domenica 27 maggio 2012

Parole per orientarci/5

Un'immagine tratta da Lamerica (Gianni Amelio, 1994)
Se "Paisà" fu l’esplosione delle nostre contraddizioni ed espresse la speranza di un futuro di giustizia e solidarietà, "Lamerica" dopo la guerra miserabile  tra ricchi e riccastri in questi anni avvenuta – ma tutt’ora in atto - alla fine di una Repubblica che doveva morire e all’inizio di un’altra subito marcia, apre davvero sull’incertezza di un nuovo secolo, posto sotto il segno del nostro egoismo e del nostro rifiuto di ascoltare gli altri e, soprattutto, di ascoltare il nostro stesso passato, di riflettere sulla nostra anima perduta.

 Goffredo Fofi

Parole per orientarci/4

Il 1992 è un anno che non si può eludere: è un osservatorio essenziale per guardare anche agli anni ottanta e all’esito degli anni settanta. È forse necessario chiedersi se in questo percorso il Palazzo e parti significative del paese non si siano in realtà «avvicinate», con quei tratti che Pasolini aveva delineato: lo spregio delle regole, il crescente disinteresse per i valori collettivi, un privilegiamento dell’affermazione individuale e di gruppo che considera le norme un impaccio (e tratta chi le difende come un nemico da sconfiggere o da corrompere). Nel processo conflittuale che contribuisce di volta in volta a definire l’identità di un Paese – nel nostro caso, a “fare gli italiani” – l’esito degli anni settanta e i processi degli anni ottanta hanno lasciato segni non superficiali: segni destinati a condizionare anche il decennio successivo.

Guido Crainz, Il Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Donzelli - 2005

giovedì 24 maggio 2012

Parole per orientarci/3

Enrico Baj, Guernica - 1972
Nessuna democrazia occidentale ha conosciuto, come l'Italia, l'assassinio come strumento di lotta politica. Nessuna democrazia è stata così incapace e riottosa nell'indicare alle vittime, e a se stessa, le colpe e le responsabilità. Anche per perdonarle, alla fine. Anche per dimenticarle, finalmente. Anche per trovare nell'inferno, che ha diviso il Paese per una lunga stagione, buone ragioni per sentirsi oggi uniti e fiduciosi.

Giuseppe D'Avanzo, L'ultimo "tributo" ad uno Stato cieco, La Repubblica 4 Maggio 2005

mercoledì 23 maggio 2012

Venti anni dopo, ancora lui...

"Ci siamo chiesti se fosse opportuno andare in onda avendo noi una puntata conclusiva e quindi, potete capire, piena di sorprese, di scommesse, come nel nostro costume, e piena di voglia di fare festa. Però abbiamo pensato che fosse giusto non mancare all’appuntamento con chi ci ha seguito con affetto da nove settimane (…) senza però assolutamente dimenticare la tragedia avvenuta e l’orrore che proviamo come cittadini. Grazie". 

Così, il 23 Maggio 1992, su Rai Uno, quel sabato di venti anni fa Fabrizio Frizzi, conduttore assieme a Milly Carlucci del popolare varietà "Scommettiamo che..?", parlava al popolo italiano dopo la notizia della strage di Capaci. Stasera, venti anni lo stesso Frizzi conduce dallo Stadio Barbera di Palermo la Partita del Cuore in ricordo delle stragi di allora. "L'assassino" è tornato sul luogo del delitto...

"Uomini soli", un documentario di Paolo Santolini e Attilio Bolzoni


Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, il documentario Uomini soli (Regia di Paolo Santolini, Produzione Faberfilm-Libera) è stato presentato al cinema Barberini di Roma. Presenti diverse scuole della Capitale. Il protagonista del racconto è Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica ed ex cronista de L’Ora, che racconta gli anni della mattanza a Palermo, ripercorre le strade dove furono ammazzati Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e non solo.

ROMA - Durante il dibattito un’insegnante si è alzata in piedi, ha preso un microfono e ha detto: “Dopo ciò che è successo a Brindisi, alcune famiglie hanno negato ai loro figli di prendere parte all’iniziativa”. In queste parole il peggio di quanto possa accadere oggi in Italia. Nella voce di quell’insegnante l’effetto reale e voluto dalle menti e dalle mani di coloro che hanno ucciso Melissa Bassi lo scorso sabato a Brindisi e che tentano di terrorizzare un Paese intero. Questo è successo a Roma il 23 maggio 2012. Sono passati vent’anni dall’uccisione di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta. Le scolaresche affollano il cinema Barberini. Sugli schermi scorrono le immagini di Uomini soli, il documentario di Paolo Santolini e Attilio Bolzoni, storico giornalista di Repubblica. Gli uomini soli sono gli uomini dello Stato e i cittadini che la mafia in collaborazione con i poteri più o meno occulti ha deciso di uccidere. La città in cui questi uomini conducevano le loro solitarie esistenze è Palermo. Ritorno a Palermo era infatti il titolo originario del documentario. A rimettervi piede dopo anni è stato comunque Attilio Bolzoni, uomo minuto e misurato, cronista di ferro dai capelli brizzolati e la pelle olivastra. Sembra quasi di non vederlo sullo schermo, tanta la sua discrezione, tanto il suo pudore nel far materializzare nella mente degli spettatori tanto sangue, troppo dolore. Gli uomini soli sono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Mario Francese, Ninni Cassarà, Calogero Zucchetto, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Gaetano Costa, Antonino Montinaro, Nino Agostino. Nomi che forse conosciamo, storie che non ci appartengono ancora abbastanza, carne massacrata da tenere in vita cui dobbiamo un pezzo della nostra libertà. Uomini soli, certo, di fronte al destino ma non nella loro azione quotidiana. A ricordarci chi erano e quali idee si materializzassero nella loro azione, tocca ai loro collaboratori, ai loro amici, ai loro familiari, a chi ha incrociato le loro esistenze. Vicino a quelle vittime e a quei testimoni sembriamo esserci anche noi, perché (ci si augura) finalmente consapevoli che chi semina terrore colpisce tutti, non solo coloro che ci piace chiamarli “eroi” per sentirci meno coinvolti in questa triste storia collettiva. A venire fuori nel racconto è anche e soprattutto la città di Palermo, lontana da immagini cartolina e da operazioni in stile Film Commission. Una Palermo fatta di marciapiedi ripuliti dal sangue, palazzi sventrati e ricuciti, lapidi commemorative. Una Palermo solare e macabra allo stesso tempo. Santolini pedina Bolzoni nei vicoli del centro storico, nella Chiesa di San Domenico, negli androni infiniti del Palazzo di Giustizia, nell’aula bunker del Maxiprocesso, nella camera mortuaria dove fu fatta l’autopsia a Falcone e Borsellino. “Il morto di mafia parla sempre”, ricorda Bolzoni. Ci sono le immagini di repertorio. E oggi il nostro passato non vive più solo nell bianco e nero del Super8, ma anche nel colore sbiadito del VHS.  Poi sono le prime pagine del quotidiano L’Ora - “La morte ha fatto 100”, “Guerra nella guerra”, il conto progressivo dei morti in alto a destra - a immergerci nuovamente in quel clima di terrore. Non c’è nulla di celebrativo e tanto meno di investigativo in questo film. Solo tanta voglia di parlare al presente, di fare memoria senza tralasciare quel pizzico di ironia che solo chi conosce bene la morte è capace di elaborare. Fino a quando Letizia Battaglia, storica fotografa del quotidiano L’Ora, non ne può più di raccontare ciò che ha visto e lasciato a tutti noi con i suoi scatti. A quel punto accarezza maternamente il viso di Bolzoni. “Basta Attilio, basta!”, gli dice. Ha ragione Letizia. Lei l’odore del sangue lo ha conosciuto. Le sue parole non sono una resa delle armi. Sono un passaggio di testimone. 

lunedì 21 maggio 2012

Parole per orientarci/2

Mentre negli altri Paesi europei la criminalità non “fa storia”, riguardando le fasce meno integrate e acculturate della società, in Italia la storia nazionale, quella con la S maiuscola, è insestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente, tanto che in taluni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda. Questa criminalità dei potenti si è declinata dall’Unità d’Italia ad oggi su tre versanti: la corruzione sistemica, la mafia e lo stragismo per fini politici. La questione criminale dunque in Italia è inscindibile da quello dello Stato e della democrazia.

Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe, Chiarelettere, Milano - 2008

Parole per orientarci

Qualsiasi massacro sarebbe loro (ai terroristi, nds) perdonato, se avesse un senso, se potesse essere interpretato come violenza storica – è questo l’assioma morale della violenza buona.
Qualsiasi violenza sarebbe loro perdonata se non fosse ripresa e amplificata dai media (“il terrorismo non sarebbe nulla senza i media”). Ma tutto questo è illusorio. Non esiste uso buono dei media, i media fanno parte dell’evento, fanno parte del terrore, e giocano in un senso o nell’altro.



Jean Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina Editore, Milano - 2002

sabato 19 maggio 2012

I bambini ci guardano e qualcuno li colpisce


Che la terra ti sia lieve, Melissa…

Il piccolo Luciano De Ambrosis in I bambini ci guardano
I bambini ci guardano e oggi qualcuno ha deciso di colpirli. Quando c’è una guerra o un momento di crisi economica, una società vive sull’orlo del dolore e della disperazione, è quello il momento in cui la vita dei bambini, dei ragazzi diventa il termometro di ciò che stiamo attraversando. Sono i nostri sismografi. E il loro sguardo spaventa, inquieta. “I bambini ci guardano”, dicevamo. Così si intitolava un bellissimo film di Vittorio De Sica. Fu prodotto nel 1943. In Italia c’erano ancora il fascismo e i bombardamenti, ma non venne fatto nessun accenno alla guerra. La triste storia del piccolo Pricò ci aiuta ancora oggi a capire come i sogni borghesi e perbenisti dell’Italia fascista stessero per crollare. Da affrontare ci sarebbe stata la dura realtà degli ultimi anni di guerra e del primo drammatico periodo repubblicano. Passiamo ai capolavori del neorealismo. I protagonisti dei momenti e delle storie più emozionanti, tragiche e poetiche dei racconti dell’Italia di allora sono stati i bambini. Il piccolo Marcello di Roma città aperta (R. Rossellini, 1945) assiste al terribile omicidio di sua madre Pina da parte dei soldati nazisti. Pasquale lo scugnizzo farà scoprire al soldato americano Joe, dopo avergli rubato le scarpe, la terribile condizione di vita della sua famiglia nell’episodio napoletano di Paisà (R. Rossellini, 1946). Pasquale e Giuseppe sono due dei lustrascarpe che finiscono in carcere in Sciuscià (V. De Sica, 1946). Il dodicenne Edmund è il drammatico protagonista di Germania Anno Zero (R. Rossellini, 1948). Bruno Ricci è il bambino che accompagna il padre Antonio alla ricerca della preziosa bicicletta in Ladri di biciclette (V. De Sica, 1948). Totò è il piccolo trovato sotto un cavolo nel favolistico Miracolo a Milano (V. De Sica, 1950). Facciamo un salto temporale. Andiamo agli anni Ottanta, all’Italia che tentava di mettersi alle spalle gli anni terribili del terrorismo. Prendiamo Colpire al cuore (1983) di Gianni Amelio. Il quindicenne Emilio indaga, armato di macchina fotografica, nella vita privata di suo padre, un professore universitario legato agli ambienti della lotta armata. Nel 1992, al Festival di Cannes, pochi giorni prima dell’attentato di Capaci, il Gran Prix della Giuria viene vinto da Il ladro di bambini (G. Amelio, 1992). Un road-movie nella degradata Italia di fine Prima Repubblica vista attraverso i malinconici occhi di Rosetta, una bambina undicenne costretta a prostituirsi, e Luciano, un bambino asmatico di nove anni. I bambini, gli adolescenti, i ragazzi (ma i giovani no, non usiamo questa parola cara al marketing e abusata dalla politica) hanno uno sguardo talmente severo nei confronti degli adulti che oggi qualcuno ha deciso di colpirli. Loro guardano e qualcuno li terrorizza addirittura a scuola, nel luogo in cui imparano a diventare cittadini. Li colpiscono perché non facciano troppe domande sul mondo che troveranno. Loro guardano e qualcuno si nasconde. Loro scrutano e nessuno sa dare loro risposte. Loro hanno coraggio. Gli ingenui e gli ipocriti no. I violenti hanno solo odio intriso di vigliacchieria.

sabato 5 maggio 2012

Tutto in un frammento...

Una grande lezione di giornalismo e di narrazione in un frammento...

Immagine tratta da "Da Villalba a Palermo" di Giuseppe Fava e Vittorio Sindoni, 1980

"Novantadue - L'anno che cambiò l'Italia"

Il 16 Maggio 2012, uscirà nelle librerie l'antologia Novantadue. l'anno che cambiò l'Italia, curata da Marcello Ravveduto (Castelvecchi Editore). Fra gli autori ci sono anche io, con il saggio La grande solitudine, in cui parlo del cinema italiano nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Ecco i nomi degli altri autori: Manuela Iatì, Giovanni Abbagnato, Laura Galesi, Corrado De Rosa, Serena Giunta, Anna Bisogno, Francesca Viscone, Petra Reski, Renate Siebert, Amalia De Simone, Ciro Pellegrino, Alessandro Chetta, Monica Zornetta, Giorgio Mottola, Carmen Pellegrino.

Il Novantadue non è un anno qualsiasi. Per molti è il confine che separa la prima Repubblica dalla cosiddetta seconda Repubblica. Per gli autori di questa antologia – molti dei quali provenienti dall’esperienza di “Strozzateci Tutti” – è un paradigma: una chiave di volta che esemplarmente coniuga permanenze e rotture della storia italiana. Dodici mesi densi di avvenimenti tragici, epocali, sensazionali che lasciano affiorare alla superficie del corpo nazionale le profonde crepe politiche, economiche e civili caratterizzanti il divenire degli ultimi quarant’anni di vita repubblicana. Il 1992 non è solo l’anno delle stragi di Falcone e Borsellino, è piuttosto un’escalation: tangentopoli, il voto proporzionale uninominale, l’affermazione della Lega, l'agonia dei partiti di massa, la voglia di riscatto civile, il terrorismo mafioso, il debito pubblico alle stelle, l’intervento pubblico assistenzialista, il difficile rapporto con l’Europa. La lunga crisi della Repubblica sembra esplodere in tutta la sua urgenza lasciando immaginare che “nulla sarà come prima”. Questo libro torna sui fatti accaduti, cercando di andare oltre le macerie materiali e morali accumulate nel corso di un ventennio, per raccontare, fuori dai luoghi comuni, le storie che lo hanno reso un anno “indimenticabile”. Senza pregiudizi ideologici, né inutili moralismi, ma con passione civile, gli autori dipanano la trama della narrazione collettiva con l’obiettivo di restituire al lettore, attraverso il racconto di vicende spesso dimenticate, le sensazioni del vissuto: la ribellione civile di Palermo, l’organizzazione dell’attentato di Capaci, la televisione della pietà e del dolore, l’immaginario cinematografico, l’avanzata dei “perfidi” localismi, la distribuzione di plasma infetto, la silenziosa modernizzazione della ‘ndrangheta, il ruolo delle donne nelle scorte dei magistrati antimafia, la sofferenza psicologica di Rita Atria, i grandi pentiti di camorra e l’alba del dominio del clan dei casalesi nell’affare rifiuti, la tangente Enimont e la nuova razza padrona. Questi ed altri sono i temi che costituiscono la materia incandescente dell’opera. Il Novantadue è l’inizio di una transizione che ha dato luogo ad una lunga stagione di precarietà politica, civile, sociale ed economica, durante la quale il futuro, una chimera, e il passato, un ostacolo da rimuovere, sono stati sostituiti da un immutabile presente.

Marcello Ravveduto