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Le associazioni segrete secondo Sciascia

Leonardo Sciascia, L'Espresso 27 Aprile 1980

Tutte le associazioni segrete che - quale ne sia il fine - usano il crimine come mezzo , si somigliano non solo nella struttura organizzativa e gerarchica, ma anche nella ricerca ed espansione, intorno a sé, di un contesto silenzioso, omertoso e di protezione. Tanto più una società si riconosce nelle leggi che le associazioni segrete vogliono ignorare o abbattere, e se ne sente garantita, tanto meno diffuso sarà, intorno al raggruppamento clandestino, il contesto direttamente o indirettamente protettivo. Nel fenomeno mafioso, cui di solito si fa richiamo a paragone di ogni altra associazione segreta criminale, il tessuto protettivo che lo circonda è così variamente intramato e complesso, così durevole e tenace, che la paura finisce con l'apparire elemento secondario. Se poi si tiene presente che la mafia non è mai stata considerata - se non dal fascismo - come fatto eversivo dell'ordine costituito ma piuttosto come sistema parallelo o speculare rispetto all'altro e con l'altro connivente o addirittura integrato, le ragioni della protezione che un'intera società più o meno consapevolmente le accorda appaiono del tutto evidenti. Ed è in effetti da questa condizione "esterna" che la mafia deriva una compattezza "interna", per cui la rivolta di qualche suo affiliato, se si fa "delazione", viene oggettivamente, e persino clinicamente, considerata pazzia. Diversa è la situazione delle BR nel contesto italiano: quel tanto di tessuto protettivo che sono riuscite ad avere intorno non poteva essere generato che dalla paura; e nel ridursi di tale tessuto soltanto la paura può essere elemento di coesione interna. Paura "esterna" e paura "interna": ma nel momento in cui la paura che niente apparirà di inevitabile realizzazione e lo stato si materializza, e si presenta con possibilità di clemenza, la delazione (condizione essenziale per la clemenza) diventa, al contrario che nella mafia, "saggezza". Tale "saggezza" si pone al di qua o al di là del giudizio morale: dettata dall'istinto di sopravvivenza, anche se genericamente configurabile come tradimento, troverò nella coscienza di ogni individuo che vi accede motivazioni o giustificazioni. Ogni uomo ha, sia pure a livelli diversi, a gradi diversi, con diversa intensità, una vita coscienziale determinata dai principi morali più inveterati e dominanti. Il fanatismo può far superare questi principi nell'euforia dell'azione e nella certezza del successo finale: ma nel momento in cui l'azione subisce, per resistenza o controffensiva esterna, un rallentamento e il successo finale appare dubbio, è inevitabile che i principi si riaffaccino e si cada in un ripensamento critico delle proprie scelte. Il mafioso - come ha dimostrato Henner Hess - non sa di essere mafioso, vive nella mafia come nella propria pelle. Vive dentro una cosa che "c'è". Ma il brigatista rosso sa bene di vivere dentro una cosa che "non c'è". E appunto nel momento in cui vede allontanarsi la realizzazione - in cui ha creduto, per cui ha lottato, per cui ha ucciso - della cosa che "non c'è", necessariamente deve mettersi a fare i conti con la cosa che "c'è". I conti, come insegna Montaigne, danno sempre una differenza: per alcuni sarà la differenza tra la vita e la morte - e la scelta della vita; per gli altri sarà la differenza tra la stima dei sodali e la sopravvivenza - e sceglieranno la morte.
L. S.

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