domenica 18 marzo 2018

Cassino, la memoria della guerra e la stele per i parà tedeschi

A proposito di quanto sta accadendo a Cassino sull'installazione di una stele in memoria dei paracadutisti tedeschi, mi sembra interessante rileggere quanto scritto dallo storico Giovanni De Luna ne "Il corpo del nemico ucciso" (Einaudi, 2006). Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi, ma anche una bussola. Servono a non perdere l'orientamento. E a trovare nuove rotte.

«Oggi i luoghi di morte sono diventati luoghi di memoria. La loro geografia ridisegna la mappa degli sbarchi (Gela, Salerno, Anzio), le lunghe soste sul fronte della “Linea Gustav”, poi l’interminabile inverno sui contrafforti della “linea gotica”, il dilagare delle armate angloamericane nella pianura padana. Sessant’anni dopo in quei posti ci sono solo cimiteri. Ma nessuno è un “campo santo”, un posto consacrato al dolore e al ricordo (…) (in ogni cimitero una concezione diversa della morte come della politica, della cultura, della storia). A Cassino quello dei soldati tedeschi si può visitare seguendo un percorso che si avvita a spirale lungo i fianchi di una collina; tra un camminamento e l’altro sono disposte lunghe file di lapidi, tutte uguali, che riportano incisi il nome del soldato, la data di nascita e di morte oppure, quando l’identità non sia nota, la scritta Ein deutscher soldat. In cima si staglia una croce bronzea alta una decina di metri. Nella spianata antistante la croce ci sono tombe collettive, chiuse da lapidi imponenti sulle quali sono incisi i nomi dei soldati le cui spoglie sono sepolte sotto la stessa pietra tombale. Un piccolo monumento all’ingresso del cimitero riporta il numero dei sepolti: 20057 soldati. Anche nella morte si è voluto farne un reggimento obbediente e sempre pronto a eseguire gli ordini impartiti».

giovedì 15 marzo 2018

Il Napoli, la Juventus e i tifosi bianconeri come don Mimì di Filumena Marturano

Essere tifoso

Non sono napoletano di origine e sono un tifoso del Napoli. Senza aggettivi. Una persona che non scandisce la propria vita sociale secondo i palinsesti del campionato di calcio e che vorrebbe andare più spesso allo stadio perché ama i riti collettivi. Non sono abbonato alle pay-tv. Non dico che mi basta sentire la partita alla radio, ma siamo quasi lì. E comunque durante i 90 minuti in cui la mia squadra scende in campo il sangue ribolle e essere aggiornato “minuto per minuto” è come l’acqua per i pesci.

Se certe uscite del presidente o dell’allenatore non mi piacciono, lo ribadisco e lo sottolineo. Se il Napoli ha cadute di stile, sono il primo a riconoscerle. Non sono solito prendere in giro gli avversari. Conta quello che fa la mia squadra, non quello che succede agli altri. Tra tutte i club di serie A, quello che malsopporto è la Juventus. Per mille motivi. Quest’anno ancora di più, ovviamente, perché con ogni probabilità i bianconeri suoneranno la settima sinfonia consecutiva tricolore, lasciando al mio Napoli le briciole e la gloria del bel calcio che non trionfa mai.

Eppure, nonostante questa certezza, ben sottolineata oggi dalla prima pagina della Gazzetta, da qualche settimana a questa parte − precisamente dal gol di Dybala alla Lazio – sono personalmente oggetto di “simpatici” sfottò da parte di amici juventini. Sembra che non attendessero altro che il momento giusto per ribadire “senza malizia” (cit.) tutta la loro ferocia e superiorità calcistica.

Avere la risposta pronta

Fino a quel momento, se ne sono stati buoni, sicuri e convinti che l’ora giusta scoccasse. Il bello è che gli juventini sono così. Se provi a ragionare su come la Juve sia un pezzo di storia d’Italia (nel bene e nel male) si offendono e ribattono: «Il tifo è una cosa che nasce da bambini… che c’entrano Agnelli e la Fiat?». Se provi a ricordargli le indagini sui rapporti tra la ‘ndrangheta e settori della tifoseria, replicano: «E la camorra a Napoli? E Maradona con i Giuliano?». Se dici che il calcio è questione di poteri forti e che gli arbitri contano, ti danno anche ragione: «Ti ricordi Collina e la pioggia di Perugia?».

Se vai con la mente all’estate del 2006 e Calciopoli, ti dicono: «Nella finale mondiale, tra Italia e Francia quanti juventini c’erano in campo». Provi a parlare di doping? «Perché gli altri non lo prendevano?». Sembrano sempre distaccati, atarassici Se parli di stampa benevola nei loro confronti, tirano fuori i telecronisti tifosi. Se sottolinei il bel gioco del Napoli, ti ricordano che nella Storia si entra con i trofei. Sembrano sempre distaccati, poi. E dicono che si annoiano a vedere la Juventus in Serie A, per via di partite troppo simili a sedute di allenamento. Troppo divario.


Filumena

Aspettano marzo per divertirsi un po’. Per ribadire il primato in testa alla classifica. Per giocare in Europa gare che contano veramente. Secondo lo juventino, credo che vincere non sia «l’unica cosa che conta». Oltre la vittoria c’è di più. Ciò che ha un valore sciolto da ogni vincolo è riprendere l’aria da padrone. Prima o poi, lo sanno che quel momento arriva. Per lo juventino non è meno vitale farsi una bella risata di fronte alle sconfitte altrui.

Quando li vedo e li sento, ironia della sorte, mi balenano nella mente un paio di scene di Filumena Marturano di Eduardo. Lo juventino, quando vince (e si rilassa) assomiglia a Domenico Soriano davanti all’avvocato Nocella mentre procede – codice civile alla mano – all’annullamento del matrimonio e donna Filumena si aggrappa disperatamente ai suoi umani principi. Quando lo juventino ride, mi sembra di sentire sghignazzare Mimì e i suoi compari mentre salgono le scale del bordello pronti a soddisfare i loro piaceri. Una risata falsa ma terribilmente vera, che riposa nella testa e nel cuore, si palesa minacciosamente lungo le scale, preambolo di un piacere che non so definire. Un ghigno ripetitivo. Sempre uguale a sé stesso. Tanto in bocca al ricco, quanto al povero.

Pubblicato su Il Napolista

giovedì 8 marzo 2018

Memo - Memorie in movimento


Da ieri, MeMo - memorie in movimento, il nuovo progetto di Cinemovel Foundation di cui sono stato consulente scientifico, è ufficialmente attivo. Si tratta di un percorso multimediale ideato per un bene confiscato a Galbiate (Lecco) e per avviare un’azione didattica, di ricerca e condivisione con gli studenti sul rapporto fra mafia e memoria. Tutte le info su http://memorieinmovimento.it/

mercoledì 7 marzo 2018

"Chi sia codesto Enrico..."


"Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo come sicari dell'OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po' diviso tra l'ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale (...) e d'altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi (...). Tra questi poli è l'Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell'ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l'ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese"

Elogio di Franti, Umberto Eco (Diario minimo, 1963)

lunedì 5 marzo 2018

Valzer per un amore

È sorto un nuovo Paese dal ventre di queste urne, al di là del Governo che scaturirà dai passaggi parlamentari. Così si legge (giustamente) in queste ore. Una Italia rinnovata che vede definitivamente affermarsi partiti che non hanno nulla da condividere con i valori resistenziali, capaci di generare la Costituzione repubblicana. Un dato di fatto che si palesa dopo una incubazione lunga circa trent'anni. Dal 1989 in poi, all'indomani della caduta del Muro, del terremoto politico-giudiziario di Tangentopoli e le stragi terroristico-mafiose, si sono affacciate sul panorama politico italiano, prendendone in mano il governo a più riprese, nuove forze politiche (Forza Italia, Lega, An) che con la guerra di Liberazione e il referendum Repubblica-Monarchia non avevano alcunché da spartire. Il processo di trasformazione della politica italiana si è consolidato poi con l'affermarsi del Movimento Cinque Stelle e la caduta di rappresentanza dei partiti di sinistra, delle coalizioni di centro-sinistra (con il trattino) e centrosinistra (senza segni di punteggiatura). Era un processo storico che doveva avere la sua conclusione. E lo ha avuto. Ieri, quattro marzo duemiladiciotto. L'anteprima generale si era svolta a Macerata, con le macabre danze sul corpo martoriato di Pamela e quelli colpiti dal piombo fascista dopo aver resistito alle onde del Mediterraneo. Eppure qualcosa si poteva fare. Si doveva maledettamente fare. La grande occasione era il G8 di Genova del 2001 e quel fiume di persone che in tutto il mondo chiedeva un mondo migliore mentre si affacciava alla finestra del nuovo secolo, cercando di scrutarne l'orizzonte, e provando a portarvi quel che di positivo il '900 aveva insegnato. Lo spirito di lotta, contrapposizione, contraddizione. E invece, è bastato il cadavere di un ragazzo per criminalizzare una generazione che chiedeva pace, libertà, lavoro, diritti sociali e (non solo) civili.


I valori ispiratori della Carta costituzionale andavano difesi rigenerandoli nel nuovo contesto politico, economico, tecnologico-comunicativo. Far vivere quei valori nelle gambe della politica avrebbe permesso ai partiti di sinistra di sopravvivere e di rinnovarsi. Ed invece, negli anni della crisi, dell'Euro, della libera circolazione delle merci e delle persone, dei voli low-cost e dei governi tecnici, si sono trasformati in contenitori vuoti, incapaci di creare nuovi sentimenti comunitari. Hanno guadagnato progressivamente spazio i linguaggi del risentimento, capaci (legittimamente e meritoriamente) di intercettare i malesseri della società. Di dare loro sfogo, voce, rappresentanza. Non sappiamo se c'è tempo per ragionare sugli errori fatti, sulla mancata difesa del mondo del lavoro, sulle disambiguità mai ammesse legate alla moneta unica, sul puntare a partiti leggeri e personalistici, nei richiami al voto utile, alle vocazioni maggioritarie, ai posizionamenti delle tende, ai papi stranieri. Probabilmente non ce n'è più. Cantava De Andrè: "Vola il tempo lo sai che vola e va/Forse non ce ne accorgiamo/Ma più ancora del tempo che non ha età/Siamo noi che ce ne andiamo". Era una canzone. Un valzer. Valzer per un amore...