venerdì 9 febbraio 2018

Bye bye antifascismo



Sono giorni tristi quelli che stiamo vivendo. Giorni che probabilmente ci ricorderemo e su cui verseremo lacrime amare. La dimensione comunicativa è divisa tra il Festival di Sanremo degli ascolti record e i gravissimi fatti di Macerata. Ed è nella cittadina marchigiana che in queste ore si sta giocando il futuro di questo Paese. È lì, dove persone dalla pelle ebano sono state oggetto del piombo fascista, che si farà la nuova Italia, oppure si morirà civilmente, per rinascere non so cosa. È nella piazza di sabato che capiremo quale sarà il destino finale della nostra Costituzione, nell'anno del suo 70esimo compleanno.

Minuto dopo minuto ci rendiamo definitivamente conto che l'antifascismo non è più il collante che ci tiene insieme come cittadini, come corpo sociale, come comunità immaginata. Abbiamo capito che la Costituzione, nonostante il referendum del 4 dicembre 2016 (sul cui senso politico forse non si è abbastanza riflettuto), è stata sottoposta a una spoliazione valoriale e sostanziale (lavoro, guerra, scuola, economia, disuguaglianze) di cui l'antifascismo è il definitivo argine. Un riparo che in pochi vogliono difendere e rafforzare. E quando cederà, sarà il tempo di scrivere un nuovo patto sociale, in cui i valori che abbiamo conosciuto e in cui ci siamo rispecchiati non troveranno albergo. E il 25 aprile non dovrà più avere il colore rosso sul calendario. Ci resterà da festeggiare il 2 giugno con le parate militari ai Fori imperiali. E pensare che solo una settimana fa, Don Ciotti, nella tre giorni di Contromafie, ricordava ancora una volta al Paese che "la Costituzione è il primo testo antimafia". Parole che oggi hanno un sapore beffardo.

mercoledì 1 novembre 2017

Il populismo dell'educazione anti-mafia


Il caso Nikita esploso alla Festa del cinema di Roma pone operatori dell’informazione, sistema scolastico-educativo, opinione pubblica, politica e istituzioni di fronte a un quesito decisivo per la crescita civile del nostro Paese: cosa vuol dire fare cultura, sensibilizzazione, istruzione rispetto al tema “mafia”? Come tutte le sfide democratiche e culturali, l’educazione su un tema così delicato e lacerante per la tenuta civile di una comunità, è una questione che probabilmente non conoscerà mai la parola fine. La banalizzazione applicata alle parole di Giovanni Falcone (“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani etc. etc. etc…”) converrebbe infatti tenerla da parte per un po’. Quando il dibattito mai sopito sulle organizzazioni mafiose, inoltre, travalica i canoni del politicamente corretto, sfida i conformismi culturali o non viene sapientemente gestito, la questione è destinata inevitabilmente ad esplodere per incuria, malagestione, approssimazione, superficialità. 
In questi anni, in seguito a eventi fortemente periodizzanti (le stragi del ’92-’93, l’uscita di Gomorra, la strage di Duisburg, l’anatema contro gli ‘ndranghetisti di Papa Francesco, il processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-mafia, l’inchiesta e il processo Mafia capitale, il problema Terra dei fuochi) tutto si può dire, meno che di mafie si sia parlato poco. Progetti scolastici sulla cosiddetta “legalità”, saggi, romanzi, fiction, documentari, docu-fiction, film, canzoni, premi giornalistici, festival hanno rimpolpato gli archivi della narrazione pubblica sulle organizzazioni mafiose da parte di quel composito universo conosciuto come “antimafia sociale” e che, in nome di quella etichetta, cerca spesso nuove verginità pubbliche. A volte ci si chiede a cosa sia servito tutto ciò. Qualità e quantità non sono certo sinonimi. Letture superficiali dei fenomeni ci spingono inoltre a rifugiarci tra le autoconsolatorie parole del Gattopardo, convincendoci della perpetua condanna a vivere sotto il giogo delle organizzazioni mafiose e dei poteri politico-economici corrotti. Probabilmente non è così. Ma non allontaniamoci troppo da ciò che è successo alla Festa del cinema di Roma. Ricapitoliamo brevemente il tutto, soffermandoci con lucidità più sul contesto che non sui fatti. 

Un momento della presentazione di Camorriste (Fonte:Pagina Fb Alice nella città)
Il 30 ottobre, nello spazio Alice nella città (la sezione dedicata ai ragazzi), in programma c’è la presentazione della seconda serie di Camorriste, una docu-serie su donne che hanno rivestito ruoli di spicco in clan di camorra. Anche la Festa del cinema ha ufficialmente la sua “giornata per la legalità”. Sul palco, da una parte c’è il bene – in alcuni casi “sotto scorta e sotto minaccia” – incarnato da brave e coraggiose croniste invitate dalla Federazione nazionale della stampa (Ester Castano, Federica Angeli, Angela Corica, Marilù Mastrogiovanni, Marilena Natale). Dall’altro il male irredento che ha però pagato il suo conto con la giustizia, personificato soltanto da Cristina Pinto una ex camorrista dissociata ma non “pentita”, conosciuta con il soprannome di matrice cinematografica Nikita che oggi vive facendo la “pescatora” (la sua storia era già stata raccontata nella prima serie di Camorriste). Ad ascoltare, studenti delle scuole romane. Ecco, la ricostruzione dei fatti può stavolta essere un particolare trascurabile. La raccolta degli elementi di analisi può fermarsi qui, andando al di là anche dei contenuti veicolati sul palco dalle oratrici. La costruzione dell’evento – altra parola non c’è per definire la situazione progettata – si presenta già di per sé esplosiva. La presenza di studenti e giornalisti non è sufficiente a costruire un contesto scolastico né tantomeno informativo. Siamo a due passi da un red carpet, da una cornice di intrattenimento, di glam e spettacolo. Come detto, da un lato si è voluto mettere un “bene” e dall’altro un “male” – numericamente rappresentati in maniera impari – che avrebbero potuto trovare un punto di mediazione solo in una situazione giornalistico-informativa. Da un lato chi fa domande penna e taccuino in mano, dall’altra chi risponde. Senza moralismi. Facile altrimenti scagliarsi contro Cristina Pinto, “costretta” a rappresentare in toto l’universo criminale. Scorretto non solidarizzare con le giornaliste giustamente indignate e imbarazzate, chiamate a personificare la libertà di stampa vissuta a testa alta. Ma come poteva il vissuto drammatico di operatrici dell’informazione minacciate e sotto scorta in potenza e in atto accettare la voce, sincera peraltro, di una donna che, nonostante i venti anni di carcere, non ha abbandonato la cultura totalizzante e totalitaria in cui è maturata la sua scelta criminale? Chi ha pensato che l’incontro tra questi due universi potesse rappresentare un momento pedagogico carico di senso e significato? Probabilmente si è tenuto poco conto di come il non “pentimento” della Pinto rappresentasse il fallimento della funzione rieducativa della pena e offrire la sua testimonianza a delle scolaresche fosse fuori luogo sic et simpliciter. Questa vicenda ha molto da insegnarci e parla al Paese intero, segnalando la lontananza dalla consapevolezza che la pedagogia antimafia è un processo educativo a favore di valori che vanno sotto il nome di democrazia, libertà, civismo. Come vaccinarci da questo populismo pedagogico che in nome di un ambiguo concetto come quello della legalità pretende di forgiare le coscienze dei cittadini del futuro? È questa una delle sfide del futuro. Da raccogliere e superare.

domenica 25 giugno 2017

La vittoria di chi non conta nulla


Era la sua festa. Anzi, no. La loro festa. I 60 anni di Nino D'Angelo erano l'occasione giusta per unire il cantante con il "popolo delle sue canzoni". Doveva essere un atto d'amore reciproco. E così è stato, in uno stadio San Paolo con il sogno (malcelato) di vincere lo scudetto il prossimo anno. D'Angelo non è solo la personificazione del suo popolo, ma il suo punto di riferimento, l'esempio (nobile) da seguire. Un popolo umile, educato, generoso, innamorato, appassionato. Un popolo che conosce la fatica e il sudore del vivere quotidiano. Un popolo che il segno di esistenze precarie e vite di scarto ce l'ha disegnato sul viso. Un marchio che è un'eredità da tramandandare di padre in figlio. Un popolo che forse non ha mai conosciuto rappresentanza politica e che ieri lo ha confermato. Al comparire del volto di De Magistris sullo schermo, ha lanciato fischi sonori. Ovazioni per Merola, Troisi, Pino Daniele, De Filippo, Totò. Poco coinvolgimento e un pizzico di disorientamento allo scandire il nome di Giancarlo Siani. Un popolo che si è sentito rappresentato dalle canzoni d'amore del primo D'Angelo, in cui il consumismo sfrenato degli anni '80 diventava il rifugio per una vita sicura, tranquilla, "inclusiva", in linea con i tempi che devono essere sempre moderni. Un popolo che, quasi quattro decenni dopo, cerca ancora il re nel recinto della sua piccola patria. E Nino D'Angelo forse lo è, con il suo viso da eterno bravo ragazzo che ce l'ha fatta, aprendosi al mondo. Un Gianni Morandi tutto meridionale. Ieri D'Angelo ha rivendicato la dignità della povertà. Lo ha fatto con animo sincero, lontano da tossine populiste e paternaliste. Con trasporto, emozione, riconoscenza. E se il ragazzo di Monghidoro cantava: "Uno su mille ce la fa", l'ex caschetto biondo non poteva non confessare davanti la sua Curva B: "Io sono la vittoria di chi non conta nulla"

giovedì 16 marzo 2017

Un '77 di lotta contro la mafia

Il Centro di Documentazione Peppino Impastato compie 40 anni. Umberto Santino, che lo presiede insieme alla moglie Anna Puglisi, ne ripercorre la storia e il senso.

Il 2017 è un anno ricco di ricorrenze per la storia dell’Italia legata alla lotta contro la mafia. Una buona occasione per fare un po’ di storia e non solo retorica memoria. Il 16 gennaio, la Camera dei Deputati ha già ricordato, a 90 anni dalla nascita, Pio La Torre, il segretario del Pci siciliano ucciso nel 1982. Il 1° maggio 1947, saranno settant’anni dalla strage di Portella della Ginestra, il primo mistero dell’era repubblicana fatto di 11 morti e 27 feriti, colpiti nel dì di festa. Fa forse meno notizia, ma è un compleanno importante anche quello che si avvia a festeggiare con una serie di iniziative il «Centro di Documentazione Giuseppe Impastato» di Palermo. A presiederlo ci sono Umberto Santino e sua moglie Anna Puglisi, quarant’anni dedicati allo studio del fenomeno mafioso. Una parte della loro casa nel quartiere Libertà è la sede del Centro, il primo in Italia dedicato alla ricerca sulla mafia, nato nel 1977. Gli anni ‘70 siciliani odoravano anch’essi di piombo e violenza. Nel ’70 era desaparecido Mauro De Mauro, nel ’71 trucidato il giudice Scaglione, nel ’72 ucciso il giornalista Giovanni Spampinato. Nel ’76 c’era stata la strage di Alcamo Marina. Nello stesso ’77 l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo sarebbe morto in un agguato. Nonostante l’esplosione del terrorismo mafioso, per la commissione antimafia, nel 1976, eravamo ancora di fronte a «una comune forma di delinquenza organizzata». Nei ranghi più alti della cupola, intanto, le famiglie storiche di Cosa Nostra (i Bontate, gli Inzerillo) erano minacciate dall’avanzare dei corleonesi. In pochi anni, Riina e soci le avrebbero sterminate. Il potere ai viddani. Gli storici lo chiamarono «colpo di stato». Anni tristi, miserabili. Ma anche ricchi di speranza, di passioni, di utopie. Lottavano ancora insieme a noi Peppino Impastato, il commissario Boris Giuliano, i giudici Costa e Terranova, il giornalista Mario Francese. Per la prima legge antimafia, l’Italia aspettò il 13 settembre del 1982. Portava la firma di Virginio Rognoni e Pio La Torre. Dalla Chiesa era stato ucciso dieci giorni prima.

Presidente Santino, volga lo sguardo al ’77. Cosa vede?
In quell’anno cominciammo con il convegno «Portella della Ginestra: una strage per il centrismo».
Nella nostra analisi quella strage non era un fatto locale ma si inseriva in un contesto più ampio. L’allarme per la vittoria delle sinistre alle regionali del 20 aprile innescò l’uso politico della violenza,
ponendo fine ai governi antifascisti nati nel ’44 e dando il via al potere democristiano. Di quei giorni,
rivedo i volti di chi non c’è più: Nicola Gallerano, Vittorio Foa, Lisa Giua, Claudio Pavone. Scomparse che lasciano il segno.

Cosa ricorda del clima politico della Sicilia di quei giorni?

Gli anni ’70 videro lo sviluppo e la fine dei gruppi a sinistra del Pci. Io ero al Manifesto. Nel ’77 cominciò il riflusso: autopensionamento per molti militanti, lotta armata per altri. Un disastro collettivo. Palermo era dominata dalla Dc. Con gli omicidi «eccellenti» la mafia dava segnali inquietanti, avviandosi alla guerra degli anni ’80. Era una realtà in evoluzione ma sopravvivevano vecchi schemi. Per il delitto Impastato, ad esempio, si parlò di un fatto anomalo per essere catalogato come delitto mafioso.

Chi fondò il Centro?

Io e Anna. Con noi c’erano magistrati, fotografi (Letizia Battaglia, Franco Zecchin), ma alcuni soci seguirono altre strade. Dopo l’assassinio di Peppino aderirono il fratello Giovanni e la moglie Felicia.

Quando siete nati, a che punto era l’elaborazione sul tema «mafia»?

Il libro più diffuso era quello del sociologo Henner Hess, secondo cui la mafia era una sub-cultura condivisa dai siciliani. Rileggemmo la letteratura precedente. I nostri studi furono la base per il «paradigma della complessità»: la mafia come organizzazione e sistema di rapporti, intreccio tra crimine, accumulazione, potere, codice culturale e consenso sociale. Uno sguardo storico in cui convivevano continuità e innovazione. I riferimenti erano l’inchiesta di Franchetti del 1876 che analizzava la mafia come «industria della violenza» praticata dai «facinorosi della classe media» e l’aggiornamento fatto da Mario Mineo, dirigente della Nuova sinistra, che parlava di una nuova borghesia capitalistico-mafiosa nata negli anni’50.
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Umberto Santino chiude la campagna elettorale di Peppino Impastato (11 maggio 1978)
Tra le vostre battaglie, quella per la verità sulla morte di Impastato è di certo la più importante.

Peppino è un caso unico nella storia delle lotte sociali contro la mafia. La mafia ce l’aveva in casa, non a cento passi. Per questo gli intitolammo il Centro nel 1980. Il nostro coinvolgimento cominciò il
9 maggio 1978, giorno del delitto. L’11 maggio, su invito dei compagni, chiusi la campagna elettorale con un comizio che doveva fare Peppino, indicando come responsabile dell’omicidio Gaetano Badalamenti. Come Centro presentammo un esposto alla Procura. Poi la madre si costituì parte civile, rompendo con i parenti mafiosi. Raccogliemmo prove, sollecitando una magistratura arroccata come le forze dell’ordine nell’idea del terrorista-suicida. Una battaglia condotta in isolamento, conclusa dopo più di vent’anni con le condanne dei mandanti e la relazione della Commissione antimafia sul depistaggio delle indagini. 

Che tipo di materiale custodite?

Abbiamo una biblioteca di circa 8.000 volumi, un’emeroteca, un archivio di atti giudiziari (Maxiprocesso, i processi Spatola, Impastato, Andreotti, Rostagno), i rapporti del questore Sangiorgi di fine ‘800, una delle prime edizioni de I mafiusi della vicaria (primo testo letterario a registrare l’aggettivo «mafiusi»), materiale di controinformazione. Siamo autofinanziati poiché contestiamo le prassi clientelari di accesso ai fondi pubblici. Da tempo collaborano con noi studiosi e docenti dall’Italia e dall’estero.

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Umberto Santino e Anna Puglisi nella biblioteca del Centro Impastato
Chi studia il fenomeno mafioso, fa i conti con le vostre elaborazioni scientifiche.

«Complessità», «borghesia mafiosa», «mafia finanziaria» sono ormai luoghi comuni di cui spesso si ignora la paternità. Ma la demistificazione degli stereotipi e l’integrazione dei paradigmi («associazione tipica», «impresa mafiosa») non è ancora un obiettivo raggiunto. Tra gli studiosi prevale l’idea della mafia come «industria della protezione privata», variante di una visione economicistica. La nostra analisi sugli effetti criminogeni della globalizzazione si scontra con le idee correnti ma è confermata dall’aggravarsi di squilibri territoriali e divari sociali. Il nostro lavoro non sempre ha un riconoscimento adeguato. Non abbiamo appartenenze. E questo si paga.

Guardando al presente, che significato dà alla parola «mafia»?

Oggi si parla di mafia per diversi fenomeni criminali. Vi è mafia quando i gruppi di criminalità
organizzata assumono la complessità del modello storico siciliano.

E ad «antimafia»?

È in atto un rigetto dell’antimafia, dopo gli episodi che hanno riguardato alcuni personaggi. Ma il problema va oltre i singoli casi. Buona parte dell’antimafia è legata all’emozione suscitata dai grandi delitti. C’è poca analisi, molta predicazione e disinformazione. Nelle scuole si parla di legalità, ignorando che oltre a quella mafiosa, c’è l’illegalità istituzionale che ha condotto all’impunità delle stragi. E poi si parla di antimafia come di un fenomeno recente, dimenticando lo storico ruolo delle lotte contadine. 

Si può parlare di mafia nella città di Roma?

Certo, se ci sono i requisiti previsti dalla legge antimafia: forza intimidatoria, delitti, attività come appalti e servizi pubblici. Ma non si tratta di una mafia storica, nonostante il peso della Banda della Magliana.
Come festeggerete questi quarant’anni?

In primavera uscirà una pubblicazione su quella che chiamo «la mafia dimenticata» e un lavoro su Peppino, fatto insieme a suo fratello Giovanni. Peppino lo ricorderemo ancora il 9 maggio. Poi abbiamo in programma iniziative sul territorio, da Comiso alla tratta degli esseri umani. E ancora incontri sui temi oggetto delle nostre ricerche: media, cinema, mobilitazioni, il ruolo delle donne, la scuola, lantiracket, luso sociale dei beni confiscati. Infine c’è il progetto del No Mafia Memorial, spazio polivalente per raccontare la mafia e le lotte sociali. Dovrebbe essere uno spazio della città, con il Comune co-fondatore e non solo concessionario dei locali. C’è una delibera, ma è ancora sulla carta. 

ANDREA MECCIA, Il Manifesto, 24 febbraio 2017

sabato 17 dicembre 2016

Museo per la memoria di Ustica

I resti del velivolo sono lì, rimessi insieme con cura e delicatezza. Ci puoi girare attorno quante volte vuoi. Lo sguardo non li mollerebbe per un secondo. Ma il tempo per respirarli, per farli entrare dentro l'anima scivola verso l'infinito. I secondi scorrono scanditi dalle 81 luci che "si accendono e si spengono al ritmo di un respiro". Così ha voluto l'artista Christian Boltanski. Ma ciò che ti toglie il fiato sono le 81 voci che si rincorrono alle tue spalle. Frammenti di vita quotidiana si intrecciano. Impossibile ascoltarle e intercettarle tutte. Ma provare a trascriverle su un taccuino è un esercizio di ascolto straordinario. Il punto di incontro tra l'essenza della vita nella sua quotidianità e la follia della Storia nei suoi progetti imperscrutabili.
Eccone alcune.
"Vorrei tornare a Parigi quest'estate"
"Da quando è morto Roberto non ho più voglia di vivere"
"Che palle, è andato male l'esame. Devo rifarlo in settembre"
"Come glielo dico che parto e vado a lavorare a Milano?"
"Sarò pilota d'aereo e avrò una bella divisa"
"Signore, proteggi i miei bambini. Io non posso fare più nulla"
"Come è bella Lucia"
"Appena arrivo, mi tuffo in mare"
"Bisogna che mi occupi della mamma, è così invecchiata"
"Ho dimenticato il libro che Pietro mi ha dato per Maria"
"Sono contenta di lasciare Bologna. Piove sempre. Non mi ci sono mai abituata"
"Non devo piangere quando vedo Maria"
"Come glielo dico a Bianca che non l'amo più?"
"Quando torno a Bologna, avrò i risultati delle analisi"
"Ho lavorato così tanto, che mi sono scordato di vivere"

Bologna, 16 dicembre 2016

Bologna, 16 dicembre 2016