domenica 10 giugno 2018

Nella morsa di Alfredino

In una notte di fine estate, il 23 agosto del 2016 un sisma colpisce l’Italia centrale (ri)mettendo al centro dell’agenda dei media l’Italia dei borghi e delle contrade. Nelle ore successive al tremolìo della terra, i media sfoderano la loro potenza produttiva e comunicativa. Bramano cartoline dal terremoto, voci e battiti cardiaci aggrappati alla speranza di salvezza, particolari piccoli o grandi che restituiscano il senso della maceria, della distruzione. Nel giro di poche ore il sisma viene consegnato alla storia come “il terremoto dei bambini”. Ancora una volta «i bambini», soggetti «privi di cittadinanza» che «quasi non esistono nella stampa italiana», sono «al centro dell’attenzione (...) solo come vittime» (S. Laffi, 2014). Vediamo piangere per i fanciulli scomparsi, ritrovare voglia di vivere per chi è sopravvissuto fra la polvere e i detriti, celebrandolo come sinonimo di una vita comunitaria che può ricominciare. (Ri)prendiamo consapevolezza di come il salvataggio di un bambino in diretta sia la chimera della TV, il balsamo in grado di lenire una ferita nazionale mai rimarginata. Il fanciullo da salvare davanti alla telecamera, in Italia, avrà sempre il nome di Alfredino Rampi, il bimbo spirato in un pozzo di Vermicino, alle porte di Roma nel giugno del 1981. Da quel giorno in avanti, si andrà «costituendo il paradigma dominante dei due decenni successivi: la vittima come spurgo del mondo, (...) come sistema salvifico, spiegazione generale dell’universo» (M. Belpoliti, 2015). 


Quella drammatica storia privata verrà trasformata dalla televisione pubblica di allora in un lutto nazionale. «Tutto l’evolversi della tragedia» verrà raccontato. «La disperazione della madre, fino a registrare lo spegnersi della voce del bambino» (A. Grasso, 2007) non sarà nascosta al pubblico. Il set di Vermicino segnerà, come ha scritto Giuseppe Genna, «l’incipit della presa di vita delle immagini» in un Paese avviato alla celebrazione del «mito del benessere», di «un’Italia generosa, narcisista e multiforme», ricordandoci che «Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini». Perché «Alfredino fu partorito nel morire, in quell’utero strettissimo di terra diaccia, ma partorì, materno e aureo, e partorì un intero mondo: questo che viviamo oggi».

Tratto da A. Meccia, Il cinema. Italia 2016. Nella morsa di Alfredino, in Under. Giovani mafie periferie (a cura di D. Chirico e M. Carta, Giulio Perrone Editore, 2017)

domenica 18 marzo 2018

Cassino, la memoria della guerra e la stele per i parà tedeschi

A proposito di quanto sta accadendo a Cassino sull'installazione di una stele in memoria dei paracadutisti tedeschi, mi sembra interessante rileggere quanto scritto dallo storico Giovanni De Luna ne "Il corpo del nemico ucciso" (Einaudi, 2006). Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi, ma anche una bussola. Servono a non perdere l'orientamento. E a trovare nuove rotte.

«Oggi i luoghi di morte sono diventati luoghi di memoria. La loro geografia ridisegna la mappa degli sbarchi (Gela, Salerno, Anzio), le lunghe soste sul fronte della “Linea Gustav”, poi l’interminabile inverno sui contrafforti della “linea gotica”, il dilagare delle armate angloamericane nella pianura padana. Sessant’anni dopo in quei posti ci sono solo cimiteri. Ma nessuno è un “campo santo”, un posto consacrato al dolore e al ricordo (…) (in ogni cimitero una concezione diversa della morte come della politica, della cultura, della storia). A Cassino quello dei soldati tedeschi si può visitare seguendo un percorso che si avvita a spirale lungo i fianchi di una collina; tra un camminamento e l’altro sono disposte lunghe file di lapidi, tutte uguali, che riportano incisi il nome del soldato, la data di nascita e di morte oppure, quando l’identità non sia nota, la scritta Ein deutscher soldat. In cima si staglia una croce bronzea alta una decina di metri. Nella spianata antistante la croce ci sono tombe collettive, chiuse da lapidi imponenti sulle quali sono incisi i nomi dei soldati le cui spoglie sono sepolte sotto la stessa pietra tombale. Un piccolo monumento all’ingresso del cimitero riporta il numero dei sepolti: 20057 soldati. Anche nella morte si è voluto farne un reggimento obbediente e sempre pronto a eseguire gli ordini impartiti».

giovedì 15 marzo 2018

Il Napoli, la Juventus e i tifosi bianconeri come don Mimì di Filumena Marturano

Essere tifoso

Non sono napoletano di origine e sono un tifoso del Napoli. Senza aggettivi. Una persona che non scandisce la propria vita sociale secondo i palinsesti del campionato di calcio e che vorrebbe andare più spesso allo stadio perché ama i riti collettivi. Non sono abbonato alle pay-tv. Non dico che mi basta sentire la partita alla radio, ma siamo quasi lì. E comunque durante i 90 minuti in cui la mia squadra scende in campo il sangue ribolle e essere aggiornato “minuto per minuto” è come l’acqua per i pesci.

Se certe uscite del presidente o dell’allenatore non mi piacciono, lo ribadisco e lo sottolineo. Se il Napoli ha cadute di stile, sono il primo a riconoscerle. Non sono solito prendere in giro gli avversari. Conta quello che fa la mia squadra, non quello che succede agli altri. Tra tutte i club di serie A, quello che malsopporto è la Juventus. Per mille motivi. Quest’anno ancora di più, ovviamente, perché con ogni probabilità i bianconeri suoneranno la settima sinfonia consecutiva tricolore, lasciando al mio Napoli le briciole e la gloria del bel calcio che non trionfa mai.

Eppure, nonostante questa certezza, ben sottolineata oggi dalla prima pagina della Gazzetta, da qualche settimana a questa parte − precisamente dal gol di Dybala alla Lazio – sono personalmente oggetto di “simpatici” sfottò da parte di amici juventini. Sembra che non attendessero altro che il momento giusto per ribadire “senza malizia” (cit.) tutta la loro ferocia e superiorità calcistica.

Avere la risposta pronta

Fino a quel momento, se ne sono stati buoni, sicuri e convinti che l’ora giusta scoccasse. Il bello è che gli juventini sono così. Se provi a ragionare su come la Juve sia un pezzo di storia d’Italia (nel bene e nel male) si offendono e ribattono: «Il tifo è una cosa che nasce da bambini… che c’entrano Agnelli e la Fiat?». Se provi a ricordargli le indagini sui rapporti tra la ‘ndrangheta e settori della tifoseria, replicano: «E la camorra a Napoli? E Maradona con i Giuliano?». Se dici che il calcio è questione di poteri forti e che gli arbitri contano, ti danno anche ragione: «Ti ricordi Collina e la pioggia di Perugia?».

Se vai con la mente all’estate del 2006 e Calciopoli, ti dicono: «Nella finale mondiale, tra Italia e Francia quanti juventini c’erano in campo». Provi a parlare di doping? «Perché gli altri non lo prendevano?». Sembrano sempre distaccati, atarassici Se parli di stampa benevola nei loro confronti, tirano fuori i telecronisti tifosi. Se sottolinei il bel gioco del Napoli, ti ricordano che nella Storia si entra con i trofei. Sembrano sempre distaccati, poi. E dicono che si annoiano a vedere la Juventus in Serie A, per via di partite troppo simili a sedute di allenamento. Troppo divario.


Filumena

Aspettano marzo per divertirsi un po’. Per ribadire il primato in testa alla classifica. Per giocare in Europa gare che contano veramente. Secondo lo juventino, credo che vincere non sia «l’unica cosa che conta». Oltre la vittoria c’è di più. Ciò che ha un valore sciolto da ogni vincolo è riprendere l’aria da padrone. Prima o poi, lo sanno che quel momento arriva. Per lo juventino non è meno vitale farsi una bella risata di fronte alle sconfitte altrui.

Quando li vedo e li sento, ironia della sorte, mi balenano nella mente un paio di scene di Filumena Marturano di Eduardo. Lo juventino, quando vince (e si rilassa) assomiglia a Domenico Soriano davanti all’avvocato Nocella mentre procede – codice civile alla mano – all’annullamento del matrimonio e donna Filumena si aggrappa disperatamente ai suoi umani principi. Quando lo juventino ride, mi sembra di sentire sghignazzare Mimì e i suoi compari mentre salgono le scale del bordello pronti a soddisfare i loro piaceri. Una risata falsa ma terribilmente vera, che riposa nella testa e nel cuore, si palesa minacciosamente lungo le scale, preambolo di un piacere che non so definire. Un ghigno ripetitivo. Sempre uguale a sé stesso. Tanto in bocca al ricco, quanto al povero.

Pubblicato su Il Napolista

giovedì 8 marzo 2018

Memo - Memorie in movimento


Da ieri, MeMo - memorie in movimento, il nuovo progetto di Cinemovel Foundation di cui sono stato consulente scientifico, è ufficialmente attivo. Si tratta di un percorso multimediale ideato per un bene confiscato a Galbiate (Lecco) e per avviare un’azione didattica, di ricerca e condivisione con gli studenti sul rapporto fra mafia e memoria. Tutte le info su http://memorieinmovimento.it/

mercoledì 7 marzo 2018

"Chi sia codesto Enrico..."


"Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo come sicari dell'OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po' diviso tra l'ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale (...) e d'altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi (...). Tra questi poli è l'Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell'ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l'ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese"

Elogio di Franti, Umberto Eco (Diario minimo, 1963)