domenica 25 giugno 2017

La vittoria di chi non conta nulla


Era la sua festa. Anzi, no. La loro festa. I 60 anni di Nino D'Angelo erano l'occasione giusta per unire il cantante con il "popolo delle sue canzoni". Doveva essere un atto d'amore reciproco. E così è stato, in uno stadio San Paolo con il sogno (malcelato) di vincere lo scudetto il prossimo anno. D'Angelo non è solo la personificazione del suo popolo, ma il suo punto di riferimento, l'esempio (nobile) da seguire. Un popolo umile, educato, generoso, innamorato, appassionato. Un popolo che conosce la fatica e il sudore del vivere quotidiano. Un popolo che il segno di esistenze precarie e vite di scarto ce l'ha disegnato sul viso. Un marchio che è un'eredità da tramandandare di padre in figlio. Un popolo che forse non ha mai conosciuto rappresentanza politica e che ieri lo ha confermato. Al comparire del volto di De Magistris sullo schermo, ha lanciato fischi sonori. Ovazioni per Merola, Troisi, Pino Daniele, De Filippo, Totò. Poco coinvolgimento e un pizzico di disorientamento allo scandire il nome di Giancarlo Siani. Un popolo che si è sentito rappresentato dalle canzoni d'amore del primo D'Angelo, in cui il consumismo sfrenato degli anni '80 diventava il rifugio per una vita sicura, tranquilla, "inclusiva", in linea con i tempi che devono essere sempre moderni. Un popolo che, quasi quattro decenni dopo, cerca ancora il re nel recinto della sua piccola patria. E Nino D'Angelo forse lo è, con il suo viso da eterno bravo ragazzo che ce l'ha fatta, aprendosi al mondo. Un Gianni Morandi tutto meridionale. Ieri D'Angelo ha rivendicato la dignità della povertà. Lo ha fatto con animo sincero, lontano da tossine populiste e paternaliste. Con trasporto, emozione, riconoscenza. E se Morandi cantava: "Uno su mille ce la fa", D'Angelo non poteva non confessare davanti la sua Curva B: "Io sono la vittoria di chi non conta nulla"

giovedì 16 marzo 2017

Un '77 di lotta contro la mafia

Il Centro di Documentazione Peppino Impastato compie 40 anni. Umberto Santino, che lo presiede insieme alla moglie Anna Puglisi, ne ripercorre la storia e il senso.

Il 2017 è un anno ricco di ricorrenze per la storia dell’Italia legata alla lotta contro la mafia. Una buona occasione per fare un po’ di storia e non solo retorica memoria. Il 16 gennaio, la Camera dei Deputati ha già ricordato, a 90 anni dalla nascita, Pio La Torre, il segretario del Pci siciliano ucciso nel 1982. Il 1° maggio 1947, saranno settant’anni dalla strage di Portella della Ginestra, il primo mistero dell’era repubblicana fatto di 11 morti e 27 feriti, colpiti nel dì di festa. Fa forse meno notizia, ma è un compleanno importante anche quello che si avvia a festeggiare con una serie di iniziative il «Centro di Documentazione Giuseppe Impastato» di Palermo. A presiederlo ci sono Umberto Santino e sua moglie Anna Puglisi, quarant’anni dedicati allo studio del fenomeno mafioso. Una parte della loro casa nel quartiere Libertà è la sede del Centro, il primo in Italia dedicato alla ricerca sulla mafia, nato nel 1977. Gli anni ‘70 siciliani odoravano anch’essi di piombo e violenza. Nel ’70 era desaparecido Mauro De Mauro, nel ’71 trucidato il giudice Scaglione, nel ’72 ucciso il giornalista Giovanni Spampinato. Nel ’76 c’era stata la strage di Alcamo Marina. Nello stesso ’77 l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo sarebbe morto in un agguato. Nonostante l’esplosione del terrorismo mafioso, per la commissione antimafia, nel 1976, eravamo ancora di fronte a «una comune forma di delinquenza organizzata». Nei ranghi più alti della cupola, intanto, le famiglie storiche di Cosa Nostra (i Bontate, gli Inzerillo) erano minacciate dall’avanzare dei corleonesi. In pochi anni, Riina e soci le avrebbero sterminate. Il potere ai viddani. Gli storici lo chiamarono «colpo di stato». Anni tristi, miserabili. Ma anche ricchi di speranza, di passioni, di utopie. Lottavano ancora insieme a noi Peppino Impastato, il commissario Boris Giuliano, i giudici Costa e Terranova, il giornalista Mario Francese. Per la prima legge antimafia, l’Italia aspettò il 13 settembre del 1982. Portava la firma di Virginio Rognoni e Pio La Torre. Dalla Chiesa era stato ucciso dieci giorni prima.

Presidente Santino, volga lo sguardo al ’77. Cosa vede?
In quell’anno cominciammo con il convegno «Portella della Ginestra: una strage per il centrismo».
Nella nostra analisi quella strage non era un fatto locale ma si inseriva in un contesto più ampio. L’allarme per la vittoria delle sinistre alle regionali del 20 aprile innescò l’uso politico della violenza,
ponendo fine ai governi antifascisti nati nel ’44 e dando il via al potere democristiano. Di quei giorni,
rivedo i volti di chi non c’è più: Nicola Gallerano, Vittorio Foa, Lisa Giua, Claudio Pavone. Scomparse che lasciano il segno.

Cosa ricorda del clima politico della Sicilia di quei giorni?

Gli anni ’70 videro lo sviluppo e la fine dei gruppi a sinistra del Pci. Io ero al Manifesto. Nel ’77 cominciò il riflusso: autopensionamento per molti militanti, lotta armata per altri. Un disastro collettivo. Palermo era dominata dalla Dc. Con gli omicidi «eccellenti» la mafia dava segnali inquietanti, avviandosi alla guerra degli anni ’80. Era una realtà in evoluzione ma sopravvivevano vecchi schemi. Per il delitto Impastato, ad esempio, si parlò di un fatto anomalo per essere catalogato come delitto mafioso.

Chi fondò il Centro?

Io e Anna. Con noi c’erano magistrati, fotografi (Letizia Battaglia, Franco Zecchin), ma alcuni soci seguirono altre strade. Dopo l’assassinio di Peppino aderirono il fratello Giovanni e la moglie Felicia.

Quando siete nati, a che punto era l’elaborazione sul tema «mafia»?

Il libro più diffuso era quello del sociologo Henner Hess, secondo cui la mafia era una sub-cultura condivisa dai siciliani. Rileggemmo la letteratura precedente. I nostri studi furono la base per il «paradigma della complessità»: la mafia come organizzazione e sistema di rapporti, intreccio tra crimine, accumulazione, potere, codice culturale e consenso sociale. Uno sguardo storico in cui convivevano continuità e innovazione. I riferimenti erano l’inchiesta di Franchetti del 1876 che analizzava la mafia come «industria della violenza» praticata dai «facinorosi della classe media» e l’aggiornamento fatto da Mario Mineo, dirigente della Nuova sinistra, che parlava di una nuova borghesia capitalistico-mafiosa nata negli anni’50.
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Umberto Santino chiude la campagna elettorale di Peppino Impastato (11 maggio 1978)
Tra le vostre battaglie, quella per la verità sulla morte di Impastato è di certo la più importante.

Peppino è un caso unico nella storia delle lotte sociali contro la mafia. La mafia ce l’aveva in casa, non a cento passi. Per questo gli intitolammo il Centro nel 1980. Il nostro coinvolgimento cominciò il
9 maggio 1978, giorno del delitto. L’11 maggio, su invito dei compagni, chiusi la campagna elettorale con un comizio che doveva fare Peppino, indicando come responsabile dell’omicidio Gaetano Badalamenti. Come Centro presentammo un esposto alla Procura. Poi la madre si costituì parte civile, rompendo con i parenti mafiosi. Raccogliemmo prove, sollecitando una magistratura arroccata come le forze dell’ordine nell’idea del terrorista-suicida. Una battaglia condotta in isolamento, conclusa dopo più di vent’anni con le condanne dei mandanti e la relazione della Commissione antimafia sul depistaggio delle indagini. 

Che tipo di materiale custodite?

Abbiamo una biblioteca di circa 8.000 volumi, un’emeroteca, un archivio di atti giudiziari (Maxiprocesso, i processi Spatola, Impastato, Andreotti, Rostagno), i rapporti del questore Sangiorgi di fine ‘800, una delle prime edizioni de I mafiusi della vicaria (primo testo letterario a registrare l’aggettivo «mafiusi»), materiale di controinformazione. Siamo autofinanziati poiché contestiamo le prassi clientelari di accesso ai fondi pubblici. Da tempo collaborano con noi studiosi e docenti dall’Italia e dall’estero.

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Umberto Santino e Anna Puglisi nella biblioteca del Centro Impastato
Chi studia il fenomeno mafioso, fa i conti con le vostre elaborazioni scientifiche.

«Complessità», «borghesia mafiosa», «mafia finanziaria» sono ormai luoghi comuni di cui spesso si ignora la paternità. Ma la demistificazione degli stereotipi e l’integrazione dei paradigmi («associazione tipica», «impresa mafiosa») non è ancora un obiettivo raggiunto. Tra gli studiosi prevale l’idea della mafia come «industria della protezione privata», variante di una visione economicistica. La nostra analisi sugli effetti criminogeni della globalizzazione si scontra con le idee correnti ma è confermata dall’aggravarsi di squilibri territoriali e divari sociali. Il nostro lavoro non sempre ha un riconoscimento adeguato. Non abbiamo appartenenze. E questo si paga.

Guardando al presente, che significato dà alla parola «mafia»?

Oggi si parla di mafia per diversi fenomeni criminali. Vi è mafia quando i gruppi di criminalità
organizzata assumono la complessità del modello storico siciliano.

E ad «antimafia»?

È in atto un rigetto dell’antimafia, dopo gli episodi che hanno riguardato alcuni personaggi. Ma il problema va oltre i singoli casi. Buona parte dell’antimafia è legata all’emozione suscitata dai grandi delitti. C’è poca analisi, molta predicazione e disinformazione. Nelle scuole si parla di legalità, ignorando che oltre a quella mafiosa, c’è l’illegalità istituzionale che ha condotto all’impunità delle stragi. E poi si parla di antimafia come di un fenomeno recente, dimenticando lo storico ruolo delle lotte contadine. 

Si può parlare di mafia nella città di Roma?

Certo, se ci sono i requisiti previsti dalla legge antimafia: forza intimidatoria, delitti, attività come appalti e servizi pubblici. Ma non si tratta di una mafia storica, nonostante il peso della Banda della Magliana.
Come festeggerete questi quarant’anni?

In primavera uscirà una pubblicazione su quella che chiamo «la mafia dimenticata» e un lavoro su Peppino, fatto insieme a suo fratello Giovanni. Peppino lo ricorderemo ancora il 9 maggio. Poi abbiamo in programma iniziative sul territorio, da Comiso alla tratta degli esseri umani. E ancora incontri sui temi oggetto delle nostre ricerche: media, cinema, mobilitazioni, il ruolo delle donne, la scuola, lantiracket, luso sociale dei beni confiscati. Infine c’è il progetto del No Mafia Memorial, spazio polivalente per raccontare la mafia e le lotte sociali. Dovrebbe essere uno spazio della città, con il Comune co-fondatore e non solo concessionario dei locali. C’è una delibera, ma è ancora sulla carta. 

ANDREA MECCIA, Il Manifesto, 24 febbraio 2017

sabato 17 dicembre 2016

Museo per la memoria di Ustica

I resti del velivolo sono lì, rimessi insieme con cura e delicatezza. Ci puoi girare attorno quante volte vuoi. Lo sguardo non li mollerebbe per un secondo. Ma il tempo per respirarli, per farli entrare dentro l'anima scivola verso l'infinito. I secondi scorrono scanditi dalle 81 luci che "si accendono e si spengono al ritmo di un respiro". Così ha voluto l'artista Christian Boltanski. Ma ciò che ti toglie il fiato sono le 81 voci che si rincorrono alle tue spalle. Frammenti di vita quotidiana si intrecciano. Impossibile ascoltarle e intercettarle tutte. Ma provare a trascriverle su un taccuino è un esercizio di ascolto straordinario. Il punto di incontro tra l'essenza della vita nella sua quotidianità e la follia della Storia nei suoi progetti imperscrutabili.
Eccone alcune.
"Vorrei tornare a Parigi quest'estate"
"Da quando è morto Roberto non ho più voglia di vivere"
"Che palle, è andato male l'esame. Devo rifarlo in settembre"
"Come glielo dico che parto e vado a lavorare a Milano?"
"Sarò pilota d'aereo e avrò una bella divisa"
"Signore, proteggi i miei bambini. Io non posso fare più nulla"
"Come è bella Lucia"
"Appena arrivo, mi tuffo in mare"
"Bisogna che mi occupi della mamma, è così invecchiata"
"Ho dimenticato il libro che Pietro mi ha dato per Maria"
"Sono contenta di lasciare Bologna. Piove sempre. Non mi ci sono mai abituata"
"Non devo piangere quando vedo Maria"
"Come glielo dico a Bianca che non l'amo più?"
"Quando torno a Bologna, avrò i risultati delle analisi"
"Ho lavorato così tanto, che mi sono scordato di vivere"

Bologna, 16 dicembre 2016

Bologna, 16 dicembre 2016

venerdì 21 ottobre 2016

Presentazione di "Diario di un giudice"



Beneduce, storico del diritto presso l’Università di Cassino, in quest’opera compie un’analisi minuziosa e appassionata della vicenda letterario-giudiziaria di un libro comparso in Italia alla metà degli anni ’50: Diario di un giudice. L’autore, Dante Troisi era in quegli anni magistrato presso il Tribunale di Cassino. Diciotto pagine di quel libro furono chiamate in causa come articoli di un codice con l’accusa di compromettere il prestigio dell’ordine giudiziario. Cosa accadde a quelle pagine incriminate? Campo estetico e immaginario di autorità si scambiarono colpi semantici in un gioco stupefacente di spostamenti e di mutazioni. E per entrambi, Troisi doveva restare un tormentato giudice di se stesso o un temerario giudice che scrive. Ma nelle sue pagine si dipanò l’autoinchiesta di entrambi questi sacri ordini: quello della letteratura e quello della giustizia. Beneduce, dopo aver ricostruito il contesto di quegli anni, un’Italia ancora scossa dalla guerra e sulla via del boom economico, crea un flusso affascinante di storie collegando con un robusto filo rosso gli atti a verbale di cui è intessuto il Diario, il giudizio di disciplina, le recensioni della critica letteraria, le interviste e i carteggi di cui Troisi è protagonista. Al centro della scena, troveremo due scandali: quello del giudicare e quello dello scrivere.

Alla figura di Dante Troisi e alla sua opera si interesserà anche la Rai, che nel 1978 realizzerà uno sceneggiato liberamente ispirato alle pagine del Diario.

domenica 16 ottobre 2016

La verità sta in cielo. Ma non per tutti



La recensione è stata pubblicata su Questione Giustizia

Se La verità sta in cielo fosse una docu-fiction targata Rai da mandare in prima serata, se al termine della visione, un giornalista armato di taccuino intervistasse il regista Roberto Faenza e i suoi collaboratori in uno studio TV, facendosi raccontare un po’ la genesi, lo sviluppo, la realizzazione, la tesi di questo interessante film, qualcos’altro si smuoverebbe intorno al caso di Emanuela Orlandi? Per adesso, il lavoro di Faenza sulla vicenda della cittadina vaticana desaparecida a Roma un pomeriggio d’estate del 1983, è “soltanto” un dignitoso film, cinematograficamente non entusiasmante, ma onesto, prezioso e carico di passione.

Il cinema italiano di inchiesta – di cui Francesco Rosi è stato maestro inarrivabile - ha sempre dato i suoi risultati migliori quando, reinventando i dolorosi eventi che hanno segnato la stagione repubblicana, non pretendeva di ricostruire didascalicamente i fatti e non offriva all’opinione pubblica verità facilmente digeribili. Quel tipo di cinema ha trionfato, quando sapeva dare allo spettatore ulteriori elementi di dubbio, quando scatenava domande alimentando la sete di verità. Laddove ha scelto di raccontare gli eventi partendo da tesi ben definite e chiaramente esplicitate, i film ne hanno sempre risentito dal punto di vista artistico, ma hanno avuto ragione di esistere anche in virtù della passione politico-civile che li accompagnava. Un esempio per tutti, il cinema militante di Giuseppe Ferrara.

La verità sta in cielo, figlio naturale e legittimo di questi tempi liquidi, non può che collocarsi a metà strada fra queste due tendenze. Per ragioni politiche da un lato, per scelte estetiche dall’altro. Con un linguaggio e una messa in scena poco cinematografica, Faenza si avvicina di più ai canoni e ai ritmi estetici di una buona Tv moderna. Non lo fa con eleganza e raffinatezza travolgenti, ma con una mano sicura, abile, che sa ciò che vuole, pronta a solcare un mare che può improvvisamente diventare tempestoso.

Faenza racconta la vicenda Orlandi con i piedi ben piantati nella contemporaneità. La questione “Mafia capitale”, le gesta di Massimo Carminati e il pontificato di Papa Francesco sono il punto di partenza di un flash-back di una storia iniziata trentatré anni fa, al crepuscolo della Guerra Fredda, nei primi anni di pontificato di Karol Woytila, mentre a Roma lo scettro del potere criminale è nelle mani deli ragazzi brutti, sporchi e cattivi della Banda della Magliana, gente di strada che sa dialogare con la politica e la finanza.

La verità sta in cielo è un film molto femminile. Di Emanuela Orlandi pochi fotogrammi, il famoso manifesto che ne denunciava la scomparsa e le immagini in super8 della sua infanzia. Le protagoniste sono tre. Una giornalista italo-inglese (Maya Sansa) che viene in Italia per scoprire la verità sul caso Orlandi dopo lo scoppio di Mafia capitale. Una giornalista italiana (Valentina Lodovini) che ha a lungo indagato sulla sua scomparsa e che ha raccolto la testimonianza di Sabrina Minardi (la bravissima Greta Scarano), la compagna di Renatino De Pedis (Riccardo Scamarcio), il boss testaccino della Banda della Magliana. 

Faenza dà grande spazio alla figura della Minardi e a quella del suo compagno, alle loro vicende di sesso e potere, alla pericolosa intimità intessuta con politici, faccendieri e uomini di Chiesa, culminata con la sepoltura di De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare. Fu lei a fornire nuove piste sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Ed è soprattutto lei che dialogando con la giornalista, scandisce i tempi e i contenuti della narrazione filmica.

Faenza non trascura nessun elemento del contesto di quei burrascosi anni ’80, musicalmente ricostruiti attraverso le canzoni di Toto Cutugno. Tiene dentro la politica (il senatore Vitalone e il fratello, avvocato di De Pedis), la finanza (Calvi, lo Ior, Monsignor Marcinkus), opachi faccendieri (Flavio Carboni), le vicende interne della Banda della Magliana, le perizie compiacenti ai boss (il professor Aldo Semerari) il terrorismo internazionale (Ali Ağca), la Polonia di Solidarność, le trame vaticane (la morte di Giovanni Paolo I), la figura di Giovanni Paolo II, la Curia Romana.

Per dare maggiore effetto di realtà utilizza molto materiale di repertorio televisivo, coinvolge Pietro Orlandi (il fratello di Emanuela) nel ruolo di se stesso e rende omaggio alla trasmissione Chi l’ha visto? che tanto si è dedicata alla ricerca di una verità che da qualche parte, in mezzo ai comuni mortali, sarà scritta e che Faenza, in un finale scenograficamente rarefatto, invita, chi di competenza, a continuare a cercare.