Il cinema, il mondo dei neomelodici, il brand abbinato a prodotti commerciali: un saggio esamina l'attrazione fatale tra i boss e i media

![]() |
Un fotogramma tratto da La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco (2019) |
A voler essere cinici, questo libro non scopre nulla di nuovo. «La parola “mafia” compare per la prima volta, nel 1863, in una commedia popolare siciliana di grande successo, I mafiusi de la Vicaria». Sono parole scolpite nella voce “Mafia” dell’enciclopedia Treccani firmata da Salvatore Lupo. Eppure, Ravveduto, con un’operazione da pop-art, compie un’azione necessaria. Ci permette di (ri)conoscere ciò che sta davanti ai nostri occhi ma non sappiamo leggere: la dimensione comunicativa delle mafie. Lo fa attraverso il metodo della public history che, superando gli steccati degli ambienti accademici e offrendosi ad un pubblico di non addetti ai lavori, permette di raccogliere la sfida della migrazione e della natività digitale dell’autore e dei fenomeni che conduce nel suo laboratorio laddove compie analisi, verifica tesi, certifica errori, scrive conclusioni. Ravveduto analizza «un serbatoio inesauribile di percezioni e narrazioni che trasmettono valori, simboli, icone e miti della contemporaneità», affronta la minaccia che la modernizzazione delle mafie – pendoli costantemente oscillanti tra tradizione e modernità – lancia alla convivenza civile. Questo libro, mai settario e sempre pronto a navigare in mare aperto, ci dice che da sempre «tra media e mafia esiste un’attrazione fatale» e ci aiuta a decifrare soprattutto questo: la capacità adattiva delle organizzazioni criminali al contesto circostante, all’ambiente sociale, economico e comunicativo. Nei nove capitoli del libro, Ravveduto osserva i fatti storici e li coniuga attraverso collegamenti multidisciplinari, approfondisce la storia della mentalità mafiosa restituendoci gli elementi strutturali di un fenomeno di lunga durata, offrendoci una visione aggiornata sul codice culturale delle organizzazioni criminali e della loro relazione con l’opinione pubblica. Dai testi di Dumas padre, Du Camp e Monnier sulla camorra nell’Ottocento, ai mafia-movie del nostro archivio cinematografico, dalla trilogia de Il Padrino all’universo della canzone neomelodica, dalle biografie dei martiri della Repubblica italiana al paradigma delle stragi mafioso-terroristiche degli anni Ottanta-Novanta passando per l’evoluzione del movimento antimafia. Ma il momento più interessante del libro è il capitolo dedicato alla “Google generation”. Qui l’autore descrive la cover research compiuta su Facebook. Attivando un profilo fake, Ravveduto ha esaminato 80 profili di ragazzi “borderline” fra i 14 e i 24 anni. Un’operazione che ci restituisce la dimensione della malavita organizzata nell’era tecno-liquida, che spiega la relazione tra le identità digitali e la devianza e che disegna, nello specifico, l’immaginario mediatico (jihadismo e narcos latinoamericani su tutti) di cui si nutrono le “paranze dei bambini” di Napoli nello strutturarsi come soggetti criminali. Ne viene fuori un ritratto dolente di una generazione che vive l’Italia come una terra straniera e che, nel proprio ghetto fisico (ri)vissuto attraverso la sfera dei nuovi media, pratica «un fondamentalismo che cementa l’identità territoriale all’identità marginale/deviante, rovesciando il vittimismo post-unitario nell’orgoglio criminale della globalizzazione».
La Repubblica - Palermo, 21 settembre 2019
Commenti
Posta un commento