Per narrare l’avventurosa storia del crime film italiano, Matteo Santandrea – Università di Roma Tre, già autore di È stata Roma – La criminalità capitolina dal «poliziottesco» a Suburra (Rubbettino) – ha deciso di (ri)geolocalizzare il suo sguardo allargandolo anche ad altre città, circoscrivendo la sua riflessione in un arco temporale lungo quattordici anni. E così, guidati dalle sue analisi e armati, tra le altre, della teoria degli specchi di Pierre Sorlin – «come gli specchi, che incorniciano, delimitano e a volte distorcono, ma in fondo riflettono ciò che hanno di fronte, i film illustrano vari aspetti della società che li produce», scriveva lo studioso francese scomparso un anno fa – temporalmente ci ritroviamo, grazie al suo Paesaggi del crimine. Milano, Roma, Napoli nel crime film italiano: 1966-1980 (Marsilio), tra il 1966 (anno dell’omicidio all’Università La Sapienza di Roma dello studente socialista Paolo Rossi) e il tragico 1980 (strage di Ustica, bomba alla stazione di Bologna e terremoto dell’Irpinia).
Pagine che geograficamente ci conducono poi all’ombra neocapitalistica del Duomo meneghino, nelle periferie brutte-sporche-e-cattive della capitale e nelle acque rigonfie di armonie perdute del golfo partenopeo. Rapiti dal fascino ormai senza tempo di film tripartiti in «poliziotteschi», «gangster movie» e «pellicole noir», siamo invitati a percorrere un corpus narrativo distribuito su «organismi urbani» differenti che ha la forza di certificare, sul grande schermo, la trasformazione dell’Italia del post-boom attraverso una violenza criminale senza precedenti (+295,27% di «rapine, estorsioni, sequestri di persona» nel decennio Settanta – dati Istat).
Forti di questo studio, il pubblico potrà anche guardare con un buon bagaglio iconico al prequel Gomorra-Le Origini (Sky Studios e Cattleya), già ribattezzato fin dalle prime notizie di stampa come «serie sorella» di Romanzo criminale. In uscita il 9 gennaio 2026 con la supervisione artistica di Marco D’Amore, la nuova stagione della fortunata epopea televisiva racconterà in sei episodi l’ascesa criminale del giovane Pietro Savastano (Luca Lubrano), di donna Imma (Tullia Venezia) e di Scianel (Fabiola Balestriere) nella Napoli degli anni Settanta. La capitale del Mezzogiorno, dunque, ancora una volta sotto i riflettori con il rischio/opportunità di restituire all’immaginario collettivo una rinnovata immagine-cartolina della città in cui poter ibridare l’universo iconico del contrabbando – raccontato dalle cine-sceneggiate meroliane in cui «i mandolini suona(va)no e le pistole canta(va)no» – con quello delle prime cinque stagioni di Gomorra-La Serie. Stagioni in cui lo scenario audiovisivo – accompagnato in una inesauribile dicotomia globale/locale, tra gli altri, dalla Gomorra di Matteo Garrone (2008) e da La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi (2019) – veniva «perlopiù caratterizzato da tonalità cupe, funeree» a differenza della «Napoli criminale ritratta negli anni settanta» che, in presa diretta, era «nella maggioranza dei casi illuminata dal sole», idealtipica ed affascinante.
Ma concentriamoci adesso sugli estremi storico-geografici dell’analisi che Santandrea fa focalizzandosi su «forme, codici e spazi della metropoli criminale». Ovvero alla città di Milano, «spazio urbano» che Giorgio Scerbanenco racconterà instancabilmente nei suoi romanzi di culto e che, complice il clima geopolitico della Guerra Fredda, da «polo della civiltà industriale e del neocapitalismo consumistico», il cinema di quegli anni ci restituirà giocoforza come crocevia «delle tensioni e delle aspettative del ’68».
E poi, dopo la strage di Piazza Fontana (1969) – «su cui», sottolinea Santandrea, «oltre al cinema militante e a quello politico-indiziario, riflette anche il poliziesco puro» come nel caso di La polizia ha le mani legate di Luciano Ercoli (1975) – diventerà «epicentro dei cosiddetti anni di piombo». Una città dove Carlo Lizzani proprio nel 1966 ambienterà il suo Svegliati e uccidi. Opera nei cui fotogrammi viene rintracciata «la nascita del moderno gangster film italiano». La pellicola, ispirata alla vita del bandito Luciano Lutring, mette in scena una città modello «dello sviluppo neocapitalistico in cui ad affiorare sono le contraddizioni sociali ed estetiche generate da una rapida e forzata americanizzazione del territorio», «una città in espansione che, soprattutto tramite l’edificazione di un nuovo, ammaliante e voluminoso soggetto architettonico importato da oltreoceano come il grattacielo, muta radicalmente il suo volto».
Tredici anni dopo, in quello straordinario «serbatoio di tensioni sociali», il cortocircuito «fra l’incubo della stagione di piombo e l’euforia del decennio seguente, ossia gli anni ottanta del cosiddetto disimpegno» troverà il tempo e il luogo per parallele convergenze. Sarà Giuliano Montaldo con Il Giocattolo, ad affidare ad un tranquillo ragioniere di mezza età (Nino Manfredi) una pistola affinché diventi un vendicatore. Proviamo, dunque, a vederla così. Un’arma in pugno e il processo di opacizzazione degli schermi cinematografici, sostenuto poi da Lino Miccichè, prenderà il via.
*L'articolo è stato pubblicato sabato 30 dicembre 2025 su Alias-Il Manifesto.

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