ROMA - Daniel e Florencia sono fratello e sorella. Daniel è nato nell’ex Pozo di Banfield – un centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio – nel 1977 nell’Argentina della dittatura cívico-militar che Videla e i suoi sodali ribattezzarono Proceso de Reorganización Nacional, semplicemente Proceso poi per necessità di sintesi e istinti di normalizzazione. Florencia è nata a Torino, nel 1980, mentre suo padre Julio era in esilio in Italia. La madre di Daniel si chiama(va) Cristina Navajas, studentessa di Sociologia all’Università cattolica dove conosce suo marito Julio con cui milita nel Partito rivoluzionario dei lavoratori (PRT).
Cristina viene sequestrata, con sua cognata Manuela Santucho e una loro compagna di nome Alicia D’Ambra, il 13 luglio 1976 a Buenos Aires mentre Julio è in Europa per organizzare la resistenza. Cristina ha due figli (Camilo e Miguel) ed è incinta di due mesi. Cristina, Manuela e Alicia diventeranno desaparecidas. La madre di Florencia è Susi Fantino, la seconda compagna di Julio che in quegli anni, prima di stare insieme, andò a salvare i suoi figli in Argentina. La vita di Daniel, Florencia, Camilo, Miguel e Julio cambia nel luglio del 2023, quando le Abuelas di Plaza de Mayo, l’associazione per i diritti umani che cerca i bambini nati durante la dittatura sottratti alle loro famiglie, annunciano il ritrovamento del #Nieto133, l’ennesimo bambino, trasformato in bottino di guerra, a cui è stata negata l’identità. In questi giorni, Daniel e Florencia hanno girato mezza Europa parlando della propria storia familiare e personale attraverso un film. Lo hanno fatto nel tempo in cui il presidente argentino Milei gioca con la storia e la memoria, il mondo è in fiamme e del diritto internazionale sembra esserne rimasta solo carta straccia.
Ci incontriamo a Roma, al Cinema L’Aquila in un pomeriggio dedicato al 50esimo anniversario del colpo di Stato argentino, prima della proiezione di Identidad, toccante documentario per la regia di Rodrigo Vázquez-Salessi e della stessa Florencia. Il film racconta la storia di Daniel e della famiglia Santucho, di uomini e donne desaparecidos y desaparecidas, di figli e figlie strappati ai ventri delle loro madri, delle tante dittature argentine, di utopie e di rivoluzioni, di resistenza e impegno, di menzogne e verità riconquistate, di negazione delle identità e di affermazione di memoria, verità e giustizia.
«Sono cresciuto in una famiglia in cui quando in Tv las madres e las abuelas parlavano, prendevano insulti e in cui la donna che io ho creduto fosse mia madre diceva, cinicamente, che erano «solo donne che cercavano i propri figli e i propri nipoti». Io non mi rivedevo nelle loro parole e quando vidi La notte delle matite spezzate di Héctor Olivera, iniziai a costruirmi una idea sulla dittatura», racconta Daniel che di politica attiva, in gioventù, non ne aveva mai fatta. «I primi dubbi sulla mia identità, invece, li ho avuti intorno ai 21 anni, quando quello che credevo fosse mio padre, dopo essere rimasto vedovo, si rifà una vita scatenando un conflitto interno alla famiglia. In quel momento una sorella adottiva, che sapeva di non essere loro figlia biologica, mi racconta di avere dei dubbi sul fatto che io fossi o meno loro figlio naturale. Non aveva prove, solo sospetti. Chiedo spiegazioni ma mio padre, un ex poliziotto andato in pensione prima del tempo con un bonus che mi insospettiva, nega tutto».
Daniele vive anni di dubbi alimentati dal fatto di essere nato durante la dittatura e con il peso di avere, come data di nascita, il 24 marzo, il giorno del colpo di Stato. «Ogni compleanno, per me, era un giorno di dolore. Nessuna voglia di fare festa» – aggiunge – «fino a quando divento papà. Sì, perché diventare padre ti cambia la vita. E le mie figlie, il giorno del mio compleanno, avevano voglia di festeggiare. Lì, inizio a condividere il mio dubbio con Maria, la madre delle mie figlie. Vado in terapia. Affronto le paure e il senso di colpa che mi accompagnava. Mi avvicino alle Abuelas. Racconto loro tutto.
A fare lo studio del mio DNA mi accompagnano las nenas, le ragazze. Sapevo che la questione della mia identità riguardava anche loro. Affrontarlo da padre non era facile ma recuperarla è stato meraviglioso. Nos cambió, ci ha cambiato». Mentre Daniel vive la negazione della sua identità, la famiglia Santucho – a cui, le dittature argentine hanno ucciso dieci componenti, cinque uomini e cinque donne – continua ad essere un punto di riferimento della resistenza al regime dei generali.
Tra loro, Nélida Navajas, la mamma di Cristina che partecipa alla fondazione delle Abuelas. Scomparsa nel 2012, Nélida ha dedicato la sua vita alla ricerca di questo nipote. «Quando nostro padre Julio, dopo la fine della dittatura, torna in Argentina» – racconta Florencia – «non ha notizie di questo figlio. Si sapeva solo che Cristina aveva scritto una lettera nel luglio del 1976 in cui ipotizzava di essere in attesa. Forse era stata vista incinta, ma nessuno aveva visto nascere il bambino. Si iniziano così a raccogliere le prime testimonianze sulla sua sorte. Molto importante, anche per il suo ampliarsi nel tempo, quella di Adriana Calvo, una donna sopravvissuta al centro di Banfield. Cristina conosce Adriana quando arriva lì con Teresa, la figlia appena nata. Cristina decide di non dirle che le era stato sottratto suo figlio per non spaventarla. A quel punto, Cristina, Zia Manuela e Alicia D’Ambra si oppongono come leonesse affinché non rapiscano Teresa». Tra i momenti più emozionanti del documentario, il momento in cui Florencia e Daniel, insieme ai loro familiari, visitano proprio il Pozo. «Quel luogo ha rappresentato un forte abbraccio che ha dato la forza per affrontare con potenza e allegria la nuova fase della nostra famiglia», racconta Florencia. «La prima volta sono andato lì con mio fratello Miguel, pochi mesi dopo aver recuperato la mia identità. Era un giorno speciale. Era il 27 settembre 2023, il giorno del compleanno di mia madre Cristina. Abbiamo visitato le celle, le sale delle torture. È stato un momento durissimo. Non sapevo se fossi pronto ma ce l’ho fatta», chiude Daniel. Dopo aver lavorato per anni in un grande magazzino nell’assistenza ai clienti, oggi lavora con le Abuelas e, trascorsi quarantasei anni di menzogne, ammette di sentirsi finalmente in pace. «In quel luogo oscuro, tenebroso, ho sentito una energia speciale che sento ancora. Una energia che mi mette in contatto con mia madre Cristina. Per questo ci sono stato più volte. Per il film sono venute anche le mie figlie. Quando ragiono, mi rendo conto che è stato l’ultimo luogo dove siamo stati insieme».
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«Identidad» è parte della Rete per il diritto all’identità che si propone di trovare gli altri 300 figli di desaparecidos rubati dalla dittatura tra il 1976 e il 1983, oggi uomini e donne sui 50 anni che potrebbero anche trovarsi in Italia.
*L'articolo è stato pubblicato sabato 21 marzo 2026 su Alias-Il Manifesto.

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