat. Gli impiegati battono gli operai, il padrone sconfigge il sindacato. «E' la morte dell'operaio», scriverà Gad Lerner in un bellissimo saggio. Per l'economista Ezio Tarantelli, invece, il lavoro, la disoccupazione, l'inflazione, la condizione dei soggetti deboli nelle società occidentali (donne, giovani, neri), il ruolo del sindacato come soggetto politico, erano la dolce ossessione della sua vita. Una vita spesa a studiare queste tematiche e trovare le soluzioni adatte a migliorare le condizioni sociali ed economiche del Paese.

2) Ho ascoltato ore e ore di interventi radiofonici di Ezio Tarantelli, in cui riusciva a divulgare e snocciolare concetti economici difficilissimi. Ogni suo intervento era intriso di un profondo senso democratico, istituzionale e politico. Ma al tempo stesso Tarantelli parlava di «utopia» riferendosi alle sue proposte, definiva la cassintegrazione «la baraintegrazione del lavoratore», diceva che «la disoccupazione non è l'elemento attraverso il quale si crea la rivoluzione. La disoccupazione è il bavaglio della società, che mette paura alle donne nella casa e nella fabbrica, che mette paura ai giovani». Al termine di una trasmissione salutava il pubblico dicendo: «Mi auguro che il dibattito sia stato utile alla democrazia». Da quale cuore e da quale mente politica potrebbero venir fuori oggi parole di questa forza e autorevolezza?

3) Le proposte di Tarantelli andavano a toccare la scala mobile, quel meccanismo di politica economica che stabiliva l'adeguamento dei salari ai prezzi per difendere il potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti. Era un punto nodale delle politiche economico-sindacali del nostro Paese e dei rapporti di forza fra industriali e sindacati. I colpi del mitragliatore Skorpion sul corpo del Prof. Tarantelli sono stati quindi esplosi in un contesto politico mutante e molto particolare, oggi poco studiato e mal analizzato.

4) Alla fine di questo lavoro una piccola certezza credo di averla raggiunta. Il 27 marzo del 1985 le BR hanno compiuto un gesto controrivoluzionario e antidemocratico. E credo che oggi ne paghiamo le conseguenze.

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