venerdì 27 maggio 2016

A #diecianni da Gomorra

Sul nuovo numero di Passato e presente, rivista di storia contemporanea edita da Franco Angeli, il focus "Le mafie rappresentate: a dieci anni da Gomorra". Lo ha curato la professoressa Carolina Castellano (Università Federico II di Napoli). Contiene il mio saggio: "Libro, film, serie Tv. Da 'Romanzo Criminale' a 'Anime Nere'. La trasformazione delle crime stories italiane". Gli altri autori sono Vittorio Martone e Giulio Bogani. 




martedì 24 maggio 2016

I “mafia movie” invadono il grande e il piccolo schermo


Ho dialogato con Davide Turrini de Il Fatto Quotidiano sull'invasione dei cosiddetti "mafia movies" tra piccolo e grande schermo (19 maggio 2016).

I “mafia movie” invadono il grande e il piccolo schermo: ma sono tutti da salvare? “Il rischio è “l'effetto soap”.

L’esplosione dell’attenzione per i libri di Romanzo Criminale di De Cataldo e Gomorra di Saviano ha poi aperto l’ultimo capitolo della rappresentazione delle mafie al cinema e infine in tv. Ecco arrivare nel breve volgere degli ultimi dieci anni i rispettivi film di Placido e Garrone, poi le serie tv che spopolano, almeno in Italia, ben di più de I Soprano. Solo che passati i decenni e decine di prototipi che si sono fatti matrici, il rischio odierno sembra più essere l’anestetizzazione da ripetizione.

di Davide Turrini

“I’m gonna make him an offer he can’t refuse”. Quando dici mafia al cinema pensi a Don Vito Corleone. Non c’è politicamente corretto che tenga. La maschera cupa, sinistra e dolente del mafioso al suo complicato e triste tramonto, interpretata da Marlon Brando ne Il Padrino di Coppola (1972), è l’archetipo del genere, la constatazione chiara e semplice che le mafie, in tutte le declinazioni storico/geografiche che l’Italia mestamente prevede, possono diventare racconto, narrazione, ricreazione finzionale del reale.

Passati quei quarant’anni, ma forse anche di più, dalle prime tracce imbevute di boss con la coppola e crudeli vendette per questioni “d’onore”, il vaso sembra essere colmo. Poi all’improvviso la fonte si rianima e sembra ancora esserci spazio per un altro mafioso con problemi esistenziali, leggerezze comiche in dialetto per fare cassa, efferati criminali disegnati con lo stampino che nemmeno più si distinguono se in azione al quartiere Brancaccio, a Scampia o al San Basilio. Rovello etico legittimo, rimpallato tra una seduta dall’analista di Tony Soprano/James Gandolfini e la battuta di Paolo Bonacelli in Johnny Stecchino (“le piaghe di Palermo riconosciute nel mondo? Lei sa di cosa parlo…l’Etna, la siccità, e il traffico”). Scherzare con una questione così seria si può e si deve,  diceva qualcuno.

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”, affermava Paolo Borsellino. I dizionari del cinema esistono apposta per mettere ordine a date, approcci e significati sul tema. Con o senza lupara. In principio fu In nome della legge di Pietro Germi (1948), spettacolare intromissione (non la prima) di Germi nell’antropologia siciliana. Con un respiro più western che d’inchiesta il regista di Un Maledetto Imbroglio, assieme a Fellini e Monicelli allo script, per alcuni critici fece proprio un “pasticciaccio” soprattutto a livello di semplificazione di buoni vs. cattivi, con quel pretore interpretato spavaldamente modello sceriffo del west da Massimo Girotti. Bisogna attendere Francesco Rosi con il suo Salvatore Giuliano (1962) – poi con Le mani sulla città, Cadaveri eccellenti, Lucky Luciano e in buona parte Il caso Mattei – per scoperchiare il bubbone purulento del groviglio tra criminalità organizzata e istituzioni nazionali. Cinema d’impegno civile con uno sguardo vista mafia che lascia esterrefatti per coraggio e lucidità trent’anni prima dell’Antimafia. Corrosivo e dimenticato è poi Mafioso (1962) di Lattuada con il grottesco e pavido Sordi in trasferta sicula sceneggiato da Azcona, Ferreri, Age e Scarpelli. Poi ancora A ciascuno il suo di Petri, tratto da Sciascia (1966) e Il giorno della civetta di Damiani (1968).

Con i primi anni settanta il tentativo del poliziesco nel rendere le mafie una questione di routine e sfondo di genere sembra decollare (Il boss di Di Leo, Il consigliori di De Martino, ecc..), quando improvvisamente irrompe a livello internazionale Francis Ford Coppola e la rappresentazione si accoda ad una generale essicazione della stanza del boss di turno da cui tutto scaturisce. Ecco arrivare l’epica scorsesiana (vedi su tutti Quei bravi ragazzi), l’Al Capone di De Palma ne Gli intoccabili e il clan dei Prizzi nell’omonimo Onore dei… diretto da John Huston. Macchietta, stereotipo, scorciatoia di scrittura, il boss e la sua gang deviano in una generica criminalità brutale e sanguinaria spesso non più legata alle radici italiche, ascissa ed ordinata di una soluzione ora lontana dall’essenza e dal contesto originari. Se non fosse stato per La Piovra, lo sceneggiato tv con protagonista Michele Placido nei panni del commissario Cattani, quattro stagioni (’84-’89) con 14 milioni di spettatori a puntata in media, ci saremmo dimenticati che il problema mafia in Italia esistesse.

Ma è con la rivoluzione politica e giudiziaria del 1992 che tra i produttori del belpaese torna l’interesse per il tema delle mafie. Subito però il nostro cinema abbandona gli scenari corali per la narrazione dell’eroe singolo: Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, Il giudice ragazzino di Alessandro Di Robilant, Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca e I cento passi di Marco Tullio Giordana, solo per dirne alcuni. Alla luce del sole di Roberto Faenza con Luca Zingaretti alias Don Pino Puglisi fatica ad essere girato a Palermo nei veri luoghi dove il prete venne ucciso nel 1993.

C’è una concentrazione degli eroi destinati alla sconfitta, dei personaggi come scrive lo storico De Luna, a “tema vittimario”, preti, sindacalisti, poliziotti, giudici, che hanno combattuto la battaglia morendo”, spiega al FQMagazine, Andrea Meccia, autore del saggio Mediamafia – editore Di Girolamo. “Dall’altro lato troviamo invece l’esaltazione dell’eroe negativo, recentemente con Il capo dei capi, le serie Romanzo Criminale e Gomorra. Entrambi i lati della medaglia restituiscono una dicotomia che non c’è mai stata, e tendono a non restituire la complessità del reale. Faccio solo un esempio nel raccontare due grandi personalità come Falcone e/o Borsellino si dimenticano ad esempio gli altri componenti del pool antimafia, Loenardo Guarnotta o Giuseppe Di Lello per dirne due che hanno contato molto all’epoca”.

L’esplosione dell’attenzione per i libri di Romanzo Criminale di De Cataldo e Gomorra di Saviano ha poi aperto l’ultimo capitolo della rappresentazione delle mafie al cinema e infine in tv. Ecco arrivare nel breve volgere degli ultimi dieci anni i rispettivi film di Placido e Garrone, poi le serie tv che spopolano, almeno in Italia, ben di più de I Soprano. Solo che passati i decenni e decine di prototipi che si sono fatti matrici, il rischio odierno sembra più essere l’anestetizzazione da ripetizione. Ovvero un lento svuotamento dello spunto d’analisi sociale, politica, criminale alla radice per far posto ad una reiterazione seriale che appiattisce caratteri, atmosfere, e azioni sul set. “Sono d’accordo con questa ipotesi, è sicuramente una linea di tendenza che definirei “effetto soap”, con recitazioni poco naturali in cui si parla con sentenze bibliche e nessuna grossa invenzione di scrittura”, aggiunge Meccia. Chi salviamo allora dei mafia movie che hanno letteralmente invaso grande e piccolo schermo? “I cento passi per la passione politica; Anime nere per aver aperto gli occhi di fronte alla ‘ndrangheta, tema mai affrontato al cinema; Belluscone di Franco Maresco che ha lavorato dove altri per moralismo non riescono a lavorare; e soprattutto Il Ladro di bambini di Gianni Amelio (1992) che pur non parlando direttamente di mafia sa restituire la complessità di un momento storico, la fine della Prima Repubblica, morta con gli attentati di Palermo e Tangentopoli”.

lunedì 23 maggio 2016

Ospiti di "Uno Mattino in Famiglia": Quando il crimine diventa mito

Andrea Meccia e Lia Staropoli ospiti di "Uno Mattina in Famiglia". Tema della conservazione: Fiction, quando il crimine diventa mito. Con Tiberio Timperi e Ingrid Muccitelli.

martedì 17 maggio 2016

Da Gomorra a Felicia, le mafie Tv nel bene e nel male


Famiglia Cristiana, a cui mio nonno era abbonato, mi ha chiesto delle dichiarazioni sul film-tv Felicia Impastato e Gomorra. Sono in ottima compagnia: il professore Nicaso e il procuratore Roberti. Non nascondo un pizzico di imbarazzo. L'articolo, firmato da Elisa Chiari, è del 13 maggio 2016.
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La seconda serie di Gomorra riaccende il dibattito sulla rappresentazione del male e sul rischio emulazione. Da Saviano a Roberti, da Meccia a Nicaso. Come la vedono quelli che ne capiscono.

Il tema c’è. C’è da un tempo lungo, almeno da quando Paolo Borsellino diceva: «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene». 

Anzi da prima: da quando Peppino Impastato ne parlava alla radio in un tempo in cui anche la parola mafia era tabù. (Né si può dire che il tabù sia passato, al Nord ancora si cerca di negare. il 112 maggio sono state confermate in Cassazione venti condanne del processo Minotauro contro la ‘Ndrangheta in Piemonte ma nessuno lo ha notato). 

Il problema, però è anche un altro: parlarne come. La messa in onda di Felicia Impastato sulla Tv di Stato e di Gomorra su Sky - letture d'opposto segno - ha riproposto la questione non nuova, ma portata d'attualità dalla seconda serie di Gomorra,  che la rappresentazione cinematografica possa farsi, anche involontariamente, veicolo dell’amplificazione della “mitologia” mafiosa: un rischio tanto più sentito in un tempo in cui attorno a Napoli sparge sangue una camorra di boss ragazzini. 

Non è un tema recente: il cinema ha corso da sempre questo rischio di ammantare la negatività di fascino. La questione è delicata, perché – come giustamente ricorda Roberto Saviano - si presta a essere strumentalizzata da chi avrebbe interesse a far tornare il silenzio attorno ai fenomeni mafiosi, che notoriamente di silenzio si nutrono. E perché l’arte ha diritto alla sua libertà di espressione. 

La storia del Padrino che del cinema sulla mafia è l’archetipo è in qualche modo emblematica per chi studia il riflesso della rappresentazione nella realtà. Lo spiega bene Antonio Nicaso  docente di di Storia delle organizzazioni criminali  alla scuola italiana del Middlebury  College di Oakland in California e Cultura mafiosa e forza di simboli rituali e miti alla Queen’s University di Kingston in Canada: «C'è un fascino promosso da una rappresentazione discutibile. Il padrino è un grande film dal punto di vista cinematografico ma finisce per mitizzare il boss. All’inizio la mafia americana aveva fatto di tutto per ostacolarlo, ha imposto di non utilizzare il termine mafia, poi quando è uscito si sono immedesimati, hanno trovato funzionale la rappresentazione della vecchia mafia contro la nuova mafia, in cui la vecchia mafia veniva dipinta come quella del rispetto dell’onore, non compromessa con la droga, parsimoniosa nell’uso della violenza: una rappresentazione del tutto mistificatoria».  

Oggi la questione si ripropone amplificata con le fiction, che finiscono a un pubblico anche meno avveduto di quello dei libri da cui sono tratte. Il rischio, mette in guardia Andrea Meccia, saggista, autore di Mediamafia, un saggio che affronta proprio il tema della rappresentazione della mafia tra cinema e Tv: «E' trasmettere  una semplificazione d’opposto segno del reale.  Da una parte in una lettura come quella della serie Gomorra si semplifica in negativo in direzione della mitologia della criminalità che si prende tutta la scena, senza un barlume di positività a farle da contraltare. Dall’altra parte, in una fiction in positivo nobile come quella dedicata a Felicia Impastato, si rischia soprattutto nella seconda parte di trasformare una vicenda che è stata corale – si pensi al ruolo dei compagni di Peppino e ai molti magistrati che si sono succeduti caparbiamente sul caso – in un atto di eroismo solitario. Felicia Impastato era una donna straordinaria, il suo impegno è stato eccezionale, ma non avrebbe avuto gli strumenti per affrontare tutto da sola. Anche il frettoloso attribuire la morte di Peppino a un attentato terroristico andato a male è difficile da capire senza ricordare il contesto storico che nella stessa giornata vedeva il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, senza collegare le idee di Peppino a quel quadro». 

Se da un lato Meccia ricorda alla Tv di sapere e aver saputo fare di più e di meglio: «Rai Storia oggi, La Piovra di qualche anno fa sono la prova che si può fare una Tv di qualità restituendo al reale la sua complessità anche nella dimensione del piccolo schermo», dall’altro chiede agli spettatori di non accontentarsi: «Voglio essere fiducioso nel fatto che anche il pubblico televisivo, incuriosito da un film non se ne accontenti, voglia provare a capire di più: ma per consolidare la fiducia servirebbe che la scuola potesse occuparsi di più di far crescere senso critico, sarebbe importante che la lettura critica dei media diventasse sistematica e non solo, come troppo spesso accade, materia di progetti estemporanei».

In questo Meccia è in buona compagnia: Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, che da anni collabora con il settimanale Diario civile di Rai Storia,  nel dire che «Non si può impedire che si facciano fiction - come la serie Gomorra - fatte anche bene dal punto di vista della rappresentazione realistica del fenomeno», ricorda che «ci vorrebbero poi gli strumenti critici per evitare che queste immagini, queste scene, facciano presa in senso emulativo sui giovani». Strumenti critici che, ripete sempre, si possono costruire solo dando: più scuola, più sport, in definitiva, più Stato.

mercoledì 11 maggio 2016

A proposito del film-Tv "Felicia Impastato"

Ieri sera il film-Tv "Felicia Impastato" (Rai Uno). Un prodotto che inquadra un momento importante della storia di Peppino: la battaglia per la verità sulla sua morte. Il regista Gianfranco Albano lo ha fatto attraverso il coraggio di sua madre (interpretata da Lunetta Savino), di suo fratello e dei suoi compagni di lotta. L'inizio è interessante. La voce radiofonica di Peppino come colonna sonora per riprendere un tema caro legato alla rappresentazione cinematografica della mafia: i paesini siciliani come villaggi western in cui domina la paura. Nel suo complesso artistico però, non l'ho trovata un'opera degna di nota, ovvero capace di restituirci la complessità di quanto accaduto a partire dal 10 maggio del 1978. Passaggi troppo rapidi, poco problematizzati. Il film accenna mille temi, situazioni, personaggi, passioni, battaglie, ma non ce li spiega mai fino in fondo. Forse, sarebbe troppo chiedere alla Rai di restituirci il pensiero che ha animato i compagni di Peppino, ovvero fare controinformazione, porsi di fronte agli eventi in alternativa alla verità di un certo tipo di Stato negli anni della strategia della tensione? Perché non si accetta la verità iniziale? Da dove nasce la contrapposizione? Basta dire che era un militante di Democrazia Proletaria, che la sua morte coincide con quella di Aldo Moro e che suo padre, mafioso, lo cacciava fuori di casa, per via di una "guerra fredda" intra moenia? Questo il film non ce lo spiega. Albano fa altre scelte, inserendo nella narrazione, tra gli altri, personaggi "morituri", destinati alla morte violenta: Mario Francese (giornalista ucciso dalla mafia nel 1979), il giudice Chinnici (morto nel 1983), Pippo Fava attraverso la sua rivista "I Siciliani" (Fava sarà ucciso nel 1984). Soprattutto nella seconda parte, assistiamo a una corsa contro il tempo televisivo, una processione eccessivamente didascalica e affannosa che ci conduca verso la verità: Impastato non è morto suicida. Una verità non certo rivoluzionaria in questo momento storico, ma un fatto condiviso, anche grazie alla forza emozionale del film I cento passi. Personalmente, ciò che mi ha fatto piacere è l'attenzione data dagli autori alla figura di Umberto Santino, il fondatore (eravamo nel 1977) del Centro di Documentazione sulla mafia che dopo la morte di Peppino prenderà il suo nome per volere suo e di Anna Puglisi. Un modo per rimarcare quanto sia stato importante il contributo dei suoi compagni nella ricerca della verità. Un luogo, il "Csd Giuseppe Impastato" attualmente impegnato per la realizzazione del "Memoriale laboratorio della lotta alla mafia". Il 29 dicembre 2015, la Giunta Comunale di Palermo ne ha deliberato la creazione. Ci auguriamo che questo luogo veda presto la luce.

mercoledì 4 maggio 2016

Paulo Freire e il renzismo


Leggendo "La pedagogia degli oppressi" di Paulo Freire, testo del 1967, ho trovato, a mio giudizio, una adeguata descrizione del renzismo e della qualità del dibattito democratico in Italia.

«In funzione delle condizioni storiche, in funzione del livello di percezione della realtà che gli oppressi possono possedere, può e deve variare il contenuto del dialogo. Sostituirlo con l'antidialogo, con gli slogan, col verticalismo, con i comunicati è pretendere di liberare gli oppressi con degli strumenti che li "addomesticano". Pretendere la loro liberazione senza il contributo della loro riflessione significa trasformarli in oggetti che, per così dire, vadano salvati da un incendio. Significa farli cadere nelle acque morte del populismo e trasformarli in massa da manovra».